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Vorrei | Rivista non profit


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20170305 facebook

Dobbiamo raccogliere le forze di sinistra ovunque. Non regalare i Bill Gates, i Zuckerberg, e anche i Bono alle armate dei  Donald Trump.

Recentemente  sono stati diffusi  un documento e un’intervista che hanno molto in comune pur nella loro diversità, e che si prestano a considerazioni di qualche interesse da diversi punti di vista: economico, politico, etico.

Il documento è una lettera  intitolata  “Building Global Community” che Mark Zuckerberg ha “postato”  sul social network da lui creato, Facebook, rivolgendola ai quasi due miliardi di iscritti, il 16 febbraio scorso. L’intervista è stata fatta a Bill Gates, capo di Microsoft, e a Bono, superstar della musica rock, e pubblicata su una rete di grandi giornali europei, tra cui la  Repubblica il 23 febbraio 2017.

Nella sua lettera Zuckerberg descrive la visione che egli propone per il  futuro di Facebook. L’elemento fondamentale di questa visione è costituito dall’obiettivo di  farne  non soltanto  un luogo d’incontro di comunità famigliari e amicali, ma addirittura  una infrastruttura al servizio della  convivenza globale. Egli vuole favorire   la partecipazione di milioni di persone alle scelte locali e globali che vada al di là del voto nell’urna una volta ogni tanto. I capitoli del documento parlano di una pluralità di comunità solidali e civicamente impegnate, e di una comunità  globale sicura, informata, inclusiva. “La mia speranza, egli dice,  è di costruire nel lungo termine una infrastruttura sociale per unire l’umanità… Tutte le soluzioni non arriveranno solo da Facebook, ma noi potremo giocare un ruolo, credo”. L’obiettivo, ribadisce,  è di “creare una comunità inclusiva globale… Facebook non è solo tecnologia e medium, è un comunità di gente”. 

Nella loro intervista Bill  Gates e Bono hanno sintetizzato così  le  loro iniziative  partecipando alla  53° Conferenza sulla Sicurezza svoltasi a Monaco di Baviera in febbraio: “Il lavoro che viene realizzato dalla Gates Foundation ha a che vedere con miglioramenti nel campo della salute e dell'agricoltura; l'attività svolta da One (l’ONG creata da Bono, n.d.r.) è quella di supportare i politici pronti a fare la cosa giusta”. Il programma che hanno presentato alla Conferenza si ispira a  quelle che in inglese sono le tre E: education, employment, empowerment (educazione, occupazione, responsabilità). La loro attenzione è rivolta particolarmente all’Africa, perché ciò che accade in quel continente si riflette su tutto il globo in termini di guerre. rivolte e  migrazioni,  oppure di pace, convivenza tra diversi e benessere. Ma “la filantropia, dice Gates,  rappresenta una piccolissima parte dell’economia mondiale… Quando si tratta di operare sui grandi temi su vasta scala, come l’educazione delle ragazze, i sistemi per l’agricoltura, la stabilità, la giustizia, dipendiamo completamente dai governi”. E quindi è su di loro che occorre agire.


L’intervista a Gates e Bono è passata senza commenti. A differenza del documento di Zuckerberg, che ha suscitato molte reazioni. C’è chi l’ha visto come  il  “manifesto” per una candidatura alla presidenza degli USA dopo l’infausta vicenda Trump. Ma è difficile trovare tra i commenti  un apprezzamento  dell’impegno a favore della convivenza umana che lo caratterizza. Molti di essi  sono dominati da un sospetto, se non da un’accusa, di ipocrisia: belle narrazioni e  programmi, ma diretti a nascondere i comportamenti riprovevoli delle multinazionali della comunicazione di cui Zuckerberg, come Gates,  è tra  i massimi esponenti. Non fanno parte questi personaggi di quell’uno per cento che si appropria di gran parte della ricchezza del mondo? Non architettano operazioni finanziarie tali da eludere le tasse dei paesi nei quali operano? E soprattutto, non sono un pericolo per la democrazia, grazie al controllo pervasivo delle informazioni su miliardi di persone? E’ addirittura Il commentatore del Sole 24 Ore (L. Tre., 17/02/17) a concludere con la frase: “La stella polare  è Facebook. E un brivido ci corre in fondo alla schiena”.

Una conferma dell’esistenza di  questa “nuvola”  che pregiudica, nel senso letterale della parola,  qualunque espressione di idee e progetti  l’ho ritrovata nella  invettiva  che Roberto Saviano (la Repubblica, 25/02/2017)), seguito poi da Michele Serra (il giorno dopo), ha lanciato  sulla parola ““buonismo”. Dice Saviano: “Questa parola è diventata una specie di scudo contro qualsiasi pensiero ragionevole, contro qualsiasi riflessione in grado di andare oltre il raglio della rabbia e la superficialità del commento … Aboliamo questa parola. Qui non c’entra la bontà e non c’entra neanche il politicamente corretto, espressione abusata dagli stessi che usano la parola “buonista”, come sinonimo di una politica ipocrita che proclama i buoni sentimenti ma poi nel quotidiano fa pagare agli altri il prezzo della propria correttezza e si mantiene nel privilegio”.

A me la parola “buonismo” evoca  qualcosa di ancora più profondo. Nei Vangeli di Marco e Matteo  Gesù Cristo definisce il peccato contro  lo Spirito Santo come il più grave, al punto da non poter essere perdonato. Questo peccato consiste soprattutto nell’attribuire intenzioni maligne a chi propone  o compie azioni buone. (In questo senso, la nota frase popolare  “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”,  fatta propria, secondo la vulgata,  da Giulio   Andreotti, fa di questo grande e discusso personaggio politico del passato  il Grande Peccatore della Prima Repubblica!).

Questo “peccato”  domina alla grande  gli attuali rapporti sociali, economici e politici, e  mina profondamente il sistema dei rapporti umani, sociali, economici, distruggendone l’elemento fondamentale: la fiducia reciproca.

Io ho  adottato come regola di vita quella della fiducia negli altri. E l’esperienza mi ha insegnato  che a volte ci si sbaglia (e se ne paga lo scotto), ma per lo più “ci si azzecca”. La fiducia, per quanto claudicante, regge il mondo. E il praticarla rende anche più piacevole la vita.

E così faccio  credito  a personaggi come Zuckerberg e Gates delle attività e delle intenzioni da essi espresse, il che non implica affatto qualsiasi  sconto  per quanto riguarda i loro debiti e garanzie da fornire nei confronti dei contesti sociopolitici nei quali sono presenti con le loro corporate multinazionali. Ma non lo faccio solo per contribuire nel mio piccolo al clima di fiducia che credo essenziale per il consorzio umano a tutti i livelli. ma anche perché penso che questa fiducia sia uno strumento, forse l’unico, per battere gli interessi che operano contro la convivenza civile.

In un mio articolo precedente avevo posto un quesito:  perché è così difficile ridurre le disuguaglianze e le condizioni di deprivazione in cui si trovano milioni di persone, con  interventi come, ad esempio,  la tassazione delle rendite improduttive o la penalizzazione di attività finanziarie  fini a sé stesse? E la risposta era ed è:  i pochi che si avvantaggiano delle disuguaglianze sono  in una posizione di forza rispetto ai comuni mortali, grazie  alle ingenti risorse materiali e professionali possedute, tale da poter moltiplicare le proprie risorse e il proprio potere in un perpetuo circolo vizioso.

Come romperlo? Credo che una forza politica, ovviamente di sinistra,  che volesse riuscire a farlo, dovrebbe in primo luogo puntare sul  far   capire  alla maggioranza dei cittadini di qualsiasi ceto  il loro interesse ad  una politica rivolta a migliorare  le condizioni delle persone e dei contesti sociali più degradati, dalle  periferie globali a quelle urbane. Perché l’investire risorse per una politica di questo tipo  aumenterebbe le condizioni di sicurezza della convivenza civile più delle spese per le forze dell’ordine.  E soprattutto genererebbe uno sviluppo economico trainato dalla   soddisfazione dei bisogni fondamentali per la libertà degli esseri umani, cioè dalla domanda primaria insoddisfatta, dalla diffusione e non dalla concentrazione della ricchezza.   Un thrickle up (una risorgiva) reale, e non il  thrickle down (sgocciolamento) da fontane sterili, come sostenuto dai liberisti.

 Non si tratta quindi di “sinistre orientate al centro”, cioè impegnate a conciliare le esigenze dei meno abbienti con quelli del ceto medio,  o costrette ad alleanze compromissorie con forze conservatrici egoistiche e miopi. Si tratta di superare le vecchie visioni ideologiche, le vecchie gabbie sia classiste che  interclassiste, e di unire  le forze orientate all’uguaglianza e al riscatto dei poveri ovunque si trovino.

Mi ha molto colpito una frase  di Bono, frutto dei suoi contatti nei luoghi più dilaniati dalle guerre:  “I militari sembrano essere più avanti dei propri capi nel ritenere che sia necessario investire nelle persone, nella prevenzione, invece che nell'intervento. Penso che ciò sia dovuto al fatto che loro sanno meglio di chiunque altro quale sia il prezzo da pagare in un conflitto”. E trovo molto efficace quest’altra sua dichiarazione: “Penso che il capitalismo sia una brutta bestia a cui vanno impartite istruzioni, un animale al quale è necessario insegnare a ricevere ordini su come comportarsi. Non possiamo consentirgli di dirci cosa fare. E invece penso che sia proprio ciò che sta accadendo ora. E’ in corso una fiammata ma credo che durerà poco. Tornerà un periodo in cui le persone si fideranno l’una dell’altra. La gente parla di post-verità, di post-fatti… È possibile che ora ci troviamo in un periodo di post-fiducia. Ma io penso che ricostruire la fiducia sarà molto importante”.

Dobbiamo raccogliere le forze di sinistra ovunque. Non regalare i Bill Gates, i Zuckerberg, e anche i Bono alle armate dei  Donald Trump.

 

Gli autori di Vorrei
Giacomo Correale Santacroce
Author: Giacomo Correale Santacroce

Laureato in Economia all’Università Bocconi con specializzazione in Scienze dell’Amministrazione Pubblica all’Università di Bologna, ha una lunga esperienza in materia di programmazione e gestione strategica acquisita come dirigente e come consulente presso imprese e amministrazioni pubbliche. È autore di numerose ricerche, saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali economici. Ora in pensione, dedica la sua attività pubblicistica a uno zibaldone di economia, politica ed estetica.

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