Questo sito utilizza cookies, anche di terze parti. Per proseguire devi accettare la nostra policy cliccando su “Sì, accetto”.

ESG

 

  • Il diavolo ci ha messo la coda. Che fare?

    Print Friendly, PDF & Email

     20220718 diavolo

     

     

    Nell’aprile dello scorso anno ho scritto su questa rivista un articolo dal titolo: “La svolta globale. Se il diavolo…”

    In quell’articolo prospettavo la possibilità di un cambiamento radicale dell'economia e della convivenza globale dopo la pandemia. Un cambiamento non solo delle politiche economiche degli stati, ma anche dei comportamenti delle imprese e delle persone verso un’economia attenta alla compatibilità ambientale e alla riduzione delle disuguaglianze e della povertà.

    Questa prospettiva era suffragata non solo da nuovi orientamenti politici e programmi di investimenti pubblici (come l’Agenda 20-30 dell’ONU, la “Bidenomics” in USA, il Next Generation Plan dell’Unione Europea e il PNRR in Italia), ma anche da una inedita consapevolezza da parte delle imprese, in particolare delle grandi multinazionali, della possibile convergenza dell’obiettivo del profitto con quelli della riduzione delle disuguaglianze e del risanamento ambientale.

    Purtroppo il diavolo ci ha messo la coda, usando come killer Vladimir Putin.

     

    20220718 killer

     

    Nel dicembre del 2021 mi chiedevo, su Facebook, come mai nonostante «il fabbisogno urgente ed ingente di risorse per combattere il degrado ambientale, le disuguaglianze globali e la pandemia, nessuno proponesse una riduzione delle spese militari, in forte aumento negli ultimi decenni anche per l’allarmante corsa al controllo dello spazio». Riduzione sollecitata solo pochi giorni prima, come in un risveglio da un lungo sonno, da un nutrito gruppo di scienziati.

    Ed ecco che ci troviamo nuovamente nella realtà descritta da Salvatore Quasimodo nel culmine della seconda guerra mondiale, in due terribili poesie: “Uomo del nostro tempo” e “Alle fronde dei salici”. Al “piede straniero opra il cuore” dell’Ucraina, alle migliaia di morti tra la popolazione civile, a milioni di sfollati, a case e fabbriche sistematicamente rase al suolo.

    Tra i segnali reali delle prospettive di una rivoluzione positiva avevo segnalato in un altro articolo la forte crescita di investimenti ESG(Environment, Social, Governance) da parte non di generiche e minoritarie espressioni di “finanza etica”, ma da grandi investitori istituzionali, tra cui la Banca d’Italia. Era la conferma finanziaria della sempre più diffusa consapevolezza che gli interessi privati e quelli sociali (ambientali, di equità) nel lungo termine tendono a convergere.

    Il diavolo ha interrotto il circolo virtuoso.

    La guerra in Ucraina ha costretto a stornare le risorse economiche verso fonti altamente inquinanti e verso il settore bellico.

    Il riarmo, il ritorno al carbone, una pandemia Covid ancora strisciante, eventi ambientali come la siccità e lo scioglimento dei ghiacciai hanno scatenato una tempesta perfetta.

    Che fare?

    A mio parere occorre apprendere la lezione della storia, e in particolare quella del comportamento dei britannici nella seconda guerra mondiale: resistenza a oltranza contro gli aggressori e contemporanea progettazione del futuro, sotto i bombardamenti.

    La crisi energetica sta determinando due tendenze contrapposte. Una negativa e sperabilmente di breve termine: il ritorno alle peggiori fonti fossili. L’altra, positiva e di lungo termine: l’accelerazione del passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili.

    Secondo alcuni la guerra non inciderà sulle tendenze di lungo termine finalizzate alla compatibilità ambientale e alla riduzione delle disuguaglianze.

    Interessante, in proposito, l’intervista a Mark Wiedman, capo delle strategie di Black Rock, il più grande gestore di patrimoni del globo, dal titolo “La guerra in Ucraina sarà una svolta chiave nella storia del capitalismo”, su Affari & Finanza del 24 giugno scorso. Anche Black Rock ha spostato parte dei suoi investimenti sui settori più redditizi del momento, sacrificando quelli certificati ESG (Environment, Social, Governance). Ma Wiedman ritiene che gli alti prezzi delle fonti energetiche fossili imprimeranno una forte accelerazione al passaggio alle fonti rinnovabili (con l’aiuto temporaneo del gas naturale). E ciò a cui dà maggiore importanza é il comportamento responsabile delle imprese, come il ritiro delle loro filiali operative dalla Russia. L’opinione, propagandata negli ultimi tempi, di una maggiore efficienza degli stati autoritari sta appassendo, cedendo il passo alla superiorità dei sistemi democratici, testimoniata dalla rapidità di adozione e dalla qualità dei vaccini contro il Covid 19.

     

    20220718 pannelli

     

    Sulla stessa linea, sia pure su dimensioni ben minori, é Nino Tronchetti Provera, fondatore di Ambienta, società che investe esclusivamente in imprese dedicate alla sostenibilità ambientale. A suo parere «ormai non si può più fare a meno di una transizione verso un’economia più sostenibile» che prefigura grosse opportunità per le imprese.

    E più dei manifesti sul nuovo orientamento delle imprese a favore degli stakeholder e della società civile, come quello formalizzato dai capi delle maggiori multinazionali riuniti nella Business Roundtable, vale una pagina pubblicitaria della KPMG, una delle maggiori società di consulenza alle imprese, che dice ai potenziali clienti: «Diamo al tuo mondo una nuova visione. Il nostro approccio data-driven ti aiuta ad acquisire una visione completa di tutti i tuoi stakeholder. Puoi accrescere il coinvolgimento e creare fiducia, mentre promuovi lo sviluppo in ogni area del tuo business. Perché non basta quanto cresci, ma come”.

    Ma l’orientamento alla compatibilità ambientale, al coinvolgimento sociale, al buon governo delle imprese non è la nuova versione della "mano invisibile" di Adamo Smith. Esso richiede un imporante intervento pubblico, locale e globale. Ancora: "Più mercato. più stato".

    Lo stato sociale (istruzione pubblica, sanità gratuita per tutti, reddito minimo, abitazioni...) comporta la disponibilità di ingenti risorse pubbliche. Già attualmente in Italia la quota del settore pubblico nel PIL supera il 40%. Più che puntare su un ulteriore, difficile aumento della spesa pubblica, e quindi delle  tasse, é necessario agire con interventi senza spese che aumentino l’orientamento del settore pubblico alla promozione del risanamento ambientale e della riduzione delle disuguaglianze e della povertà. Con interventi non solo “successivi”, finalizzati a correggere gli effetti inquinanti e iniqui prodotti da un sistema economico liberista, ma soprattutto "preventivi" con norme miranti ad anticipare i comportamenti nocivi per l’ambiente e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.

    Nel corso dei miei precedenti articoli ho evidenziato le proposte in questo senso di autorevoli economisti, tra cui alcuni premi Nobel, per lo più, purtroppo, inascoltati.

     

    20220718 madagascar

     

    Tento qui di seguito di richiamarli, senza aspirare a una completezza, facendo osservare che gran parte di queste proposte, se non addirittura tutte, richiedono accordi internazionali:

    . Contrasto più severo all’evasione e all’elusione fiscale, consentito dalla maggiore tracciabilità digitale.

    . Eliminazione dei paradisi fiscali, con accordi internazionali sulla tassazione delle imprese.

    . Ritorno alla progressività delle tasse precedente al periodo neo-liberista.

    . Imposte su successioni e donazioni e sui patrimoni limitate al decile o al 20% più abbiente dei contribuenti, finalizzate alla riduzione del carico fiscale sul 50% dei meno abbienti.

    . Ostacoli alla finanza speculativa, “fine a se stessa”, a favore di una finanza al servizio dell’economia reale e della comunità internazionale (ripensamento della Tobin tax).

    . Legislazione antitrust.

    . Salario minimo.

    . Reddito di inclusione o di cittadinanza universale.

    . Redistribuzione della spesa pubblica a favore degli obiettivi di risanamento ambientale e riduzione delle disuguaglianze di ogni tipo (territoriali, di genere, etniche, generazionali… ).

    . Ritorno ai trattati internazionali per la riduzione delle spese in armamenti.

    . Riqualificazione degli aiuti ai paesi arretrati per favorirne lo sviluppo endogeno (“Piani Marshall”).

    . Riserva dei bandi pubblici alle sole imprese certificate ESG.

    . informatizzazione della PA mirata sulla semplificazione e sulla trasparenza, al servizio del cittadino e non solo della macchina pubblica.

    . Politiche attive del lavoro, basate sulla formazione permanente, essenziale per la transizione tecnologica e digitale, e sulla rilevazione mirata della domanda insoddisfatte di competenze .

    . Eliminazione delle differenze retributive tra uomini e donne.

    . Riduzione delle differenze tra le retribuzioni dei vertici aziendali e quelle dell’ultimo livello dei lavoratori, differenze aumentate in misura esorbitante negli ultimi decenni, dandogli adeguato peso nella certificazione ESG.

    Ma intanto occorre fare di tutto per superare la transizione bellica, tagliando la coda del diavolo.

    Sperando che non si trasformi in un gatto a nove code, magari confuso con i gatti spensierati di Roma.

     

  • Come prevenire le disuguaglianze (2) Investendo in ESG

    Print Friendly, PDF & Email

     20210812 ricilaggio

     

    In un famoso film del 2002 di Steven Spielberg, dal titolo “Minority Report”, si immagina che nel 2054 sia stato introdotto un programma digitale capace di prevenire gli assassini. La sperimentazione su Washington avrebbe annullato completamente gli omicidi.

    Nel mio ultimo articolo, dedicato alla prevenzione delle disuguaglianze inique, ho parlato di nuovi orientamenti culturali o addirittura di “rivoluzioni” che caratterizzerebbero i tradizionali paradigmi della scienza economica. In particolare di un passaggio da una scienza specialistica orientata esclusivamente all’utile e allo sviluppo quantitativo, a una aperta agli altri saperi e orientata anche a rispondere alle esigenze ambientali e sociali.

    Ma sono stato prudente nel sostenere che questi orientamenti, spesso solennemente enunciati, si siano tradotti in effettivi e adeguati comportamenti.

    Ho citato Richard Cohen, con il suo “Impact Revolution”, nel quale propone di dare vita ad imprese capaci di integrare il rischio economico, connesso con la ricerca del profitto, con finalità umanitarie. Ma anche in questo caso non mi è sembrato che possano essere ottenuti risultati di grande rilievo globale, contrariamente a quanto sostiene o auspica Cohen.

    Ma ora si stanno affermando nuove forme d’investimento, che fanno presagire un reale cambiamento dei comportamenti finanziari globali nel senso della maggiore equità e compatibilità ambientale.

    Questo cambiamento, che ha come acronimo ESG, consiste nel fatto che le imprese non verranno più valutate  soltanto sulla base  dei risultati economico/finanziari, ma anche dei loro comportamenti ambientali, sociali e gestionali, tali da incidere sulla loro reputazione e quindi sulla valutazione di mercato. Come si vedrà, i quattro criteri (economico, ambientale, sociale, gestionale) sono strettamente interconnessi, anzi si compenetrano vicendevolmente.

    Un problema sta nella adozione di indicatori che integrino quello, semplice ma inadeguato, del PIL, cioè del prodotto economico complessivo di tutte le attività di un paese.

    In un comunicato del maggio 2019, la Banca d’Italia ha dichiarato di aver «modificato le modalità di gestione dei propri investimenti finanziari attribuendo un peso maggiore ai fattori che favoriscono una crescita sostenibile, attenta alla società e all'ambiente. Aumenteranno quindi le risorse destinate alle imprese con le migliori prassi ambientali, sociali e di governance».

    Nello stesso documento la Banca comunica i criteri di valutazione adottati: per l’ambiente, le emissioni di CO2 e i consumi di energia e di acqua; per gli aspetti sociali, la percentuale di donne impiegate sul totale dei dipendenti e nei ruoli manageriali; per la governance, ancora la percentuale di donne nel Consiglio di Amministrazione, la separazione dei ruoli di presidente e di amministratore delegato, la percentuale di membri indipendenti nel CdA, l’adozione di misure anticorruzione.

    E’ evidente la prudenza dei criteri adottati dalla Banca, che li rende insufficienti, anche se aperti a progressive integrazioni, nella misura in cui le metriche diventano possibili, cioè sufficientemente oggettive e condivise.

     

    20210812 banca

     

    Proviamo a elencare i problemi che dovrebbero essere considerati e misurati, oltre a quelli adottati dalla Banca d'Italia:

    Per l’ambiente, dovrebbero essere presi in considerazione anche gli scarichi industriali e lo smaltimento e riciclo di scarti e rifiuti, nell’ottica dell’economia circolare.

    Per gli aspetti sociali, si dovrebbe temer conto di tutti gli aspetti che riguardano gli stakeholders, coloro cioè che sono coinvolti nell’attività aziendale, e non solo gli shareholder, cioè i proprietari. Come i fornitori, che non dovrebbero essere sottoposti a pratiche di monopsonio, cioè di sfruttamento da parte dell’acquirente. E i clienti, nei confronti dei quali l’impresa dovrebbe essere il più possibile trasparente quanto a qualità di materiali e ingredienti, ai processi di produzione, e corretta nei messaggi pubblicitari. Tra gli stakeholder dovrebbe essere inclusa la comunità in cui l’azienda è inserita, ad esempio per quanto riguarda il traffico generato e l’inquinamento acustico.

    Per la governance, la sufficiente presenza di personale femminile costituisce evidentemente un criterio dovuto ma minimo. Anche l’uguaglianza dei livelli retributivi tra i due sessi, che non presenta particolari problemi di misurazione, dovrebbe essere considerata. Un aspetto, ancora prevalentemente rimosso, dovrebbe essere messo in evidenza e affrontato: la differenza dei livelli retributivi tra i vertici aziendali e il dipendente di ultimo rango. E’ uno dei divari più scandalosamente aumentati negli ultimi trent’anni. Anche le ore dedicate alla cultura e alla formazione dei dipendenti sul totale dell’orario lavorativo dovrebbero essere considerate. E dovrebbe essere rilanciata la considerazione della durata degli orari di lavoro, perché studi recenti dimostrano che “lavorare meno, lavorare tutti”, a parità di retribuzioni, significa anche lavorare meglio sia dal punto di vista umano che da quello economico.

    Dal percorso verso l’ESG le imprese possono trarre vantaggi o incontrare difficoltà. Gl’interventi finalizzati a ridurre l’impatto sull’ambiente possono comportare investimenti, ma anche vantaggi consistenti in termini di riduzione dei consumi energetici e idrici e degli sprechi. Ma gl’interventi finalizzati al miglioramento dei rapporti sociali e della governance, decisi a livello di una singola impresa, posso essere resi difficili dalla necessità di competere nel breve termine contro chi non adotta i criteri ESG.

    Ma l’impegno ESG spinge le imprese a ragionare sul medio-lungo termine piuttosto che sul breve termine. E politiche apparentemente costose nei confronti di fornitori, dipendenti e clienti possono rivelarsi nel lungo termine importanti fattori di un vantaggio competitivo difficilmente attaccabile. E’ quanto sosteneva Frederick F. Reichheld, presidente della società di consulenza strategica Bain & Co., nel suo “Loyalty Effect” del lontano 1996, descrivendo un circuito virtuoso del successo delle imprese. Ma come mai dimentichiamo il visionario Adriano Olivetti, che proponeva una fusione tra cultura, ambiente, innovazione tecnologica e successo economico, realizzata concretamente nelle sue imprese, e il suo Movimento di Comunità, andati dispersi purtroppo con la sua morte?

    La possibilità per la singola impresa o gruppo lungo di percorrere la via ESG è condizionata dal contesto socio/economico globale. Ma come ho già fatto rilevare nel precedente articolo, il clima a livello internazionale (Agenda 2030 dell’ONU, accordi a livello di OCSE e G20, consolidamento dell’Unione Europea), sembra favorevole, avendo intrapreso una sorta di inversione di marcia rispetto ai circa 40 anni passati.

     

    20210812 manager

     

    Questo clima in un certo senso rivoluzionario dovrebbe essere integrato da una politica finanziaria globale che penalizzi le pratiche speculative, generatrici di rendite improduttive e inique. I recenti accordi per una tassa minima globale sulle imprese multinazionali, finalizzati a far cessare la letale competizione al ribasso tra i diversi paesi e a colpire i paradisi fiscali, dovrebbe essere solo l’inizio. La proposta del premio Nobel James Tobin per una tassa sulle transazioni finanziarie, da considerare alla stregua del gioco d’azzardo, proposta nel 1972 e affossata, dovrebbe essere riesumata con le potenzialità consentite dalla rivoluzione digitale. Occorrerebbe anche difendere l’ambiente urbano dalla speculazione e dalla rendita edilizia, con un blocco drastico del consumo di suolo.

    E’ il caso di ricordare che stiamo parlando delle sole misure dirette a prevenire disuguaglianze e povertà, e non delle strutture e servizi attinenti ai diritti fondamentali (sanità, scuola, casa, reddito minimo) e delle misure correttive delle disuguaglianze, affidate soprattutto all’intervento pubblico e a una fiscalità progressiva e redistribuiva. Per quanto si possa prevenire agendo sui comportamenti delle imprese e dei mercati, le pubbliche istituzioni non potranno rinunciare all’esercizio di funzioni e  interventi che sono loro propri.

    Comunque, è sperabile che negli anni futuri il successo nella prevenzione delle disuguaglianze e della povertà diventi oggetto di un “majority report”!

     

    20210812 pomodori