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Vorrei | Rivista non profit


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OGNI GIORNO SPARO LE MIE CAZZATE

 

Un luogo dove c’è tutto e non manca nulla non può essere il luogo di vita. Dove c’è tutto, tutto è fermo, non cerchi nulla e cio’ che desideri, forse, te lo ha suggerito questa macchina urbana così pronta e preparata più di te stesso in fatto d’arte, di opinioni, di critica

 

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Luoghi comuni sono gli spot di ciascuno di noi, come quelle pubblicità che ripetono pigramente sempre le stesse cose senza crederci troppo”. È una castagna che mangio da un po’ di tempo a dire il vero, fin dalla mia militanza nei comitati per la difesa dei diritti degli immigrati nei quali, per altro, mi trovavo più spesso a tu per tu con i rom slavi e montenegrini. Combattere con la burocrazia italiana è una passeggiata rispetto a fronteggiare frasi come: “I Rom? I peggio di tutti! Rubano i bambini e li sfruttano”. Frequentare i campi rom con loro e lasciare la mia borsa nelle loro campine, volendo a tutti i costi tradire questo principio non solo ha fatto sì che il mio viaggio su questa terra si qualificasse in una cifra esperienziale maggiore ma è stata la porta per entrare in un mondo pieno di nuove occasioni, brulicante di vita, che ha liberato anche la mia persona dai quei luoghi comuni nei quali ero, e sono, incatenata come qualsiasi altro essere sociale, in qualsiasi luogo ci si trovi.

Individuare il luogo comune in un dato argomento e tentare di smentirlo, fa scoprire non solo quanto ne siamo intrisi ma anche quanto sia necessario invertirli per scoprire come degli avvenimenti che riteniamo assodati ed assorbiti nella nostra quotidianità siano invece tutti in gioco, pronti a rivelarsi in un carico impensabile di ironia o in un’altrettanta sconcertante verità nascosta.

E con i luoghi comuni da vivisezionare e trapiantare mi sono avvicinata a tutti voi di Vorrei; mese dopo mese abbiamo cercato di scoprire se è del tutto vero che  “La Brianza è triste”, “Milano è grigia”, “I brianzoli sono freddi”, “I milanesi pensano solo a lavurà”, “I milanesi hanno sempre fretta”, “La Brianza è brutta”, “In Brianza c’è solo la nebbia”, “Il milanese è imbruttito”, “La metropolitana di Milano ti porta ovunque”… ora, già solo per quest’ultimo potremmo applicare una negazione e scoprire quanta verità contiene la frase “la metropolitana di Milano non ti porta ovunque”, parola di Monzese.

Mentre andavo ad incontrare un uomo per Vorrei, pensavo di aver fatto bingo in tal proposito, lui che sui giochi di parole, ci ha fatto un’arte, lui che già facendo Fontana di cognome ed essendo artista di fatto si ritrova a dover smentire e smembrare concetti, sillabe e significati di quasi ogni argomento che lo riguarda.

 

giganteschio

 

Quando gli chiedo: “Fabrizio, cos’è per te Milano?” sperando in un brillante e sagace paragone tra il capoluogo lombardo e il biblico gigante dai piedi d’argilla che crolla per una pietruzza, risponde invece: “Milano è la mia città preferita perché ha tutto” e stop. Segue elenco degl’arcinoti primati nazionali della città specie quelli di matrice artistica e culturale, tutti ovviamente difficilissimi da smentire. E non c’ho provato nemmeno un po' a farlo. Guardavo invece, di fronte a me, una sua tela dei tempi dell’Accademia di Belle Arti incorniciata da un boa peloso castano chiaro nella quale un volto di donna mi ricambia lo sguardo dall’alto di un collo ben dipinto che diventa subito una vagina passando per un rapido e largo bacino nel centro del quale vi è applicato un interruttore della luce (Macchina del sesso del III millennio d.C.,  anno 1994). Come in un link di pensieri visivi a grappolo, ho pensato ad uno dei suoi primi lavori di pittura che conobbi: una bellissima rivoltella color giallo di Napoli alla ispettore Callaghan su campiture terse di grigie diafane e nuvolose, indovinata da un’unica linea la cui matrice si ripete in trasparenza mettendone in dubbio la focalizzazione o chiedendone furbescamente l’attenzione. Dalla canna escono flebili lettere sole, in uno stampatello aperto e acuto, larghe e secche: tu punti le pupille e segui la traiettoria ricostruendo la frase “Ogni giorno sparo le mie cazzate”(2013).

Infatti questa storia che per lui Milano è solo “tutto” è la cazzata del giorno. Fabrizio Fontana è il luogo comune ed il suo contrario, l’affermazione e la negazione, è il creativo e il prodotto. Mi racconta che a Milano vi è giunto anni fa come supplente in una scuola media in zona Bicocca e poi come turista-divoratore di tutte le novità artistiche che inevitabilmente questa città ha offerto nelle ultime decine d’anni. Come artista vi giunge nel 2010 e per sei anni di seguito partecipando alla fiera  d’arte contemporanea di Affordable Art Fair presso Superstudiopiù nell’ombelico del mondo di via Tortona nella scuderia di Gigi Rigliaco e della sua Art and Ars Gallery (nel 2016 insieme a Salvatore Masciullo, Dario Agrimi, Pierpaolo Miccolis, Federica Cogo, Silvia Forese, Paolo Loschi )e per tre anni con la Monteoliveto Gallery che ha sede a Napoli e Nizza. La fiera di Affordable Art Fair raccoglie le novità di molte prestigiose gallerie italiane ed europee ed incentra la sua promozione sull’abbordabilità economica, caratteristica abbastanza rara in fatto di collezionismo d’arte. Fontana in una di queste edizioni si presenta con il suo Giganteschio (già presente in altre fiere con Monteoliveto Gallery) Un cranio di circa 80cmX65cmX65cm composto interamente da un bulimico assemblage di giocattolini Kinder e elementi Lego e altre costruzioni proprie del mondo dell’infanzia, come ad esempio chiodini e personaggi da merendine. La resa finale anatomica è puntualissima ma il Giganteschio è solo un teschio giocattolo? È uno scherzo, una giocosa furbata?

L’osservatore dondola tra più opzioni: è un gioco di abbinamenti tra la materia prima dello svago di un bimbo di trent’anni fa inondato da sorpresine del Mulino Bianco e altre diavolerie anni ‘80 e il teschio, simbolo pop dello svago dei ragazzi degli anni ‘10 riassunto del registro figurativo del mondo fantasy, del new punkrock adolescenziale e di tutto il dress code emo, formatosi recentemente. Oppure è una visione realmente orripilante del tempo che gioca con noi e di tutti i giochi che potremmo inventarci per esorcizzare la morte nell’attesa della sua venuta.

Fontana in primis, sfida la sua morte ed il tempo nel costruire la scultura con lenta e meticolosa pazienza incollando giocattolo dopo giocattolo come se fosse lui, e non la morte, a disporre del tempo (creativo?) donandosene generosamente tanto.

Lo incalzo: “Perchè allora non sei andato a vivere a Milano visto che lì c’è tutto e tutti i linguaggi artistici che ti interessano? Cosa ci fai allora qui?” Lui risponde seriamente: “È qui che ho tutto”. È un gioco. Ma non uno scherzo, non una bugia: un gioco inteso come ricerca della verità che si nasconde un po' in qualcosa e un po' nel suo contrario, un gioco inteso come indagine delle cose alla maniera di un agente segreto o di un supereroe, un pretesto per indagare nelle proprie certezze fino a trovare anche lì un dubbio ed estrarlo, per gioco, con esiti finali davvero sconcertanti.

Un luogo dove c’è tutto e non manca nulla non può essere il luogo di vita. Dove c’è tutto, tutto è fermo, non cerchi nulla e cio’ che desideri, forse, te lo ha suggerito questa macchina urbana così pronta e preparata più di te stesso in fatto d’arte, di opinioni, di critica, di editoria, di moda, di design… soffocando e prosciugando la arbitrarietà e l’elasticità (e sia pure la trivialità!) che ti lascia, invece, una provincia a maglia larga. In effetti, non è più come negli anni ‘60, ‘70, ‘80 quando un artista visivo interessato ai temi della contemporaneità aveva l’urgenza di trasferirsi all’ombra di studi e gallerie prestigiose in quei centri urbani più raccordati nel flusso di linguaggi figurativi e personalità di spicco. Ora non è più necessario: la velocità degli spostamenti e la visibilità data da internet e dai social, di cui Fontana è un abile user e per nulla denigratore, fanno sì che le immagini e persone veicolino più spesso e nessuno ormai può definirsi “uomo di periferia” dal punto di vista della formazione e della conoscenza, ciascuno può navigare e scavare in fondo agli abissi delle gallerie d’arte di tutto il mondo e delle  sempre più nuove tendenze tecniche e figurative. Quasi con stucchevolezza mi dice che una volta vista una mostra dopo qualche giorno ha voglia di tornare alla sua vita di provincia, alla sua quotidianità, vero nutrimento della sua arte e della sua poetica.

C’è da dire, a questo proposito, che Fabrizio Fontana nel suo comune di residenza, ovvero San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi, è conosciuto come il ragioniere di una ditta di famiglia per assistenza caldaie che è di fatto la sua principale occupazione. Le otto ore centrali della sua giornata sono scandite da rendicontazioni, files excel e da sopralluoghi a domicilio. San Pietro Vernotico si trova sull’asse Brindisi – Taranto dove i punti A e B sono la Centrale a Carbone di Cerano a pochi km dal suo studio, e l’Ilva di Taranto a qualche decina di Km in linea d’aria. L’agricoltura e le abitudini rurali di quell’area si sono molto ridotte e trasformate in questo cinquantennio e la popolazione rimasta è quasi tutta impiegata nelle due mortali realtà industriali che si connettono nell’ aritmetica della vita popolare in termini dei massimi sistemi: vita-morte-denaro-religione.

Tantissimi qui sono andati via, forse è l’area più svuotata di tutto il Sud, e lui ha a che fare principalmente con clienti anziani e famiglie rimaste ancorate alle convenzioni e consuetudini di un tempo, quelli che hanno le abitazioni arredate come una volta con le madonne in campana su grandi centrini, con le rimesse piene dei giocattoli dei figli ora cresciuti ed emigrati e con la voglia e l’incapacità di liberarsene.

 

ECCESSO DECESSO

 

E allora ecco quei soldatini ben ordinati nei suoi box di legno a stellestrisce sono veri simulacri di morte in scatole dimenticate di antichi giochi che rivivono nell’orrore moderno, sfavillanti di colori saturi. E infatti non ci vedo tanto un richiamo al Vietnam o al Golfo, ma all’emigrazione o alla morte della gente qualsiasi segregata in alcuni territori che anziché essere casa, nazione, paese sono campi di morte o di concentramento, prigioni che insieme disegnano una involontaria o voluta svastica in “Eccesso Decesso” (2014, galleria OrizzontiArte di Ostuni ). Un tecnico delle caldaie, con l’occhio finissimo dell’artista consapevole e appassionato della vita popolare delle sue zone violentemente industrializzate, trova nelle visite a domicilio e nelle relazioni ordinarie con un popolo così provato, eppur risolto, davvero un utero fecondo di ispirazione umana, di contrasti fortissimi tra vita e morte, tra ordine e delirio.

Muovendomi nel suo studio ordinatissimo come fosse il regno di una buona casalinga e madre di famiglia del sud, dove nulla parla dell’artista sregolato e radical chic che forse si potrebbe incontrare in circoli che invece lui non frequenta e non è, mi imbatto in un suo box che non conoscevo e che mi ha tolto il fiato: due vani speculari in cui uno è abitato da un personaggio giocattolo che ripulisce tutto a colpi di scopa ed intorno a se’ il bianco simbolo cromatico del pulito, e nell’altro spazzatura: nel box abitato da me  si appoggiano le parole che compongono il pensiero: “Metto in ordine il mio microcosmo e di quello che c’è fuori m’importa ‘na sega”.  Non so quanto il pensiero primordiale di quest’opera sia stato quello popolare o quello personale, se è partito dalla larghissima abitudine delle nostre zone meridionali, ahimè, di gettare ogni cosa in ogni dove fuori dalle nostre abitazioni e riempire, saturare lo spazio comune, o quanto invece non facesse riferimento al leghismo relazionale nel quale in questi ultimi anni tutti noi ci stiamo imbattendo a colpi di “Ah, io non sopporto questo... ah per carità quello… faccio pulizia di contatti…” e in entrambi i casi stabiliamo arbitrariamente e biecamente un piccolissimo dentro nel quale ci segreghiamo con la nostra pulizia, il nostro ordine, le nostre collezioni di libri, amici, oggetti, contatti, luoghi da frequentare e sputiamo fuori quel che non riusciamo più a digerire, ad accogliere o a smaltire e lo riversiamo negli spazi comuni trasformandoli in cataste di rapporti interrotti, di parole non dette, di relazioni di amianto sì nocive, ma mai smaltite che poi ci costringono a chiuderci in noi stessi perché non abbiamo più lo spazio e la capacità di uscire fuori tant’è che vi inciampiamo in preda alla nostra incapacità di eliminare profondamente. In pendant, poco vicino, il simile doppio box dove riprende più marcatamente dei contrasti di tipo personale: in uno, tutto colorato, i giochini della nostra infanzia. Con un gridolino riconosco anche un Puffo e un Simpson che ho avuto anch’io, tutti incastonati in altri micro spazi di legno colorato, una cifra divertente; nell’altro i microspazi sono sghembi e inospitali, inospitati e pallidi in questo giallo bianco e grigio triste, i personaggi sono disegnati frettolosamente sul plexiglass che chiude frontalmente il box e sono sagome di qualunque. Mi pare di riconoscere valigette da lavoro o forse no, simpatiche e frizzanti sagome di amichette da aperitivo o forse no, o chi se ne frega: “People I want to meet Vs People I have to meet”.

 

PEOPLE I WANT TO MEET VS PEOPLE I HAVE TO MEET

 

Non è necessario trasferirsi a Milano dove c’è tutto, dove c’è l’illusione di aver toccato e raggiunto tutto, dove è facile sentirsi al centro di un aggiornamento culturale, dove ci si sente sempre solleticati, ispirati, informati meglio e prima. Ma mentre sei lì, nel grembo delle ultime tendenze, nell’ugola dell’ultimo grido che non ti fa respirare e ascoltare la tua di voce, altrove si consuma la vita, l’umano, il verbo che ormai non è più popolare soltanto, è globale e spesso è più sveglio di un salotto intellettuale dove si ha tutto alla portata; più sveglio più scaltro, pronto a partire e a tornare, se vuole; capace di farlo sempre. Facile forse dipingere a Milano, essere gomito a gomito con i galleristi che contano. Fontana conta fatture, registra caldaie ed espone a Amsterdam, Stoccolma, Bilbao, Gant, Parigi, Nantes, Nizzae Mulhouse (Monteoliveto Gallery), poi ancora Torino, Bologna, Barcellona e New York (Art And Ars Gallery) e a Roma (con la Galleria Gallerati). La vita binaria mi diceva: tenere separato l’artista e l’uomo comune, il lavoratore. È la voglia di avere tutto e di essere tutto raggiunta attraverso la sperimentazione del niente, come urlano i suoi diafani grigi di sfondo. Di abbracciare l’inizio e la fine di ogni esperienza. Quanto poco ha a che fare tutto questo con le nostre sedie, divani, scrivanie e camini e tutte le altre asociali comodità.

Abbandono quello studio e la Santa Lucia fontaniana molto venerata nel brindisino, appesa accanto all’uscio, mi saluta con gli occhi di Diabolik nella patena (Lucy in the Sky with Diabolik,  2015): “Occhio ragazza!” mi dice. Forse. O forse mi augura una nuova cecità, di quella che fa vedere tutto ciò che non ho ancora potuto vedere perché chiusa in smaltati box fatti di usanze e luoghi comuni. Lei lo sa, e anche Diabolik.

Forse.

 

Lucyintheskywithdiabolik