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Vorrei | Rivista non profit


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Il sistema culturale del capoluogo brianteo. Dopo il patrimonio tangibile, ripercorriamo le attività: dall'arte al teatro, dalla poesia alle performance. Una città che produce abbastanza cultura o che si limita al consumo? 

 

Alcuni giorni fa abbiamo provato a ipotizzare la candidatura di Monza a capitale italiana della cultura, non una vera proposta ma un pretesto per fare il punto della situazione culturale nel capoluogo brianteo in un momento in cui prova ad accreditarsi come città d’arte e cultura. In quella prima parte di questa piccola ricerca abbiamo sinteticamente riepilogato i luoghi di interesse storico, artistico e architettonico di Monza e le rispettive condizioni di salute. In questa seconda puntata proviamo a fare il punto invece della produzione culturale cittadina. Dopo aver sgranato le perle del patrimonio tangibile ereditato dal passato, andiamo quindi a elencare quanti e quali sono i momenti di vita e vitalità di maggiore interesse culturale della città.

Delle mostre abbiamo cominciato a parlare a proposito della Villa Reale, dei suoi alti e bassi nell’offerta degli ultimi due anni. Vanno aggiunte le numerose esposizioni prodotte dal settore cultura del Comune e va segnalata la Biennale giovani che porta ogni volta un po’ d’aria fresca e che con la collocazione fra Arengario e altre strade del centro dell’ultima edizione ha forse trovato un dialogo più felice con la città. Poi le mostre con un solo quadro che da un paio di anni si tengono nella Reggia con la curatela di Andrea Dusio (La flagellazione di Cristo di Caravaggio nel 2016).

 

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Andrea Dusio introduce la stampa a La flagellazione di Cristo in Villa Reale

 

Ma se c’è un elemento nuovo a Monza è costituito dalla presenza ormai costante di Vidi, la società diretta da Luigi Emanuele Rossi che ha ereditato il know how e la squadra di Aleph (artefice dell’arrivo del murale di Keith Haring, nel 2007) e che ha debuttato nel 2014 con la mostra al Serrone della Reggia sui dipinti di Giorgio De Chirico. Sono seguite quest’anno quella sulle fotografie di Robert Doisneau in Arengario, quella su Fate, elfi e folletti in Villa Mirabello (in corso fino a novembre) e quella su Ayrton Senna negli spazi del cosiddetto Museo della velocità all’interno dell’Autodromo. Nei prossimi mesi è attesa una nuova mostra sulla Monaca di Monza  — ancora nel Serrone e con la collaborazione della Fondazione Gaiani — e quella con le foto di Vivian Maier (dall’8 ottobre all’8 gennaio 2017) in un Arengario che a questo punto si candida ad essere quello che per Milano è Palazzo della Ragione, ovvero la sede delle mostre fotografiche dei grandi nomi internazionali.

 

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Piero Pozzi (co-curatore) e Fabrizio Redaelli alla mostra di Doisneau all'Arengario di Monza

 

La presenza di un attore con le capacità di Vidi a Monza significa innanzitutto la possibilità di avere mostre prodotte ad hoc, e non importate già confezionate altrove. Già questo segna una netta differenza rispetto ad altre operazioni “subite” in passato, tanto per citarne una l’imbarazzante “Amore e psiche” di inizio 2014. Miscuglio ambulante in cui venivano infilati a forza nomi di un certo richiamo (Dalì, Tintoretto, Canova…) per un insieme dalla riuscita molto discutibile e dal progetto scientifico ancora più impalpabile. Ma soprattutto questo rappresenta un legame vero con il territorio che non è più semplicemente location (scusate la parolaccia) ma centro di produzione. Il che si può tradurre in relazione culturale e non solamente commerciale. Da questo possono nascere occasioni di formazione professionale e di elaborazione condivisa della proposta. Che è la questione che vogliamo maggiormente mettere a fuoco in queste righe: Monza che fa cultura, che la produce e che - forse - l’esporta. Non più e non solo città che importa dall’esterno, che siano i mega concerti o le mostre, le rassegne o gli spettacoli.

Il percorso è evidentemente lungo e pieno di ostacoli. Per esempio perché non c’è una tradizione di questo tipo in città, forse non ci sono neppure abbastanza professionalità o, se ci sono, si rivolgono a Milano per avere opportunità di lavoro. Di autori e esperti nati a Monza in effetti ce ne sono molti in circolazione, noti e meno noti. Pochi lavorano in città perché, oggettivamente, storicamente si è fatto riferimento a Milano. Come mi faceva notare Massimiliano Rossin del Cittadino, gli artisti sulle note biografiche preferiscono scrivere attivo a Milano piuttosto che a Monza o Lissone se vogliono assurgere a un livello di “aura” più che localistico.

Sintomatico di questo deficit creativo è  che Monza non ha un proprio canale televisivo, non ha una radio, non ha un quotidiano e non ha testate che azzardino a fare approfondimento, solo tante ma tante redazioni che rincorrono le notizie del giorno. È un dato di fatto impossibile da ignorare.

 

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L'apertura della Biennale Giovani 2015

 

Come detto, molti identificano nella vicinanza di Milano la causa. Un nodo grosso così che probabilmente non si scioglierà mai. Ma non è detto che sia necessario, perché se è vero che avere a una decina di chilometri la capitale dell’editoria, del design, della moda e di molto altro è sì un freno, un tappo, un muro  per la città, per fortuna è allo stesso tempo un prato fiorito e accogliente in cui va a brucare la classe creativa e intellettuale monzese, che altrimenti non saprebbe cosa fare.

Avviare una spinta produttiva culturale a Monza sarebbe occasione per richiamare in casa le professionalità della diaspora, valorizzare quelle che combattendo hanno resistito all’esodo e formarne di nuove che possano fare tesoro delle esperienze delle altre.

 

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L'assegnazione del Premio Aurelia Josz 2016 nel teatrino della Villa Reale. Da sinistra Deborah Sgubin, Antonetta Carrabs, l'attrice Laura Piazza e, sedute, Eleonora Heger Vita e Annalisa Bemporad

 

Ambire ad essere città d’arte e cultura significa, a nostro modesto parere, fare il salto di qualità ma anche quello da contenitore a factory, in cui vanno bene gli arrivi dall’esterno di piccoli e grandi nomi che favoriscono lo scambio, ma altrettanto importante è produrre cultura. Limitarsi a consumare ci relega a rango di periferia culturale (di lusso visti i prezzi delle case), ma pur sempre periferia. E la vicinanza di Milano deve spingere a individuare una identità forte e distintiva di Monza, perché se si va a lavorare in ambiti in cui la città della madonnina è già nota in tutto il mondo, non si fa molta strada.

Ritagliarsi la propria nicchia, lavorare su un target ben definito può fare di Monza molto più di una sede dislocata della Triennale. Ma servono investimenti, di risorse economiche e progettuali. Serve ragionare sul futuro della città. Serve - lo dicevamo già la volta scorsa - uno scarto, ovviamente culturale. Che non può arrivare dalla politica, o non solo.

 

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Roberto Zanisi ai Notturni 2016 di Musicamorfosi nel roseto della Villa Reale

 

Torniamo alle produzioni che già oggi la città può vantare. Di attività culturali di un certo rilievo, che possano attirare l’attenzione oltre i confini comunali, tolte le mostre, non resta molto. Le rassegne teatrali del Binario7 e del Manzoni (che dalla prossima stagione si presenta con la nuova gestione della Scuola Borsa e della direttrice artistica, Paola Pedrazzini) vanno bene, ma se il primo ha un minimo di produzione — due date della stagione di prosa —, il secondo si limita esclusivamente a ospitare. Oltre questo c’è solo la produzione amatoriale e dei teatri di quartiere. Vedremo nei prossimi mesi se il nuovo progetto dell’Urban Center porterà novità anche sul versante della creazione in loco. Per chi non lo sapesse, l’intero edificio sarà gestito da La danza immobile, la società diretta da Corrado Accordino che finora ha gestito il teatro e l’annessa scuola. L’occasione è molto importante per Monza perché potrebbe diventare la prima vera fabbrichetta della cultura.

 

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Tiziano Fratus ospite di Poesiapresente e CCR

 

Fra le rassegne culturali poi possiamo annoverare quelle che propongono CCR, Novaluna e Procultura. Le attività di Poesiapresente e della Casa della poesia, così come di altre associazoni molto attive. I Notturni e le altre manifestazioni che Saul Beretta con Musicamorfosi propone in ambito performativo. Il talk show intorno ai libri di Dario Lessa (Brianza Book Festival). La granulare attività delle biblioteche (dalle presentazioni di libri alle letture sceniche che ogni anno la Civica propone in collaborazione con Cristina Crippa e Elio De Capitani del Teatro dell'Elfo).

 

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Walter Pozzi firma copie del suo ultimo libro nella Biblioteca Triante

 

Di certo stiamo dimenticando qualcosa e qualcuno e ce ne scusiamo, ma sono sufficienti a fare di Monza una città d’arte e di cultura? Se l’orizzonte è quello cittadino probabilmente sì, forse. Se vogliamo ambire a qualcosa di più, i dubbi aumentano. Sempre per una questione di produzione culturale. Intendiamoci: il calendario degli appuntamenti è sempre ricco, qualcosa di interessante da seguire, vedere, ascoltare alla fin fine si trova. Dipende anche dalle aspettative.

Prendiamo in esame la musica. Fatta eccezione per i cosiddetti maxi concerti estivi, Monza musicalmente non esiste. Non ci sono locali dove si suoni se non saltuariamente. Sì, è nata l’Arci - finalmente - ma è ancora presto per considerarla un riferimento per la musica così come lo sono il Tambourine a Seregno o i tanti altri a Milano e dintorni. Anche qui si paga la vicinanza alla madonnina, evidentemente.

 

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Un momento della serata Parole oltre i muri all'Arci Scuotivento in collaborazione con Il razzismo è una brutta storia e la Casa circondariale di Monza

 

Più volte, da che viviamo a Monza, abbiamo sentito aleggiare la proposta di un festival culturale. Da qualche anno la moda si è un po’ calmata, ma ricorderete certo quando ne nascevano in ogni dove. Spinti dalla riuscita di Mantova, Modena, Trento e pochi altri, in tutta Italia comitati e assessori si sono inventati festival su qualsiasi argomento. Una bolla che ha prosciugato le risicatissime risorse economiche di tanti comuni, bruciando in pochi giorni e meno edizioni aspettative, ambizioni, speranze e velleità. Non sappiamo se a Monza ci siano le condizioni, probabilmente si potrebbero trovare e probabilmente sarebbe anche più funzionale di un concerto uso e getta, perché i festival richiedono il coinvolgimento della comunità. Programmazione e lavoro di squadra. Un mantra che in ambito culturale è abusato oltre ogni limite ma per nulla applicato.

 

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Il Brianza Book Festival 2016, ospite del Museo e Tesoro del Duomo di Monza

 

A parte quanto sinteticamente elencato finora, cosa si produce culturalmente a Monza? cosa riesce a superare la soglia di irrilevanza da circolino? Scrivete a direttore@vorrei.org e sbatteteci in faccia tutto quello che colpevolmente abbiamo trascurato, saremo felici di cospargerci il capo di cenere.

La prossima volta proveremo a parlare della classe intellettuale cittadina, che significa per lo più un’arzilla combriccola di anziani.

 

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Curiosi alla vetriva della galleria Villa Contenporanea in via Bergamo a Monza, durante una serata in collaborazione con Poesiapresente

 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Grafico e art director, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Siti web per testate, istituzioni, aziende, enti non profit e professionisti.
Sono giornalista pubblicista dal 1996 e dirigo Vorrei.

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