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Lo scrittore Giorgio Fontana, premio Campiello 2014, ha chiuso l'ottava edizione della rassegna culturale BruMa 2014. Tra storie di esistenze robuste e riflessioni sul ruolo dell'intellettuale oggi, ecco la nostra intervista.

 

Anche per l'ultimo appuntamento di BruMa, la sala della biblioteca Civica di Brugherio era piena per ascoltare la storia di Giorgio Fontana. Nato a Saronno, ma vissuto a Caronno Pertusella, in provincia di Varese, ha studiato Filosofia alla Statale di Milano. Al tempo delle sue peregrinazioni, tra Montpellier, l'Irlanda e Milano, Giorgio Fontana aveva già scritto i suoi primi romanzi, i primi quattro cestinati, "banalmente perché brutti", come afferma. E noi crediamo a quel che dice, al suo volto onesto come la sua scrittura, chiara, precisa, puntuale. Pochi fronzoli e giri di parole o voli pindarici, quelli li lascia fare alle menti solleticate dalle storie che racconta, che hanno consistenza, e dai personaggi profondamente tratteggiati. Salva il quinto romanzo, e a ragion veduta, perché diventa, nel 2007, il suo romanzo d'esordio, Buoni propositi per l'anno nuovo.
Nel frattempo, tra lavori precari vari, continua a pubblicare: nel 2008 Novalis e Babele 56, nel 2011 il saggio La velocità del buio e il romanzo Per legge superiore con il quale approda alla casa editrice palermitana, Sellerio con cui ha pubblicato, quest'anno, Morte di un uomo felice, romanzo con il quale si è aggiudicato il premio Campiello.

Non avevo nessuna voglia di raccontare di un altro magistrato

Partiamo dal suo ultimo romanzo Morte di un uomo felice: due epoche raccontate quasi in parallelo, la storia di un partigiano e quella di suo figlio, magistrato negli anni Settanta, inizi anni Ottanta, nei cruenti anni del terrorismo. Perché questi pezzi di Storia?
In verità il mio impulso a raccontare questa storia, non viene dalla voglia di raccontare un pezzo di storia italiana. Viene dal fatto che, una volta terminato Per legge superiore, dove c’era già Giacomo Colnaghi (figura centrale dell'ultimo romanzo, N.d.R.), un protagonista minore in qualche modo, io non riuscivo a togliermi dalla testa questo bel personaggio che, pur avendolo tratteggiato in poche righe, mi piaceva, aveva tante qualità che lo rendevano narrativamente interessante.
Non avevo nessuna voglia di raccontare di un altro magistrato e meno ancora voglia di andare a impelagarmi in un periodo di storia così complesso, difficile da ricostruire per uno che non l’ha vissuto, però quando un personaggio è talmente lì presente, quasi a morderti la gola, ti liberi dall’ossessione raccontandolo. E quindi mi sono infilato in questo ginepraio che è durato tre anni, all’incirca, in cui ho studiato tantissimo la storia di quel periodo, imparando molto, perché mi sono reso conto che ne avevo una concezione abbastanza da manuale, corretta ma superficiale, e nel contempo ci ho attaccato la storia della Resistenza, nelle fabbriche sempre di questa zona, più o meno nel saronnese. Questa parte di Storia invece la conoscevo un po’ meglio, più che altro per una questione familiare. Nel libro, infatti, ci sono alcune cose che sono capitate a mio nonno, che era un partigiano bianco e non comunista come Ernesto Colnaghi, a Garbagnate. In particolare c’è proprio una scena nel libro in cui Ernesto Colnaghi vede un ragazzo in una osteria a cui viene puntata la pistola alla tempia e poi scappa. Ecco, questo fatto successe a mio nonno a Garbagnate. La cosa bella è stata studiare, andare a cercare quei testi che sono introvabili o addirittura in un’unica copia con tutte le memorie dei partigiani e riscoprire questa Resistenza che magari è anche poco raccontata. Se uno pensa a un partigiano se lo immagina alla Fenoglio, con il fucile in spalla nei boschi, invece tanto lavoro è stato svolto nelle retrovie con scioperi, picchettaggi, sabotaggi. È stato molto bello, anche per ragioni banalmente civili e morali, e narrativamente interessatissimo. Ho scoperchiato una piccola storia locale di cui non sapevo quasi nulla.

Lei si muove spesso lungo quel confine che delimita il giusto da non giusto, e nei suoi ultimi romanzi, come abbiamo appena visto, ha posto questa tematica nel suo luogo di eccellenza: il Palazzo di Giustizia. È stata una scelta casuale che ha seguito ai fini della sua narrazione, come in parte ha già affermato, o invece, è stata anche dettata da un’urgenza dell'oggi, in cui il “senso” del giusto, si è perso o si sta perdendo?
No, assolutamente. Su queste cose sono sempre molto chiaro: la mia scrittura non nasce con altri fini se non la storia e la scrittura stessa. Quando scrivo penso solo a quello, anzi quando scrivo direi che non penso a niente, scrivo e basta. Troverei molto disonesto da parte mia scrivere un romanzo con in mente l’idea di dimostrare una tesi o anche solo ispirarmi a un sentore pubblico che magari non c’è più. Non mi interessa. Nel caso posso scrivere un saggio, come per altro ho fatto. E invece a me quello che interessava, era rispondere alla domanda che mi ronzava in testa “questo Giacomo Colnaghi cosa avrà ancora da raccontarmi”? Pensa che addirittura nella prima versione, nelle primissime trenta pagine di Per legge superiore, il personaggio non era neanche un magistrato, era un funzionario, un "impiegatino" del sud della Francia, che si trovava alle prese con un caso molto simile, in cui era messo alle strette dal punto di vista della coscienza civile e morale. A me non interessa raccontare la Storia, o raccontare la storia della magistratura in Italia, a me interessa raccontare i conflitti di un’esistenza; a me interessano Roberto Doni, Giacomo Colnaghi, i singoli. Tutto il resto è uno sfondo che può diventare protagonista a volte, sicuramente la riflessione sulla giustizia, lo può diventare, penso alla stessa Milano, che è più di uno sfondo nei miei libri. Però a me interessa altro: raccontare delle esistenze.

20141030-fontana-coverMilano, sì, è più che uno sfondo. Se prendessimo a prestito il linguaggio cinematografico potremmo dire che nei suoi romanzi vince l’oscar come migliore attrice non protagonista. Qual è il suo rapporto con questa città?
Da ragazzo era una città che mi stava sulle scatole; era anche molto irraggiungibile. Certo potevo arrivarci con mezz’ora di treno, ma quel treno da una certa ora in poi non c’era più, bisognava prendere un autobus. Non era vissuta, non era la mia città. Frequentandola un po’ di più questo rapporto di amore/odio si è lentamente stemperato in più amore con ogni tanto delle punte di "incazzatura", che credo chiunque in qualunque città abbia. Poi è diventata abbastanza naturalmente un’attrice non protagonista dei miei libri perché credo sia una città che, per le storie che racconto io, sia perfetta. Ha questo tenore solitario, malinconico, queste luci molto particolari, è molto sobria, sa anche essere molto cattiva. In generale è una città dove ognuno può essere un po’ quel che gli pare. Questo lo apprezzo sia personalmente, perché sono una persona abbastanza appartata, sia letterariamente perché è bello raccontarla nei miei libri. Penso tra l'altro che sia stata raccontata piuttosto male Milano, in maniera piuttosto limitata. Spesso sotto il filtro del noir, ad esempio, o sotto il filtro di alcuni luoghi comuni, molto scontati: la Milano da bere, la città della moda, la Milano degli aperitivi, degli apericena. Oppure ancora con la nostalgia verso una Milano che non c’è più o che c’è ancora ma che cambia. Milano sembra prigioniera o di questi anni Ottanta che non finiscono mai o della Milano di Jannacci che però è scomparsa. Non possiamo invece provare a raccontare la Milano che c’è? E che ha ancora tanta anima popolare, tanta anima resistente che sta al di fuori della circonvallazione interna ovviamente, presente nelle parti che piacciono a me, nei quartieri appesi attorno a piazzale Loreto, via Padova, Lambrate, ma anche solo Porta Venezia. Un po’ tutti questi luoghi, che sono un po’ i miei luoghi del cuore, hanno tanto da dire, hanno tanto da raccontare a uno spirito attento che li vuole tirare fuori.
Se devo pensare a chi per me ha raccontato bene Milano, i miei ispiratori in questo senso, non ci trovo nessuno di strettamente contemporaneo né di strettamente recente, ma ci trovo ad esempio Bianciardi, Testori, Arpino, il Buzzati di Un amore.

A me piace scrivere in una maniera assolutamente chiara. Detesto i trucchetti linguistici

Nei suoi romanzi c’è sempre un occhio attento al linguaggio: ad esempio in Morte di un uomo felice si pone attenzione al linguaggio dei comunicati dei brigatisti, cito un brevissimo estratto “la lingua di quei comunicati – così burocratica e sterile, slegata da ogni realtà, paradossalmente tanto simile a quella dei politici che combattevano” (ricordando Il caso Moro di Sciascia, autore al quale è stato accomunato), in Per legge superiore al linguaggio come un ritorno alle origini delle cose, quasi come appropriazione delle cose a partire dalle parole, in Babele 56 all’origine di parole che a volte sembrano solo bei suoni come ambaradan, mentre invece nascondono sempre qualcosa. Cos’è dunque la lingua? Qual è il suo linguaggio? E come lo costruisce di volta in volta?
Ogni tanto faccio delle sorte di "metariflessioni" sul linguaggio, probabilmente mi deriva un po’ deriva dagli studi che ho fatto, l’attenzione al linguaggio per uno che studia filosofia è cruciale, per uno scrittore è massimamente cruciale, anche se l’attenzione riflessiva sulla lingua è un’altra attitudine. Mi interessa enormemente da entrambi i punti di vista. Personalmente cerco di porre sempre la massima attenzione sulla lingua quando scrivo, al di là delle riflessioni, perché credo sia un dovere, benché la storia resti un fattore preponderante, i personaggi, lo scavare all'interno di questi, è quello che ricordiamo, quello che essenzialmente ci affascina di un libro. Io continuo a essere un grande amante delle narrazioni robuste, con bei personaggi. Gli svolazzi stilistici fini a se stessi sono lontani dal mio orizzonte. Però nello stesso tempo credo sia fondamentale avere cura della propria lingua per tanti motivi. In primo luogo perché è un peccato se una bella storia venga raccontata in maniera sciatta. In secondo luogo perché io ritengo che uno scrittore debba lentamente plasmare la propria voce, che è unica, il proprio stile, fatto di piccoli dettagli che magari a una prima lettura sono irriconoscibili ma poi uno se ne accorge che sono questi dettegli a fare il marchio di fabbrica. Ed è questo un lavoro che dura tutta la vita, naturalmente. Io stesso sono in continua evoluzione. A me in particolare piace scrivere in una maniera assolutamente chiara. Detesto i trucchetti linguistici, li detesto sia in narrativa perché mi sembrano delle trappole per il lettore in cui si cerca di stupirlo con degli effetti speciali, e poi magari a una seconda lettura ti accorgi che non vogliono dire assolutamente niente, immagini altisonanti ma vuote. Ancora di più quando scrivo articoli o saggi, in questi casi è quasi una questione di impegno democratico per cui devi riuscire a farti capire da chiunque abbia voglia di mettersi lì. Se una cosa è complessa non la puoi banalizzare però non devi rendere complesso ciò che è semplice. Per cui devo essere assolutamente trasparente. E poi mi piace molto curare la musicalità della frase, perciò magari, dopo aver riscritto e aggiustato tutto, rileggo e riscrivo per tante altre volte per cercare di dare un ritmo, non a tutte le frasi o a tutte le parti del romanzo, ma a dei particolari punti, alle parti più liriche, alle descrizioni in cui voglio che la frase abbia un ritmo, sia quasi cantabile. Questa è una lezione che ho assorbito da ragazzo, quando ammiravo il respiro jazzistico delle frasi di Kerouac. Sembrano davvero dei fraseggi e se sposti una parola crolla la musica della frase. Credo che questa sia una delle cose più belle che puoi fare con le parole.

Occorre spazzare dal tavolo qualunque forma di intellettuale vate, maître à penser, di sapiente, di intellettuale con la i maiuscola, quello che ti detta la linea, che ti illumina con la sua formula

Qual è il ruolo dell'intellettuale di questi tempi?
Ho scritto proprio un pezzo che si intitola L’intellettuale oggi che è uscito sullo «Straniero» un paio di anni fa, si trova sul mio sito. La mia idea in sintesi è che occorre innanzitutto spazzare dal tavolo qualunque forma di intellettuale vate, maître à penser, di sapiente, di intellettuale con la i maiuscola, quello che ti detta la linea, che ti illumina con la sua formula, quello che è con il panciotto, la pipa, gli occhiali ed è più un saggio. Per me l’intellettuale è uno semplicemente che usa, in maniera trasparente, corretta e onesta, il suo intelletto e le parole per chiarificare alcuni nodi della società, illuminarli e possibilmente suggerire qualche modo per risolverli. In questo senso deve avere una funzione pedagogica, educativa ma in senso libertario, non con l'atteggiamento del'"eccomi che ti dico com’è la vita”, ma "eccomi che provo a ragionare e vedi tu se c’è qualcosa di buono nelle mie parole altrimenti non ascoltarmi". L’idea di un testo che si impone a qualcuno non mi appartiene, per me un testo si offre, non si impone. Deve invitare al ragionamento personale, non deve sostituirsi al ragionamento personale. E questo si ricollega a quello che dicevo prima. Più un testo è oscuro, più è vaticinante, più io ne diffido per una ragione molto semplice. Perché non è falsificabile, come diceva Popper: una preghiera, un salmodiare, un grande discorso retorico è molto affascinante, ma non è falsificabile, quindi non è criticabile. Se io non ti posso criticare tutto degenera in un rapporto di potere dal quale, attenzione, anche i più grandi intellettuali italiani non sono sfuggiti. Pasolini non è sfuggito minimamente. Io non vorrei mai essere Pasolini. Io vorrei essere Nicola Chiaromonte, Andrea Caffi, Camillo Berneri, vorrei essere uno di questi grandi intellettuali dell’area anarchica che non si sarebbero mai sognati di porsi in maniera così unica. L’intellettuale non deve essere unico, deve essere replicabile, deve essere una figura assolutamente minoritaria secondo me e assolutamente non sistematizzata e sistematizzabile. Quindi se io divento Gramelllini ho sbagliato tutto, perché sto fornendo una pillolina giornaliera. No, io devo fare tutt’altro, né organizzare il dissenso né altro, ma suggerire dei modi come hanno fatto i personaggi che ti ho citato, come Camus anche, personaggi marginali che non si sarebbero mai sognati di diventare un editorialista fisso di un giornale.

Ha recentemente vinto con Morte di un uomo felice il premio Campiello, un premio letterario prestigioso. Cosa ha significa e cosa significherà questo premio per lei?
Al momento una grande gioia ovviamente, molta emozione, il riconoscimento che ho lavorato bene e allo stesso tempo un punto di ripartenza per lavorare meglio. La mia vita non è cambiata e non voglio che cambi per certi aspetti. In futuro se le cose continuano ad andare così - il libro vende molto bene, gli editori esteri sono molto interessati, ho iniziato a collaborare con altre realtà editoriali, altre riviste e giornali - banalmente potrebbe alleggerirmi il mio carico di lavoro quotidiano in ufficio, prendere una collaborazione esterna e avere più tempo per scrivere. Il massimo che possa darmi il Campiello e tutto ciò che voglio è svegliarmi al mattino, fare colazione e avere otto, dieci ore davanti a me di silenzio, solitudine e possibilità di lavorare alla scrittura.

Cosa fa oltre a scrivere?
Lavoro in una azienda di software. Mi occupo di contenuti e siti web, soprattutto di indicizzazione per i motori di ricerca e di comunicazione. Lavoro soprattutto in inglese, ma anche in italiano e francese. È un bel lavoro, un bellissimo ambiente, tra l’altro. Però ammetto che al momento sta diventando problematico fare tutto. Non ho più tempo per scrivere, che è una cosa che mi rende infelicissimo.