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La Curt di Murnée è stata inserita nel programma di ville Aperte in Brianza. È in corso l'allestimento di un museo della civiltà contadina della Brianza Est. Video intervista e scheda storica di Giorgio Brambilla

 

Nella giornata di Ville Aperte in Brianza abbiamo visitato la Cascina Offellera di Agrate. L'idea di elevare le cascine al patrimonio culturale, ne avevamo trattato qui, ha cominciato a avere consistenza nel riscontro della partecipazione agli eventi. Anche nella Brianza Centrale le associazioni locali hanno proposto visite guidate alle ville e alle corti, con esplorazioni di arte, natura e paesaggio rurale. Qui e qui si possono consultare alcuni servizi di una serie di pubblicazioni con ricostruzioni storiche.

I Mugnai

I fratelli Dino e Ivo Ortolina sono gli ultimi mugnai di una lunga tradizione famigliare tramandata a partire dalla prima metà del 700. Nella video intervista che abbiamo realizzato ci narrano la loro storia vissuta nel mulino antecedente al 1959.

 

I fratelli Ortolina intervistati da Giorgio Brambilla.
Filmato e montaggio realizzato da Pino Timpani

 

I mugnai dell'Offellera, come si potrà leggere anche nella scheda storica che pubblichiamo più in basso, sono stati per oltre 200 anni il punto di riferimento del mondo rurale esteso per circa 10 Km da Agrate fino ai paesi della Martesana, dove la presenza del naviglio aveva favorito la creazione di altri mulini. Gli intervistati ci raccontano l'esperienza diretta di vita vissuta nel contesto della corte. Fino al secondo dopoguerra l'ambito della cascina, in piena campagna e distante tre chilometri dal centro di Agrate, aveva per l'epoca una notevole consistenza. Si contavano circa quattrocento abitanti.

Un mondo a se in cui la presenza del mulino e dell'acqua della roggia Gallerana, proveniente dal Lambro e diretta all'irrigazione dei campi a sud si Milano, portava valore economico maggiore rispetto al resto della campagna. La presenza dell'acqua favoriva la coltivazione di prodotti ortofrutticoli e foraggio di qualità destinato al bestiame. Queste coltivazioni particolari erano possibili nei prati cosiddetti "marcite", cioè campi che venivano allagati con esondazioni controllate, quando la portata della roggia risultava eccessiva.

L'esistenza del mulino e della sua economia cominciò ad andare in crisi con la costruzione dell'autostrada Milano-Venezia, un tracciato tangente a pochi metri la cascina. A questo si aggiunse il rapido processo di industrializzazione e dell'urbanizzazione, la comparsa dei moderni mulini elettrici e il conseguente progressivo abbandono delle attività agricole.

Del progetto futuro è stata annunciata in anteprima l'idea di ricreare, oltre al museo, una ambientazione storica negli spazi del mulino, estendono il locale La Fata Verde, ristorante creato negli spazi degli ex fienili, ideato e realizzato come sostegno economico alla salvezza integrale della antica cascina. Si pensa di riprodurre arredi e usanze rurali del '600, con anche la moneta del tempo, il ducato degli Sforza, che verrebbe scambiato dopo essere stato convertito all'ingresso. Così pure saranno privilegiate le proposte di cibi e di prodotti locali ai fruitori del locale. Le sale del mulino hanno una rigorosa conservazione: gli interventi finora effettuati sono stati esclusivamente minimali e nel rispetto dei materiali originali.

 

Pubblichiamo la ricostruzione storica redatta da Giorgio Brambilla e comparsa a puntate alcuni anni fa nella rivista brianzola solo cartacea "La Curt".

La Curt di Murnée alla cascina Offellera di Agrate Brianza

Il corso d’acqua principale della Brianza vimercatese è il torrente Molgora il quale, soprattutto nei secoli scorsi, era caratterizzato da una portata d’acqua non costante e spesso molto scarsa. Questo fatto, unitamente alla profondità del suo invaso rispetto ai terreni circostanti, non rese conveniente la costruzione di mulini lungo il tratto vimercatese del suo corso. Nel 1727 il territorio del feudo di Vimercate venne sottoposto ad inchiesta mediante una ricognizione generale al fine di “prendere le informazioni desiderate dal Regio Fisco, sopra le qualità presentanee del Feudo…, quantità de fuocolari, e rendite feudali…”.

Fra le notizie raccolte per mani dei cosiddetti “consoli delle terre” (sorta di rappresentanti eletti dai maggiori possidenti di ciascun paese), sono interessanti le indicazioni fornite da un certo Giuseppe Redaello, chiamato in causa in veste di “testimonio”, il quale dichiarava “Questo territorio di Vimercate è assai fruttifero, raccogliendosi d(i) ogni sorta di frutti abenchè non sij adacquatorio, né qui vi sono molini perché non vi è aqua per essi andandosi al Lambro à far macinare; e l’aria in questo Paese è assai felice…”(1).

Vari mulini sorgevano infatti sul Lambro o lungo i corsi d’acqua

Vari mulini sorgevano infatti sul Lambro o lungo i corsi d’acqua costruiti dall’uomo in derivazione del Lambro stesso, come la roggia Ghiringhella e la roggia Gallerana, o sfruttando le acque di altre sorgenti, come la roggia Scotti. Il Lambro soprattutto nel tratto a nord di Monza fino a Canonica, come illustrato nel disegno dell’ingegner Barca, era già nel 1615 particolarmente affollato di mulini cui si recavano anche molti contadini del Vimercatese. In questo territorio esistevano almeno tre mulini da cereali azionati dalle acque di queste rogge: uno ad Oreno e due ad Agrate. Quello di Oreno, in funzione dal Settecento, era azionato dalle acque della roggia Scotti, la quale, spesso, non aveva una portata sufficiente per farlo funzionare al meglio.

A causa di questo inconveniente i mugnai della famiglia Carzaniga, da generazioni proprietaria del mulino, erano con frequenza obbligati ad andare a macinare all’Adda, a Paderno o sul Lambro, a Canonica. Per consentire la macina anche nei periodi di carenza d’acqua, nel Novecento, il mulino venne dotato di un motore elettrico e con questa innovazione l’attività potè proseguire anche dopo la chiusura della roggia Scotti avvenuta nel Dopoguerra. Di questo mulino esistono ancora oggi i locali, pavimentati con grosse lastre di pietra, dove è conservata una parte dell’apparecchiatura, come la grande macina, mentre la ruota di ferro è stata smantellata nel 1952, quando un rutamat la demolì in luogo per rivenderla poi come ferro vecchio.

I due mulini di Agrate sorgevano uno lungo il corso della roggia Ghiringhella, in prossimità del confine con Concorezzo, e l’altro alla cascina Offellera a ridosso della roggia Gallerana. Le acque di queste rogge, garantivano un funzionamento abbastanza regolare delle loro macine. Il primo, che si ritrova nelle carte dell’Istituto Geografico M.ilitare del 1888 con il nome molino Bosisio mentre nelle edizioni successive è indicato come cascina Molino, era dotato di una grande ruota in ferro con un diametro di oltre sette metri la quale, a metà degli anni ’70, ormai inattiva da anni, arrugginita e divenuta pericolante, fu anch’essa fatta rimuovere e demolire da un rutamat.

Il mulino principale di  Agrate si trovava però a circa tre chilometri dal centro abitato

Il mulino principale di Agrate si trovava però a circa tre chilometri dal centro abitato, vicino al confine con Carugate e Brugherio ed era quello dell’Offellera, dotato di ben tre ruote. Nelle mappe del 1721 del Catasto austriaco, figura solo un piccolo edificio, con forma ad “L”, nelle vicinanze del quale è disegnato anche lo scomparso palazzo Borgazzi con l’ampio giardino all’italiana. Il braccio corto dell’edificio a “L”, posto nel lato est a ridosso della roggia e che ospitava il mulino, venne successivamente prolungato a sud, realizzando l’edificio che è giunto fino a noi.

Sul lato opposto vennero quindi realizzate delle stalle, con soprastanti fienili, dando alla corte l’odierna forma a “C” aperta verso sud.L’edificio che ospitava le macine è caratterizzato da un porticato a piano terreno, sorretto da tre colonne in pietra e sormontato da un architrave in legno, sotto il quale potevano infilarsi i carri dei contadini, per eseguire al coperto le operazioni di scarico delle granaglie e di carico della farina.

Infatti in Lombardia “il molino, sempre ad acqua e quindi eretto sopra un canale regolabile” è “un edificio semplice ma dotato della complessa attrezzatura per la macina del raccolto (soprattutto grano e mais), per lo stoccaggio, per il carico sui mezzi di trasporto; per la qual ultima operazione il fabbricato vero e proprio è talora affiancato da un breve portico, al fine di proteggere il macinato dalla pioggia durante il breve trasporto della farina dall’interno all’esterno” (3).

Data la presenza di più famiglie dedite alla macinazione, la corte era chiamata la curt di Murnée, cioè dei mugnai. Secondo Don Nemesio Farina la corte, “meno vecchia del grande palazzo delittuosamente demolito in questi anni, ha tuttavia alcuni secoli di vita. …Sul registro n. V dei battesimi si legge che alla cascina Offellera, vi abitavano poco prima del 1760 tre famiglie e precisamente: Giacomo Ortolina(o) e Rosa Pozzola legittimi consorti, ebbero Giò-Antonio nell’agosto 1760 e Marianna nell’ottobre 1770; Domenico Ortolino(a) e Rosa Radaelli legittimi consorti, ebbero Carlo Francesco nell’ottobre 1760 e Pietro Alouisio nel giugno 1763; Giuseppe Ortolina e Caterina Villa legittimi consorti ebbero 9 figli tra il 1762 e il 1776. poi si aggiunsero verso il 1780 altre tre famiglie.

Antonio Maria Ortolina e Aloisia Santambrosi legittimi consorti ebbero fra il 1784 e il 1804 ben 12 figli; Luigi Ortolina e Anna Maria Levati legittimi consorti ebbero una figlia nel 1787 Angela Maria; Carlo Francesco Ortolina e Giovanna Viganò legittimi consorti fra il 1792 e il 1808 ben 8 figli. Evidentemente gli abitanti della curt di Murné venuti d’altrove, forse da Brugherio, si imparentarono nel matrimonio con gente d’Agrate, come appare dai cognomi delle spose, ma rimasero sempre fino all’abbandono del loro cortile un piccolo clan a sé (3).

La corte fu abitata dalle famiglie Ortolina fino agli anni sessanta

Come si è visto, nel 1760 le famiglie insediate erano tre che però erano già salite a sei vent’anni dopo e cosa interessante tutti erano degli Ortolina, forse parenti di quella famiglia che ha dato il nome al mulino Ortolina di Pioltello, già esistente alla fine del Seicento e anch’esso funzionante grazie a una vicina roggia. Questo incremento di abitanti farebbe supporre che gli ampliamenti della corte illustrati nella mappa del Catasto Lombardo Veneto del 1862 rispetto alla configurazione iniziale rappresentata nella mappa del Catasto Teresiano del 1721 potrebbero essere stati realizzati almeno in parte già nella seconda metà del Settecento, periodo in cui molti proprietari terrieri investirono nell’ampliamento delle cascine dell’Alta pianura asciutta a nord di Milano. La corte fu abitata dalle famiglie Ortolina fino agli anni sessanta del Novecento quando arrivò ad ospitare fino a oltre sessanta persone che progressivamente la abbandonarono per trasferirsi nelle case moderne che si costruirono nel Dopoguerra.

Il mulino rimase in funzione fino a quegli anni, quando l’attività di molinatura ad acqua venne superata dalla diffusione dei mulini elettrici. In quel periodo in seguito i lavori di allargamento da una a due corsie dell’ autostrada A4 che corre in prossimità della corte fu riabbassato l’alveo della roggia nel tratto a nord e a fianco del mulino con la conseguente demolizione delle tre ruote e del relativo sistema delle chiuse, di cui ora rimangono solo alcune tracce a ridosso del fabbricato.

La corte dopo decenni di abbandono, in cui è stata solo sede di una piccola azienda agricola dedita alla produzione di fieno ottenuto dal taglio di alcuni degli ultimi posti irrigui della zona, a partire dal 2002 è in corso di ristrutturazione ed oggi ospita un bar che nella stagione estiva occupa l’intera corte e un ristorante che propone anche piatti della cucina tradizionale milanese e brianzola.

 

 

La storia della corte dei Mugnai secondo i documenti custoditi all’Archivio di Stato di Milano

Il documento più antico custodito all’Archivio di Stato di Milano che riporta la cascina Offellera di Agrate Brianza è la mappa del Catasto Teresiano, risalente all’anno 1721, in cui si può osservare come il complesso era molto vasto e comprendente, sul lato est della roggia Gallerana, una casa a corte, con annesso giardino, prati e terreni coltivati di proprietà di Giò Francesco Borgazzo mentre, sul lato ovest della roggia stessa, un mulino con terreni adibiti a orto o pascolo di proprietà del Marchese Omodeo. Nei registri catastali la cascina veniva descritta come: “Casa da masaro con molino in mappa al n. 200. Compresoli orti alli numeri 201 e 205”. In particolare il mulino è costituito da un fabbricato a forma di “L” rovesciata con il lato lungo disposto con andamento est-ovest mentre quello corto è adiacente al corso d’acqua della roggia.

A ovest del mulino la particella n. 203 era un “prato adacquato”, cioè irriguo, mentre a sud le particelle n. 202 e 206 erano destinate a pascolo . Il complesso si estendeva su 4 pertiche e aveva un valore capitale di 442 scudi, 4 lire e 5 ottoni mentre gli orti di 33 scudi e 4 ottoni. Nei “processi verbali”, un altro dei documenti che furono elaborati durante l’inchiesta sui nostri territori eseguita tra il 1721 e il 1723 per volere dell’imperatore Carlo VI, padre di Maria Teresa d’Austria, viene citato “Un molino di tre rodigini dell’Eccellentissimo Sig. Marchese Omodei affittato a Polidoro Membretto in Lire 430”. Nei registri catastali del 1751 la proprietà del mulino risultava essere passata alle Reverendissime Madri di Santa Cattarina La Chiusa di Milano, le quali la cedevano poi nel 1777 a Cristoforo Borgazzi, già proprietario degli immobili posti sul lato est della Roggia.

Nel 1834 tutti i beni del complesso della cascina Offellera, precedentemente in possesso della famiglia Borgazzi, vengono acquistati dalla contessa Chiara Castelli di Milano. Nell’atto di compravendita è precisato che la contessa era la vedova “dell’Ill.mo Consigliere di Governo Conte Raffaele Parravicini” e che nell’ambito della proprietà “ il mulino fu dato in uso ad un certo Sig. Ottolina fino al giorno di San Martino dell’anno 1840”.

Sempre nello stesso documento c’è un paragrafo dedicato alle “ragioni d’acqua” in cui si legge che “Li detti qui hanno la ragione di ore 10 acqua della Roggia Gallerana nel tempo estivo della quota, modi e tempo secondo il riparto, che viene stabilito ogni anno dall’Amm. della detta roggia, oltre che la compartecipazione delle ore di sopravanzo e dopo la competenza di ciascun utente, le quali si affittano tra gli utenti ogni anno mediante estrazione a sorte, servendo il fitto all’interesse comune. Il molino poi è servito colle acque della stessa Roggia Gallerana mediante paratoie determinate. Si avverte, che attualmente si ha scannone irregolare a sinistra della Roggia Gallerana poco al di sopra del suddetto molino, dal quale si estrae dell’acqua per abbeverare le bestie, e per peschiera ora fuori uso.”

Dall’estratto della mappa del Catasto Lombardo Veneto del 1862 si possono notare le modifiche apportate nel frattempo al complesso della cascina Offellera, in particolare l’edificio che ospita il mulino ha assunto la forma a “U” ancora oggi visibile: è stato ampliato il braccio est in adiacenza alla roggia Gallerana ed è stato costruito il braccio ovest con le stalle e i fienili. Dalla lettura dei registri si può apprendere che i possessori del complesso dell’Offellera, identificati con i numeri di mappa dal 305 al 307 e dal 319 al 335, erano i fratelli Bartolomeo e Saverio Carmine, i quali l’avevano acquistato ad un asta pubblica avvenuta al Tribunale di Milano nel 1847 . Il mulino è al numero di mappa 326 ed è descritto come ”mulino da grano ad acqua con casa colonica”, occupa una superficie di 2 pertiche e ha una rendita censuaria di 317 lire austriache. Gli altri fabbricati, a est della roggia, sono costituiti da fabbricati per azienda rurale al n. 331, casa colonica al n. 332 e portico per il deposito di legnami al n. 334. I terreni, intorno ai fabbricati, sono destinati a coltivazioni, prato, orto e bosco.

 

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La roggia Gallerana

La roggia Gallerana ha una storia antica, infatti fu fatta scavare da Fazio Gallerani

La roggia Galleranaha una storia antica, infatti fu fatta scavare da Fazio Gallerani in forza di due concessioni rilasciate dal duca di Milano Gian Galeazzo Sforza: una datata 15 agosto 1475, l’altra in data 7 gennaio 1476. Fazio Gallerani era stato ambasciatore del duca e aveva acquisito vari possedimenti a Carugate, dove si era anche fatto costruire la villa, ancora esistente, chiamata la Gallerana. Ebbe otto figli di cui la penultima, Cecilia, è la Dama con l’ermellino raffigurata nel famoso dipinto di Leonardo(4).

La roggia Gallerana, come la vicina roggia Ghiringhella, era costituita da due tratti: il primo nell’Alta Brianza, raccoglieva le acque di varie sorgenti nella zona del Piano d’Erba e le incanalava nel Lambro in località Ponte Nuovo a Merone, da qui il secondo tratto le riprelevava in località molino Spadìt, o molino Sesto Giovine, nel comune di Villasanta e le portava, passando da Monza(5), fino a Brugherio e Carugate ove iniziava il loro utilizzo a scopo d’irrigazione a partire dal mulino dell’Offellera, in territorio di Agrate, verso est fino alle cascine Galeazza, Graziosa e Fedelina nel territorio di Carugate, nonché verso sud, fino alla cascina S. Ambrogio nel territorio di Brugherio.

Il punto di derivazione della roggia dal Lambro è illustrato in un disegno seicentesco custodito all’Archivio di Stato di Milano (Fondo acque, p. a., c. 318), che illustra il corso del Lambro dai laghi di Como e Pusiano fino all’incrocio con il Naviglio della Martesana, ed è riprodotto nella sua interezza nel libro “Storia di Monza e della Brianza”(6) dove viene così presentato: “Il disegno del fiume , che tanta importanza ha avuto nella storia dell’agricoltura e delle attività economiche dell’agro monzese, è opera dell’ingegnere milanese Pietro Antonio Barca. Esperto di architettura militare e civile, soprattutto di canalizzazione, il Barca è noto come costruttore del palazzo di Giustizia di Milano.

Il disegno, con l’indicazione dei mulini posti lungo le sponde, nonché delle bocche per la derivazione dell’acqua, è del 1615 e venne allegato ad una relazione redatta dal Barca e da un altro ingegnere collegiato di Milano, allo scopo di suggerire l’attuazione dei lavori che consentissero un maggior sfruttamento delle acque per gli usi irrigui e industriali”.

L’acqua del Lambro che la roggia Gallerana ancora nel 1865 prelevava nella quantità di ben 500 litri al secondo(7), venne utilizzata per l’irrigazione fino al 1968, anno in cui fu rilevato, nelle sue acque, un eccessivo inquinamento; vennero da allora preferite le acque del canale Villoresi (realizzato alla fine dell’ Ottocento) il quale, per un breve tratto, a partire dalla cascina Doppia andando verso nord-ovest, si era sovrapposto alla preesistente roggia Gallerana. Nel 1969 il consorzio Gallerana si sciolse e il comune di Monza, avendo acquisito i diritti sulla roggia, utilizzò parte del suo percorso per l’interramento dei condotti fognari.

Oggi quindi la roggia esiste ancora solo nel suo tratto terminale da Agrate fino a Carugate, ove come allora fornisce l’irrigazione agli antichi prati stabili.

 

Note

(1) Cfr. L. Barzaghi, Corti e cascine nei territori di Vimercate e Oreno fra il 1750 e il 1900, tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia, Relatore prof. F. Barbieri, A.A. 1990-91, pp 112-113.

(2) Cfr.C. Perogalli, Carattere dell’architettura rurale lombarda, in AA. VV. , “Recupero e valorizzazione del patrimonio edilizio. Le cascine lombarde”, Milano, 1998, p.57.

(3) Don Nemesio Farina (parroco di Agrate Brianza dal 1949 al 1989), “La curt di Murnéen” scritto pubblicato sul bollettino della parrocchia di San Eusebio.

(4) Sui Gallerani cfr. F. Capponi, Gallerani, una potenza in Brianza, in “Il Cittadino”, Monza, dicembre 1998.

(5) Nel comune di Monza la roggia percorreva un lungo tratto: lungo le stradine oggi chiamate via Gallarana e via del Molino S. Michele, del quale garantiva il funzionamento, quindi in via Libertà, toccava poi le cascine S. Giacomo e S. Paolo, correva quindi lungo la via Modigliani, dietro al palazzo dell’INPS, infine, oltrepassato l’odierno viale Sicilia, procedeva sempre a zig-zag in direzione di S. Albino e di Brugherio.

(6) AA. VV., “Storia di Monza e della Brianza”, Milano 1969, volume III, Tav. 17,

(7) Cfr. M.G. Sala Zamparini, M.T. Vismara, Agrate Brianza tra memoria e futuro, Agrate Brianza 1989, p. 167 e A. Tornaghi, Il paese di Carugate, Carugate, 1973, pp. 100-101.

 

Gli autori di Vorrei
Pino Timpani
Author: Pino TimpaniWebsite: http://blog.libero.it/PinoTimpani/

"Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare contrade a venire." (Gilles Deleuze & Felix Guattari: Rizoma, Mille piani - 1980)
Pur essendo nato in Calabria, fui trapiantato a Monza nel 1968 e qui brianzolato nel corso di molti anni. Sono impegnato in politica e nell'associazionismo ambientalista brianzolo, presidente dell'Associazione per i Parchi del Vimercatese. Ho lavorato dal 1979 fino al 2014 alla Delchi di Villasanta, industria manifatturiera fondata nel 1908 e acquistata dalla multinazionale Carrier nel 1984 (Orwell qui non c'entra nulla). Nell'adolescenza, in gioventù e poi nell'età adulta, sono stato appassionato cultore della letteratura di Italo Calvino e di James Ballard.

digilander.libero.it/pinotimpani/

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