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Giacomo Correale Santacroce

 

  • Le fiabe ignoranti sulla Reggia di Monza

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     20211017 villa 1

     

  • Cottarelli: le condizioni per l'uguaglianza

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    20211007 cottarelli

     

  • Come prevenire le disuguaglianze (2) Investendo in ESG

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     20210812 ricilaggio

     

    In un famoso film del 2002 di Steven Spielberg, dal titolo “Minority Report”, si immagina che nel 2054 sia stato introdotto un programma digitale capace di prevenire gli assassini. La sperimentazione su Washington avrebbe annullato completamente gli omicidi.

    Nel mio ultimo articolo, dedicato alla prevenzione delle disuguaglianze inique, ho parlato di nuovi orientamenti culturali o addirittura di “rivoluzioni” che caratterizzerebbero i tradizionali paradigmi della scienza economica. In particolare di un passaggio da una scienza specialistica orientata esclusivamente all’utile e allo sviluppo quantitativo, a una aperta agli altri saperi e orientata anche a rispondere alle esigenze ambientali e sociali.

    Ma sono stato prudente nel sostenere che questi orientamenti, spesso solennemente enunciati, si siano tradotti in effettivi e adeguati comportamenti.

    Ho citato Richard Cohen, con il suo “Impact Revolution”, nel quale propone di dare vita ad imprese capaci di integrare il rischio economico, connesso con la ricerca del profitto, con finalità umanitarie. Ma anche in questo caso non mi è sembrato che possano essere ottenuti risultati di grande rilievo globale, contrariamente a quanto sostiene o auspica Cohen.

    Ma ora si stanno affermando nuove forme d’investimento, che fanno presagire un reale cambiamento dei comportamenti finanziari globali nel senso della maggiore equità e compatibilità ambientale.

    Questo cambiamento, che ha come acronimo ESG, consiste nel fatto che le imprese non verranno più valutate  soltanto sulla base  dei risultati economico/finanziari, ma anche dei loro comportamenti ambientali, sociali e gestionali, tali da incidere sulla loro reputazione e quindi sulla valutazione di mercato. Come si vedrà, i quattro criteri (economico, ambientale, sociale, gestionale) sono strettamente interconnessi, anzi si compenetrano vicendevolmente.

    Un problema sta nella adozione di indicatori che integrino quello, semplice ma inadeguato, del PIL, cioè del prodotto economico complessivo di tutte le attività di un paese.

    In un comunicato del maggio 2019, la Banca d’Italia ha dichiarato di aver «modificato le modalità di gestione dei propri investimenti finanziari attribuendo un peso maggiore ai fattori che favoriscono una crescita sostenibile, attenta alla società e all'ambiente. Aumenteranno quindi le risorse destinate alle imprese con le migliori prassi ambientali, sociali e di governance».

    Nello stesso documento la Banca comunica i criteri di valutazione adottati: per l’ambiente, le emissioni di CO2 e i consumi di energia e di acqua; per gli aspetti sociali, la percentuale di donne impiegate sul totale dei dipendenti e nei ruoli manageriali; per la governance, ancora la percentuale di donne nel Consiglio di Amministrazione, la separazione dei ruoli di presidente e di amministratore delegato, la percentuale di membri indipendenti nel CdA, l’adozione di misure anticorruzione.

    E’ evidente la prudenza dei criteri adottati dalla Banca, che li rende insufficienti, anche se aperti a progressive integrazioni, nella misura in cui le metriche diventano possibili, cioè sufficientemente oggettive e condivise.

     

    20210812 banca

     

    Proviamo a elencare i problemi che dovrebbero essere considerati e misurati, oltre a quelli adottati dalla Banca d'Italia:

    Per l’ambiente, dovrebbero essere presi in considerazione anche gli scarichi industriali e lo smaltimento e riciclo di scarti e rifiuti, nell’ottica dell’economia circolare.

    Per gli aspetti sociali, si dovrebbe temer conto di tutti gli aspetti che riguardano gli stakeholders, coloro cioè che sono coinvolti nell’attività aziendale, e non solo gli shareholder, cioè i proprietari. Come i fornitori, che non dovrebbero essere sottoposti a pratiche di monopsonio, cioè di sfruttamento da parte dell’acquirente. E i clienti, nei confronti dei quali l’impresa dovrebbe essere il più possibile trasparente quanto a qualità di materiali e ingredienti, ai processi di produzione, e corretta nei messaggi pubblicitari. Tra gli stakeholder dovrebbe essere inclusa la comunità in cui l’azienda è inserita, ad esempio per quanto riguarda il traffico generato e l’inquinamento acustico.

    Per la governance, la sufficiente presenza di personale femminile costituisce evidentemente un criterio dovuto ma minimo. Anche l’uguaglianza dei livelli retributivi tra i due sessi, che non presenta particolari problemi di misurazione, dovrebbe essere considerata. Un aspetto, ancora prevalentemente rimosso, dovrebbe essere messo in evidenza e affrontato: la differenza dei livelli retributivi tra i vertici aziendali e il dipendente di ultimo rango. E’ uno dei divari più scandalosamente aumentati negli ultimi trent’anni. Anche le ore dedicate alla cultura e alla formazione dei dipendenti sul totale dell’orario lavorativo dovrebbero essere considerate. E dovrebbe essere rilanciata la considerazione della durata degli orari di lavoro, perché studi recenti dimostrano che “lavorare meno, lavorare tutti”, a parità di retribuzioni, significa anche lavorare meglio sia dal punto di vista umano che da quello economico.

    Dal percorso verso l’ESG le imprese possono trarre vantaggi o incontrare difficoltà. Gl’interventi finalizzati a ridurre l’impatto sull’ambiente possono comportare investimenti, ma anche vantaggi consistenti in termini di riduzione dei consumi energetici e idrici e degli sprechi. Ma gl’interventi finalizzati al miglioramento dei rapporti sociali e della governance, decisi a livello di una singola impresa, posso essere resi difficili dalla necessità di competere nel breve termine contro chi non adotta i criteri ESG.

    Ma l’impegno ESG spinge le imprese a ragionare sul medio-lungo termine piuttosto che sul breve termine. E politiche apparentemente costose nei confronti di fornitori, dipendenti e clienti possono rivelarsi nel lungo termine importanti fattori di un vantaggio competitivo difficilmente attaccabile. E’ quanto sosteneva Frederick F. Reichheld, presidente della società di consulenza strategica Bain & Co., nel suo “Loyalty Effect” del lontano 1996, descrivendo un circuito virtuoso del successo delle imprese. Ma come mai dimentichiamo il visionario Adriano Olivetti, che proponeva una fusione tra cultura, ambiente, innovazione tecnologica e successo economico, realizzata concretamente nelle sue imprese, e il suo Movimento di Comunità, andati dispersi purtroppo con la sua morte?

    La possibilità per la singola impresa o gruppo lungo di percorrere la via ESG è condizionata dal contesto socio/economico globale. Ma come ho già fatto rilevare nel precedente articolo, il clima a livello internazionale (Agenda 2030 dell’ONU, accordi a livello di OCSE e G20, consolidamento dell’Unione Europea), sembra favorevole, avendo intrapreso una sorta di inversione di marcia rispetto ai circa 40 anni passati.

     

    20210812 manager

     

    Questo clima in un certo senso rivoluzionario dovrebbe essere integrato da una politica finanziaria globale che penalizzi le pratiche speculative, generatrici di rendite improduttive e inique. I recenti accordi per una tassa minima globale sulle imprese multinazionali, finalizzati a far cessare la letale competizione al ribasso tra i diversi paesi e a colpire i paradisi fiscali, dovrebbe essere solo l’inizio. La proposta del premio Nobel James Tobin per una tassa sulle transazioni finanziarie, da considerare alla stregua del gioco d’azzardo, proposta nel 1972 e affossata, dovrebbe essere riesumata con le potenzialità consentite dalla rivoluzione digitale. Occorrerebbe anche difendere l’ambiente urbano dalla speculazione e dalla rendita edilizia, con un blocco drastico del consumo di suolo.

    E’ il caso di ricordare che stiamo parlando delle sole misure dirette a prevenire disuguaglianze e povertà, e non delle strutture e servizi attinenti ai diritti fondamentali (sanità, scuola, casa, reddito minimo) e delle misure correttive delle disuguaglianze, affidate soprattutto all’intervento pubblico e a una fiscalità progressiva e redistribuiva. Per quanto si possa prevenire agendo sui comportamenti delle imprese e dei mercati, le pubbliche istituzioni non potranno rinunciare all’esercizio di funzioni e  interventi che sono loro propri.

    Comunque, è sperabile che negli anni futuri il successo nella prevenzione delle disuguaglianze e della povertà diventi oggetto di un “majority report”!

     

    20210812 pomodori

     

  • Come prevenire le disuguaglianze

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     20210730 inequality

    Dani Rodrik

    I piani globali contro l’emergenza climatica. I progetti per un salario minimo universale. Le proposte per una tassa minima comune sulle imprese multinazionali. Piani come il Next Generation EU, che comporta un maggiore vincolo solidaristico tra le nazioni europee. Sono tutti eventi che prima della pandemia sarebbero stati improponibili

     

  • Ancora sull'identità. Tra pace e guerra

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    Smoke rises after an Israeli forces strike in Gaza in Gaza City, Tuesday, May 11, 2021. (AP Photo/Hatem Moussa)

     

    «Quando parliamo di arabi israeliani, parliamo di un quinto della popolazione israeliana. Persone che sulla carta hanno tutti i diritti, ma che nella realtà si vedono negate moltissime cose: basti pensare alla legge che dichiara Israele Stato Nazione degli ebrei e che fa degli arabi quasi cittadini di serie B».

    David Grossman, la Repubblica, 13/05/21

     

    «Le ultime settimane hanno visto in misura crescente scontri violenti tra Ebrei e Arabi in Gerusalemme e nella West Bank, causati in parte dalla rabbia dei Palestinesi per le restrizioni poliziesche ai raduni per il Ramadan presso il Monte del Tempio e per lo sfratto di diverse famiglie palestinesi dal sobborgo di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est a favore di coloni ebrei».

    Haaretz, 10/05/21

     

    Se queste fonti di parte ebrea dicono il vero, non c’è dubbio che è stata Israele a innescare la guerra in corso, colpendo i Palestinesi nei valori più profondi: quelli religiosi e quelli della casa. E la reazione è comprensibile, se non giustificabile. Se qualcuno ha argomenti in contrario lo ascolterò.

    Ma non vorrei occuparmi della questione del “di chi è la colpa”. Mi sembra più importante trarre le conseguenze di questo ennesimo, e apparentemente irrisolvibile, “scontro d’identità” di cui la Palestina è esemplare testimonianza.

    Credo che ormai l’idea dei “due stati”, uno ebreo e uno arabo, sia tramontata per sempre. E a pensarci bene era fondamentalmente errata dal punto di vista di una visione democratica. Perché in uno stato democratico la libertà di culto costituisce un caposaldo della uguaglianza dei cittadini.

    La fede religiosa è un elemento importante dell’identità delle persone e delle comunità. Ma come ho cercato di sostenere in un mio articolo precedente, identità non deve significare chiusura, ma al contrario premessa per il proprio confronto, competitivo ma anche collaborativo, conoscitivo e operativo, con i diversi da sé. Per  la  stessa crescita ed evoluzione della propria identità.

    Secondo statistiche del 2019, ebrei e arabi palestinesi, che vivono all’interno o all’esterno di Israele, si equivalgono numericamente: 6,5 milioni ciascuna comunità, per un totale di 13 milioni circa. Se convivessero tutti in uno stesso stato laico, è impossibile pensare che perderebbero le rispettive millenarie identità. Questa non verrebbe annullata neanche in presenza di numerosi matrimoni misti. Ma diventerebbe meno aggressiva, più umana.

    La globalizzazione, che in una certa misura ci fa tutti cittadini del mondo, dovrebbe favorire questo processo verso un comune sentire, sia pure sempre dialettico e diversificato.

    Non è auspicabile che la Palestina continui ad assomigliare ai paesi confessionali che la circondano. E’ invece auspicabile che essa intraprenda un percorso simile a quello che, sia pure con grandi difficoltà e lentezza, caratterizza i rapporti tra bianchi e afro-americani negli Stati Uniti e quelli tra nativi e ex-coloni bianchi in Sud Africa. La Palestina e Israele potrebbero fare da apripista per la diffusione della democrazia tra i paesi arabi e musulmani.

    Gli Ebrei non avrebbero nulla da temere da una crescita dell’istruzione e del benessere delle popolazioni arabe.  Come popolo che ha subito nella storia gravi discriminazioni, potrebbe anzi guadagnarsi un posto tra i campioni della lotta globale contro le disuguaglianze.

     

    WASHINGTON, UNITED STATES:  (FILES) US President Bill Clinton (C) stands between PLO leader Yasser Arafat (R) and Israeli Prime Minister Yitzahk Rabin (L) as they shake hands, 13 September 1993, at the White House in Washington DC for the first time after Israel and the PLO signed an historic agreement on Palestinian autonomy in the occupied territories. Palestinian leader Yasser Arafat, 75, has lost consciousness, Israeli public radio reported late 27 October 2004, quoting Palestinian sources. A source close to the Palestinian Authority said earlier that Mahmoud Abbas, the PLO's No 2, and premier Ahmed Qorei were also at the bedside of Arafat, 75, who officially has been suffering from a severe bout of flu.  AFP PHOTO J. DAVID AKE  (Photo credit should read J. DAVID AKE/AFP/Getty Images)

    Accordi di Oslo 1993 - Rabin, Clinton e Arafat

     

    Forse questa può apparire una prospettiva utopica. E’ probabile, purtroppo. Ma l’alternativa è una guerra senza fine. Perché nessuno dei due contendenti riuscirà a prevalere sull’altro. Riuscirà solo a mantenere l’avversario in condizioni permanenti di paura o mortificazione, surrogati, conati forse inconsapevoli di un progetto di annientamento reciproco.

     

  • Reggia di Monza: En Attendant... Master Plan

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    20210509 aerea

     

  • La svolta globale (se il diavolo...)

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     20210419 biden

    I piani di Joe Biden per il rilancio degli USA sono così ambiziosi (fino a 4 mila miliardi di dollari nell’arco del suo mandato) e “nuovi” da far parlare ormai di una “Bidenomics

     

    In grande sintesi prevedono:

    - Ingenti investimenti per infrastrutture in tutti i settori dell’economia statunitense, in gran parte orientati, oltre che al restauro di quelle esistenti e alle reti digitali,  alla difesa dell’ambiente e alla riduzione delle disuguaglianze;
           - Un aumento del debito pubblico, ma anche delle tasse;
           - Che l’aumento delle tasse non tocchi la maggioranza della popolazione (ceti meno abbienti e medi), ma solo le categorie più ricche, attraverso:
               . Nessun aumento per i redditi inferiori ai 400 mila dollari l’anno;
               . L’aumento della progressività delle imposte sui redditi personali, portando l’aliquota marginale fino al 39,6%, e tasse più elevate sulle plusvalenze finanziarie per i milionari;
               . L’aumento dell’imposta sul reddito delle società dal 21% al 28%;
               . Una imposta uniforme sulle imprese (global minimum tax) da concordare a livello internazionale tra i paesi del G20 (cioè tra i paesi che nel loro insieme superano l’80% dell’economia mondiale).

    Forse si potrebbe fare di più (ad esempio, si potrebbero rendere più progressive le imposte personali e abbassare il limite di reddito su cui aumentare le tasse). Ma comunque queste misure stanno facendo molto scalpore, perché segnano una radicale inversione di rotta rispetto alle politiche economiche praticate negli ultimi 40 anni.

    In realtà non sono altro che l’accoglimento da parte della politica di proposte che numerosi economisti di orientamento progressista vanno avanzando da decenni: come Joseph Stiglitz, Antony B. Atkinson, Thomas Piketty, Kate Raworth, Jeremy Rifkin, Rutger Bregman, e in Italia come Enrico Giovannini, Fabrizio Barca, Stefano Zamagni, e sicuramente nella mente, a mio parere e speranza, di Mario Draghi. Proposte che ho illustrato e commentato ripetutamente su questa rivista.

    I piani di Biden sono stati presentati come un ritorno al New Deal keynesiano/ rooseveltiano degli anni trenta del secolo scorso, basato su grandi investimenti in opere pubbliche in deficit. Ma a me sembra che segnino in realtà un cambiamento epocale, capace di proporre un nuovo paradigma economico adeguato a contrastare i problemi fondamentali dell’umanità: il degrado ambientale e le disuguaglianze crescenti con la povertà ancora diffusa e incrementata dalla pandemia del Coronavirus. Impegni così controcorrente, decisi ed espliciti, se espressi solo poco tempo fa, avrebbero fatto gridare allo scandalo.

    Significano inoltre la fine dell’inganno, in cui sono caduti anche i riformisti travolti dal liberismo dominante, costituito dalla confusione tra imprese produttive e detentori di ingenti redditi e ricchezze. Con l’idea di sostenere le prime si sono favoriti i secondi, causando l'impoverimento della maggioranza delle popolazioni e la concentrazione delle ricchezze in un ristretto numero di miliardari. Si è sostanzialmente ridato vita all’antico e smentito, ma duro a morire, principio dell’ancien régime, secondo il quale favorendo i ceti più ricchi si ottiene, per “gocciolamento” (thrickle down) il benessere di tutti. Attraverso riduzioni della progressività delle imposte personali, agevolazioni senza limiti alle cosiddette imprese, in realtà ai ceti più ricchi e alla finanza fine a se stessa, ritenuti a priori generatori di ricchezza, le disuguaglianze e la sofferenza della maggioranza delle popolazioni hanno raggiunto livelli inaccettabili.

    Riassumendo Biden in modo ancora più conciso: 1) dimensioni straordinarie della spesa pubblica per infrastrutture compatibili con l’ambiente , per servizi sociali (istruzione, sanità)  e per le categorie meno abbienti, 2) riforme drastiche delle politiche fiscali a favore della maggioranza della popolazione e a carico dei ceti più ricchi. Ma c’è un terzo pilastro della nuova economia, che sembra anch’esso in movimento, di cui la svolta non può fare a meno: 3)  il comportamento delle imprese nei confronti delle persone e dell’ambiente. Sembra che si vada diffondendo tra i massimi livelli aziendali una maggiore consapevolezza della possibilità di far convergere, in una prospettiva più ampia, gli interessi aziendali con quelli sociali e ambientali. Anche di questo cambiamento ho parlato nei miei ultimi articoli. E anche in questo caso non si tratta di idee nuove: un manuale in proposito lo scrisse nel 1996 Frederich F. Reichheld, capo di una importante società di consulenza aziendale (Bain & Company) in un libro dal titolo significativo: “The Loyalty Effect”. Testo che usavo per le mie consulenze rivolte a imprenditori e manager. Ma la differenza sta nel fatto che, dopo un quarto di secolo, quelle idee vengono fatte proprie in modo formale da schiere più vaste e influenti di dirigenti di gruppi imprenditoriali e di detentori di immense ricchezze. Si tratta di segnali che confermano che il clima, prima orientato ai soli interessi aziendali, anzi dei loro vertici, è cambiato. Tuttavia, dal dire al fare con quel che segue: non ho sentito parlare ad esempio di riduzione delle scandalose differenze tra le retribuzioni dei vertici aziedali e dei dipendenti di ultimo rango. E credo che senza imbrigliare la finanza speculativa a favore di una finanza al servizio dell’economia reale, le dichiarazioni d’intenti, per quanto diffuse e influenti, resteranno inferiori alle necessarie dimensioni.

    Di enorme importanza sarà il possibile accordo internazionale per una imposta minima sulle imprese. Se i G20 o i membri dell'OCSE lo adotteranno, cesserà la rovinosa concorrenza al ribasso tra i diversi paesi per indurre le multinazionali ad insediarsi nel proprio territorio. Inoltre, costituirà un segnale del fatto che il piano di Biden è parte di una svolta globale orientata alla lotta alle disuguaglianze e al risanamento ambientale. Il Next Generation Plan europeo va nella stessa direzione. Spero vivamente, e ci sono le condizioni, perché il PNRR (Piano Nazionale di Recupero e Resilienza) italiano segua la corrente.

    Molti commentatori sottolineano il fatto che il disegno di Biden incontrerà molte difficoltà, a partire dal Congresso e dal Senato americani. Un cittadino comune potrebbe chiedersi come mai un progetto che avvantaggerebbe la grande maggioranza della popolazione (se non il 99% secondo lo slogan del movimento Occupy Wall Street, almeno l’80%), non possa ottenere il consenso popolare per essere realizzato. Ma questo dà la misura del potere di ambienti ristretti di manipolare l’opinione pubblica.

     

    20210419 terra

     

    La Bidenomics è stata equiparata non solo al New Deal di Roosevelt, ma anche al Programma Apollo di John F. Kennedy che ha portato il primo uomo sulla luna, con l’obiettivo di riconquistare il primato degli USA nelle ricerche spaziali, compromesso dall’exploit dei russi con lo Sputnik. Oggi la gara non è più tra USA e Russia, ma tra USA e Cina. Il rischio maggiore è costituito dalla possibilità dei paesi maggiori, grazie alle loro grandi dimensioni, di intraprendere politiche protezionistiche in contrasto con la globalizzazione, puntando all’autosufficienza. Questo rischio è presente anche nei piani di Biden. E’ da augurarsi che, in un pianeta reso piccolo dalla rivoluzione digitale, la lotta per il primato abbandoni le illusioni imperialistiche del passato e si risolva in una co-opetition produttrice di benessere per tutti. E’ comunque incredibile come mai, nel quadro della svolta in atto e dell’enorme fabbisogno di risorse economiche per la ripresa dopo la pandemia, nessuno abbia ancora proposto una politica di disarmo universale non solo fisico (le armi), ma anche digitale. Lo ha fatto solo Papa Francesco. Speriamo che venga finalmente ascoltato da qualcuno.

    Infine, la svolta potrebbe essere messa in difficoltà dalle imprevedibili e impreviste conseguenze delle misure economiche che la pandemia ha costretto ad adottare. Questi provvedimenti imposti dalla drammaticità dell'evento hanno fatto crollare, finalmente, i vincoli troppo restrittivi del passato, ma senza sostituirli con un sistema sufficientemente flessibile, ma controllabile. Credo che pochi economisti siano in grado di prevedere ciò che avverrà una volta superata la pandemia, ad esempio in termini di sviluppo, di occupazione, di inflazione, di debiti, addirittura di sistemi monetari (si pensi all'avvento dei bitcoin). Una maledizione cinese dice: «Che tu possa vivere in tempi interessanti». Sono curioso di vederli, ma è improbabile.

     

  • Promessa: Villa Reale di Monza riapre. Ma come? Cosa fare subito

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    20210223 rotonda

     

    Finalmente, inesorabilmente, ma per fortuna, la strana coppia tra il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza e la Nuova Villa Reale del Gruppo Navarra ha divorziato. Il “partenariato pubblico-privato” (espressione di per sé discutibile) è fallito miseramente. E la gestione del corpo centrale della Villa è tornata nella piena responsabilità del Consorzio, i cui soci l’avevano trasferita integralmente al concessionario, dando l’’impressione di volersi liberare di una patata difficile da cuocere.

    Adesso tutti auspicano e assicurano la pronta riapertura al pubblico (pandemia permettendo). Ma come?

    Temo che, in mancanza del Piano strategico culturale che, per Statuto (art. 8 e 10), costituisce il compito principale del Consorzio, ma che non è stato mai elaborato (a parte una stesura estemporanea del direttore Pietro Petraroia del 2010, rimasta per fortuna nel cassetto e inserita nel sito della Reggia di Monza come atto burocratico), dopo un exploit di rito si tornerà alla gestione “business as usual” del passato.

    Ma soprattutto temo che si tornerà alla discussione senza fine, di volta in volta ricorrente, su “cosa farci dentro”. Una discussione all’insegna del considerare Villa e Parco come meri contenitori, privi di valore se non ingozzati di cosiddetti “eventi”, all’insegna di una visione dominata dalla domanda ebete, tipica degli ignoranti: “Che c’è di male?”.

     

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    La Fagianaia, ora ristorante - Foto di Pino Timpani

     

    Il tutto nell’attesa di un “Master Plan”, la cui epifania è sperabile sia migliore del concepimento - un concorso affidato a suo tempo a Infrastrutture Lombarde S.p.A., ora Aria S.p.A., ente regionale del tutto incompetente nel campo dei beni culturali e ambientali (oltre che della sanità…) -. Master Plan che comunque dovrà essere discusso pubblicamente e rielaborato dal Consorzio, che, ripeto, è il soggetto che deve esprimere il Piano strategico culturale del monumento.

    Io credo invece che si possa e si debba fare qualcosa subito, come progetto-leva di una visione di lungo termine e di vasto respiro per la rinascita.
    Questo progetto, di cui conviene avviare sin d’ora lo studio di fattibilità in vista della fine della pandemia, avrebbe due valenze fondamentali:

    1. Collegare Villa e Parco al resto del mondo.

    2. Far capire una volta per tutte che Villa e Parco costituiscono un valore in quanto tale, culturale e ambientale, architettonico e paesaggistico, da cui dipende ciò che si deciderà di fare al loro interno.

    Mi sembra che il nuovo direttore, Giuseppe Distefano, abbia proprio espresso, in occasione del suo insediamento, la convinzione che il primo obiettivo da perseguire sia quello di rendere il monumento raggiungibile. Il che porta con sé la convinzione che, pur con le carenze che Villa e Parco presentano attualmente a causa di una gestione inadeguata, essi costituiscano ancora e già da ora una realtà meritevole di essere visitata e ammirata.

    Da questo consegue che si possa studiare da subito, in vista della riapertura della Villa, un progetto di turismo culturale e ambientale internazionale che consenta di raggiungere rapidamente e quotidianamente il monumento dal centro di Milano (la metropolitana è di la da venire) e di conoscere la grande bellezza di quella che fu denominata la “Imperial Regia Villa e Parco di Monza”.

    Questo progetto dovrebbe collocare il monumento tra le mete del “viaggio in Italia” dei visitatori provenienti da tutta Europa e non solo.

    Naturalmente lo standard dovrebbe essere eccellente. Si dovrebbero impiegare mezzi di trasporto adeguati, soprattutto all’interno del Parco (solo mezzi elettrici. Ma perché non anche una versione ciclistica?). I visitatori dovrebbero essere accompagnati da guide multilingue istruite per offrire ai visitatori una narrazione sul monumento che sia nello stesso tempo storicamente e culturalmente ineccepibile, ma anche avvincente.

     

    20210223 serraglio

    Il Serraglio dei Cervi - Foto d'epoca

     

    Altrettanto naturalmente, sarebbe necessaria una comunicazione quantitativamente e qualitativamente adeguata, a livello internazionale.

    Il percorso nella Villa potrebbe muovere dal Belvedere, per prendere visione della collocazione e delle prospettive del monumento tra Milano e Vienna, al Salone delle Feste, ai soffitti e ai pavimenti delle grandi sale, agli appartamenti sabaudi, alla Rotonda dell’Appiani, al Teatrino Reale, al Laghetto dei Giardini Reali. Nel Parco, si potrebbe partire dal Belvedere del Viale Mirabello nella Valle dei Sospiri, per andare verso le ville Mirabello e Mirabellino e il Viale dei Carpini, la Fagianaia italiana, le cascine e i mulini, i cui valori architettonici sono ancora apprezzabili ancorché degradati. Non escluderei la visita alle aree emarginate come il Bosco Bello con il Serraglio dei Cervi, e ai manufatti da eliminare perché devastanti, come i ruderi delle curve sopraelevate della pista di alta velocità, o perché insensati, come il cadregone che ostacola la vista della Fagianaia.

    L’eventuale obiezione circa i tempi necessari per raggiungere il monumento da Milano è inconsistente. Basti pensare ai laghi lombardi, che pur essendo ben più lontani costituiscono ugualmente mete di rinomanza internazionale. La distanza non si è rivelata mai un ostacolo alla ricerca della bellezza!

    La realizzazione di questo progetto non costituirebbe soltanto una leva per la rinascita di Villa e Parco, ma aprirebbe la strada a una strategia più ambiziosa, ma a mio parere possibile e quasi doverosa: fare di Monza, con la sia storia millenaria e le relative testimonianze (dai dipinti gotici sulla vita della Regina Teodolinda nel Duomo trecentesco, memoria del Regno Longobardo in Italia, alla Corona Ferrea e al motto dello stemma che qualifica Monza come “Sede del grande Regno d’Italia” nella storia del Sacro Romano Impero, al complesso Villa e Parco, asburgico, napoleonico e sabaudo, fino alle testimonianze del ruolo di Monza nelle rivoluzioni industriali) come un riferimento obbligato e ricco di prospettive per i legami tra Italia ed Europa.

     

  • Agenda 2030, NextGEU, PNNR. Ci riguardano

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    20210307 consiglio 

     

  • Un'economia più equa e vivibile: sarà possibile?

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    20210118 anacaona 1

     

  • Non abbaiare all'albero sbagliato

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    20201116 facebook

    Com’è noto, negli ultimi decenni le disuguaglianze hanno fatto registrare un aumento continuo, apparentemente inarrestabile

     

  • Aria nuova per economia e impresa.

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    20200917 academy

     Un segnale può significare poco. Ma una convergenza di più segnali può significare che è in corso un cambio epocale 

     

  • L'economia del XXI secolo è donna?

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    2020717 ciabella di rawhort icona

    Raworth: «Occorre passare da un’economia degenerativa a una rigenerativa, da un’economia divisiva a una redistributiva, da una assenteista ad una interventista. L’economia deve perseguire il benessere, non la crescita».Duflo: «Occorre resistere alle seduzioni delle teorie non provate e dell’opinione comune disinformata».

     

  • Fine del consumo di suolo: una riforma senza costi per il Green New Deal post-Covid19.

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    20200605 consumo di suolo

    Come possiamo esigere dal Brasile di considerare la foresta amazzonica come un bene comune globale, quando noi continuiamo a strappare all’agricoltura milioni di ettari?

     

  • Fine del consumo di suolo: una riforma senza costi per il Green New Deal post-Covid19.

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    Negli anni settanta del secolo scorso norme drastiche vennero adottate in Italia per obbligare tutte le imprese del settore manifatturiero ad installare impianti molto costosi, sia dal punto di vista degli investimenti che da quello della manutenzione, per porre fine all’inquinamento del terreno, delle acque e dell’aria. Il dibattito sulla legge Merli, che introduceva quelle misure, fu molto acceso. I conciatori fiorentini scesero in piazza sostenendo che quelle norme avrebbero ucciso le loro industrie (che tuttora esportano in tutto il mondo). Io mi occupavo allora dei bilanci consolidati di un grande gruppo tessile, e ricordo bene gli effetti dirompenti di quelle disposizioni sulle strutture economiche aziendali.

    Peraltro l’Italia non faceva altro che adeguarsi a direttive stabilite a livello europeo (e chi dice che l’Europa non serve, rifletta su argomenti come questo!). Erano gli anni della crisi del petrolio e delle manifestazioni popolari contro le centrali nucleari. Per la prima volta gli umani prendevano coscienza del fatto di non poter più fare del pianeta quel che volevano senza pagare il conto. Lo studio promosso dal Club di Roma dal titolo “I limiti dello sviluppo”, redatto da un team del MIT coordinato da Donella Meadows, pubblicato nel 1972, suscitò grande interesse a livello globale e fece riflettere sull’impossibilità di una crescita quantitativa senza fine.

    A distanza di quasi 50 anni sappiamo che alla presa di coscienza non hanno fatto seguito comportamenti adeguati. Ma conviene comunque chiedersi in che condizioni sarebbero i nostri fiumi e l’aria che respiriamo senza quelle norme.

    Oggi l’argomento del riscaldamento globale e del consumo delle risorse del pianeta è più che mai all’ordine del giorno. Ma ancora gli interventi concordati nei consessi internazionali appaiono insufficienti, come denuncia la teenager Greta Thunberg con la sua instancabile fustigazione dei potenti della terra. Si cercano rimedi per la riduzione degli ossidi di carbonio nell’aria, causa del riscaldamento del pianeta con le sue disastrose conseguenze; si accusa il Brasile della distruzione della foresta amazzonica, considerata come risorsa preziosa per tutto il genere umano. Ma come possiamo esigere dal Brasile di considerare la foresta amazzonica come un bene comune globale, quando noi sottraiamo all’agricoltura milioni di ettari?

    In Italia, la superficie agricola che nel 1991 era poco meno di 18 milioni di ettari, nel 2015 era ridotta a meno di 13 milioni. Questo degrado contribuisce a far sì che il nostro Paese sia deficitario di prodotti agricoli fondamentali, come il frumento e il mais.

    L’impermeabilizzazione del suolo, che procede inesorabile nelle e intorno alle città, non riceve a mio parere adeguata attenzione. Siccome ormai oltre la metà degli umani abita in città, arrivo a ritenere che l’irreversibilità di questo processo sia altrettanto, se non più grave, dell’irreversibilità della distruzione delle foreste pluviali, almeno dal punto di vista dei terreni necessari per il nutrimento dei dieci miliardi di umani che popoleranno la terra nei prossimi anni.

    La distruzione di suolo libero continua nonostante il fatto che la fine della prima e della seconda rivoluzione industriale, e l’avvento della rivoluzione digitale che stiamo vivendo, abbia lasciato nelle città un cimitero a perdita d’occhio di aree dismesse e degradate. Basta prendere un treno i cui binari corrano intorno alla periferia di una città come Milano per vedere squadernato uno scenario apocalittico di capannoni, ruderi e rottami abbandonati.

    La proiezioni demografiche globali prefigurano una stabilizzazione del numero di abitanti. Questa previsione comporterà un minor fabbisogno di nuove costruzioni. Soprattutto in Italia, dove si prevede addirittura una popolazione decrescente. e dove l'ISTAT  calcola in circa  2,7 milioni le case sfitte o vuote.

     In questa situazione, sorge spontanea la domanda: perché si continua a costruire su suolo libero? Non è venuto il momento di intervenire sul settore immobiliare con misure drastiche, analoghe a quelle imposte negli anni settanta del secolo scorso al settore manifatturiero? In sintesi, non è giunto il momento di imporre un divieto generalizzato alla distruzione del suolo libero?

    Per rispondere a queste domande occorre chiarirsi preventivamente alcune idee sulla natura della proprietà privata al giorno d’oggi. Senza avventurarsi a ripercorrere la storia del suo diffondersi nei secoli a danno della proprietà comune, basta dire che questo diritto non è assoluto, ma è soggetto a vincoli di interesse pubblico, che in una città si esprimono soprattutto nella pianificazione urbanistica. In particolare, il diritto di proprietà non implica un “diritto a costruire”. Anche se una destinazione edificatoria fosse prevista da uno strumento urbanistico, questo avrebbe solo un valore indicativo, e non darebbe origine a nessun diritto o interesse legittimo a costruire meritevole di compensazione (a parte l’equo indennizzo dovuto in caso di espropriazione per pubblica utilità). Il diritto a costruire nasce solo con un’obbligazione giuridicamente rilevante. E’ questa la corretta e non certo eversiva interpretazione dell’articolo 42 della Costituzione sulla proprietà privata, che  prevede «limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale».

    Ma anche se giuridicamente non vincolante, un piano regolatore (il PGT, Piano di Governo del Territorio, nella attuale denominazione in Lombardia) è sempre importante perché esprime la visione del futuro di una città, trasmette pubblicamente questa visione, crea aspettative. Ed è in questa sede che, purtroppo, si pongono le premesse della compromissione del suolo libero.

    I piani urbanistici sono introdotti, di norma, da una relazione illustrativa, che dovrebbe spiegare il senso delle susseguenti scelte di piano. Questa premessa dovrebbe essere frutto di uno studio rigoroso della storia, la cultura, l’economia e gli impatti ambientali sulla città, e proporre una visione del futuro che, oltre a provvedere alle strutture e ai servizi pubblici fondamentali, esalti le valenze identitarie e differenzianti della città, accrescendone i valori sociali, estetici ed economici, l’interazione con il contesto esterno e l’attrattività.

    Purtroppo accade spesso che questa introduzione sia qualitativamente insufficiente, svolta più come un obbligo formale che sostanziale, elaborata secondo schemi standard, non specifici in relazione alla diversità e reali esigenze delle singole città, e soprattutto non si traduce in scelte di piano rigorose e consequenziali. In particolare, le previsioni edificatorie eccedono di norma il fabbisogno, lasciando campo libero al futuro gioco del mercato immobiliare e della rendita improduttiva. La città in cui vivo, Monza, ne è un esempio: la popolazione è ferma sui 130 mila abitanti da quarant’anni, vi sono 95 ettari di aree dismesse, gli alloggi sfitti sono più di 4.000. Eppure il PGT vigente prevede un aumento delle aree di nuova edificazione equiparabili a circa 2 mila nuove abitazioni per altri 4500 abitanti. Senza considerare tutte le volumetrie approvate negli ultimi 10 anni e che ancora non sono state avviate o sono in corso di realizzazione, capaci di contenere altri 5 mila abitanti. Escludendo il Parco, le aree libere da edificazioni (terreni agricoli e incolti, boschi, giardini) sono ormai ridotte a meno del 25% dei 2600 ettari di suolo cittadino.

    Piani così costruiti aprono la strada a un consumo di suolo e a un’urbanistica priva di senso e di futuro. E non sono certo quattro grattacieli discutibili, casuali, dispendiosi, spesso inutili, tardi epigoni delle grandi skyline di New York e di Chicago, a fare una città!

     La prima ragione per la quale si continua costruire sul suolo libero è elementare: risanare le aree dismesse o degradate, coperte da costruzioni da demolire e richiedenti indagini e interventi per il loro risanamento, è costoso. Se un costruttore è lasciato libero di scegliere tra costruire su un’area libera e una compromessa, è ovvio che scelga la prima alternativa. E qualsiasi agevolazione da parte delle istituzioni finalizzata a incoraggiare il recupero delle aree dismesse è nello stesso tempo insufficiente e ingiustificata: il loro valore reale è quello che è, e i proprietari dovrebbero farsene una ragione!

    Ma ci sono altre ragioni, meno esplicite, frutto di ignoranza economica e di interessi spregiudicati, che congiurano contro la conservazione del suolo libero.

    L’autorizzazione a costruire nasce da una contrattazione tra immobiliaristi e uffici comunali, che si conclude con una convergenza d’interessi spesso perversa dal punto di vista dell’interesse pubblico. Essa punta alla concessione di maggiori volumi, che sembra conveniente non solo per il costruttore ma anche per il comune, che incamera maggiori oneri di urbanizzazione. Ma in realtà queste entrate monetarie corrispondono, come dice del resto la parola, a nuovi oneri che il comune dovrà sostenere, anche se frutto di scelte sbagliate. Distrarre queste somme verso altri impieghi, specie se di spesa corrente e non d’investimento, è la premessa per il degrado cittadino e il dissesto dei conti dell’ente.

    Ma l’argomento più forte, che seduce l’opinione pubblica, è che l’edilizia va comunque agevolata perché “crea sviluppo e lavoro”. E’ questo un argomento di breve respiro, che non tiene conto degli effetti collaterali e di lungo termine, non solo ambientali e culturali, ma proprio economici, in termini di perdita di attrattività e di crescita qualitativa della città. Il discorso vale non solo per le costruzioni residenziali, ma anche per gli insediamenti produttivi, per acquisire i quali è spesso in atto una competizione acritica al ribasso tra diversi comuni.

    Purtroppo, oltre ad essere oggetto di argomenti economicamente tendenziosi, la possibilità di costruire su suolo libero fa anche dell’attività edilizia una “lotteria della rendita”, nella quale tutti coloro che posseggono uno o più biglietti (in ettari) rivendicano il diritto a un premio (la rendita improduttiva). Con le buone o con le cattive. Perché purtroppo il mercato immobiliare è anche campo aperto per soggetti che non accettano ostacoli alle loro pretese. I condizionamenti, quando non gli “avvertimenti”, di cui sono oggetto amministratori e funzionari pubblici, non sono rari.

    Per contrastare queste concezioni e queste pratiche che tendono a presentare la distruzione del suolo libero come cosa inevitabile e anzi positiva per lo sviluppo economico, occorre fare come si fece negli anni settanta del secolo scorso per gli scarichi industriali: vietare a priori qualsiasi ulteriore consumo di suolo, salvo rare e inevitabili eccezioni d’interesse pubblico. Questa decisione non costituirebbe affatto la fine dell’industria edilizia, ma la sua ristrutturazione e conversione rispondente alle urgenze del XXI secolo.. Passare, come dice l’economista Kate Raworth, da una pratica degenerativa a una rigenerativa. C’è un oceano di cose da fare per il settore: riuso e rigenerazione dei suoli già urbanizzati, risanamento del costruito attraverso ristrutturazione e restauro degli edifici a fini antisismici e di risparmio energetico, riconversione di comparti attraverso la riedificazione e la sostituzione dei manufatti edilizi degradati. Sono tra l’altro già disponibili agevolazioni alle ristrutturazioni con contributi fino al 110%. Per non parlare delle strutture (soprattutto le scuole!) e infrastrutture pubbliche di cui c’è una tragica carenza.

    Tra le grandi riforme la cui urgenza è accentuata dalla pandemia in corso, come il Green New Deal prospettato a livello europeo, quella della cessazione del consumo di suolo sarebbe oltre tutto a costo zero!

    Solo a partire dal blocco del consumo di suolo sarà possibile procedere nel dettaglio, in terimini di rigorose e restrittive eccezioni d’interesse pubblico e delle diverse destinazioni del suolo libero, non solo all’esterno ma nel tessuto stesso delle città. Disposizioni capaci di conciliare un’equo interesse privato con l'interesse pubblico, cioè una redditività fondiaria derivante dall’offerta di beni e servizi di uso pubblico o privato (agricoltura, orti urbani, frutteti, boschi-guardino…), e non da colpi di fortuna più o meno manipolati.

    Molte sono attualmente nel nostro Paese le proposte di legge dirette a regolare l’uso del suolo libero. Ma un’ottima base di partenza per una discussione proficua mi sembra essere la proposta di legge popolare presentata dal Forum “Salviamo il Paesaggio” il 31 gennaio 2018 (DdL AS 164), per quattro ragioni: 1. Perché propone esplicitamente la cessazione del consumo del suolo dal momento dell’approvazione della legge, senza dilazioni; 2. Perché la proposta è avanzata da un ampia schiera di uomini di cultura, esperti e operatori di alto livello e rappresentanti di diverse organizzazioni della società civile (urbanisti, paesaggisti, architetti, giuristi, naturalisti, economisti, agroforestali, geologi…); 3. Perché la proposta si basa su una rigorosa ricerca sul problema del consumo di suolo; 4. Perché, last but not least, essa consiste in soli 10 articoli, redatti in buon italiano, senza garbugli e rinvii ermetici ad altre leggi, comprensibile per un cittadino di media cultura: tutte cose essenziali per una legislazione efficiente e democratica, che è alla base di una delle riforme più invocate, spesso solo a parole: quella della Pubblica Amministrazione.

    Ma non basta agire a livello nazionale: lo stesso Forum ha inviato nell’aprile scorso un messaggio a Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione europea e a Frans Timmermans, Vicepresidente Esecutivo e incaricato dell’European Green New Deal, perché le posizioni dell’UE in difesa del suolo vengano tradotte in atti concreti e rapidi. Nel messaggio si rileva che «il suolo non è ancora tutelato da una specifica direttiva europea», che le Nazioni Unite segnalano genericamente e in modo inadeguato «la necessità di arrivare entro il 2030 (!) ad un mondo neutrale al degrado del suolo”» e che il Rapporto sulla biodiversità della stessa ONU del 2015 indicava nel degrado del suolo la provenienza del 40% delle infezioni virali.

    Il dopo Covid 19 prospetta due possibilità:  uno cambiamento qualitativo, equo e compatibile della convivenza umana nel XXI secolo, o il ritorno al  “business as usual” imposto ai governanti con la giustificazione dell’urgenza degli interventi. Questa sarà la vera guerra da combattere.

     

    Ringraziamenti.

    Ringrazio Giorgio Majoli e Maurizio Bertinelli per le indicazioni e i dati che mi hanno consentito di completare e migliorare l’articolo. Di cui ovviamente sono l’unico responsabile.

     

  • Un lungo declino richiede una lunga visione

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                         (Popolazione residente in Italia. Dati in milioni. Fonte: ISTAT)

    Occorre  guardare oltre il dopo-coronavirus. A una strategia che realizzi un circolo virtuoso tra la produzione di risorse e la loro destinazione allo sviluppo umano e sociale. Perché è agli esseri umani come persone reali  e creative  che occorre indirizzare gli interventi economici

     

  • Centralismo e autonomismo. Cooperazione e competizione. Una convivenza difficile.

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  • Il Trionfo dell'Ingiustizia

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  • Dai Leveller alle Sardine

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    The Levelling, What’s Next After Globalization" di Michael O’Sullivan

     

  • Prendere il testimone

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    Vorrei è nata perché nella città di Monza c’era bisogno di «qualche spazio di riflessione e di confronto in più»

     

  • Villa e Parco di Monza: la distopia prossima ventura. Con il "Master Plan" (4)

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    La maledizione degli impianti sportivi sta tornando a imperversare sul monumento. Aggredito nuovamente dal solito, insaziabile ospite: l’autodromo, che ha già ingoiato 15 milioni dalla regione per sopravvivere.

     

  • I paradisi fiscali: depositi di refurtiva

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  • Aiutare gli ultimi, i  penultimi e i vulnerabili

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    Un impegno  motivante e conveniente. Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha presentato “15 Proposte per la giustizia sociale”,  ispirate a Anthony Atkinson

     

  • Parlare ai ragazzini, non al ceto medio

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    Greta, Simone e Marina dimostrano che, se esiste una parte del 99% o 100% a cui ci si dovrebbe rivolgere prioritariamente e con maggiore calore, non si tratta del “ceto medio”. Sono i giovani, anche se non ancora votanti.

     

  • Uguaglianza e conflittualità. Come conciliarle.

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    Molto si discute sulla globalizzazione e sulla rivoluzione digitale che caratterizzano il terzo millennio, sottolineandone a volte in modo entusiastico gli aspetti positivi, altre volte drammatizzandone gli effetti negativi.

     

  • Accoglienza e resistenza

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    20190210 bonvena

    Presente e futuro dell'accoglienza in Brianza nel convegno vouto da Bonvena, un raggruppamento temporaneo di imprese per la realizzazione di un progetto innovativo di accoglienza, inclusione socio-lavorativa e accompagnamento verso l’autonomia dei migranti. 

     

  • Perché Matera sì e Monza no?

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     La ragione che spinge a capire come ha fatto Matera ad essere proclamata capitale europea della cultura peri il 2019 sta nel rispondere a questa domanda: perché Matera sì e Monza no?

     

  • PD. Dopo i discorsi serve un manifesto

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    Comizio Pd

    Una propria visione del mondo e gli impegni fondamentali, lungimiranti ma concreti, per perseguirla.

     

  • Master Plan (3). La maledizione degli impianti sportivi nel Parco.

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    Nel corso del ventesimo secolo gl’impianti sportivi introdotti nel Parco, da una parte hanno portato alla devastazione di centinaia di ettari, dall’altra hanno visto il susseguirsi di fallimenti degli stessi impianti, con la distruzione di enormi risorse culturali, ambientali ed economiche.

     

  • Liberismo e protezionismo: due estremismi da combattere

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    “America First” può essere vantaggioso per gli USA, sicuramente non lo è “Brexit” per il Regno Unito e ancor meno “Prima gli Italiani” per l’Italia. Se ognuno tira l’acqua al suo mulino, nel breve termine qualcuno ne trae vantaggio, ma nel lungo termine il disastro per tutti, economico e politico, è garantito. 

     

  • Contro le diseguglianze. Nella diversità

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    Una riflessione su due manifestazioni recenti. Le “Giornate sulle disuguaglianze” di Bologna e “Forum Disuguaglianze e Diversità” della Fondazione Basso. Fra le voci, quella di Stiglitz «Non usciremo dalla depressione se non ci sarà una vera politica redistribuiva che passi anche attraverso la tassazione delle rendite»

     

  • C'è ancora bisogno della sinistra. Ma per tutti.

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    Di fronte al cambiamento, le sinistre non sono riuscite o non hanno avuto il nerbo per proporre soluzioni adeguate all’avvento della nuova realtà che Zygmunt Bauman ha ben definito “liquida”.

     

  • Le parole sono ancora pietre?

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    Amici e compagni, l'Unità, la Ditta, il Partito della Nazione, Centro-sinistra, Fronte repubblicano, il rosso.

     

  • 5 domande per la Sinistra (7)

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    Settima parte delle interviste sugli errori, i partiti, i valori, da chi e cosa ripartire dopo la catastrofe di marzo. Rispondono Giacomo Correale Santacroce, Rossana Currà, Emmanuele Curti e Rodolfo Profumo

     

  • Economia comportamentale: perché attrae?

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    20180502 neuromarketing

    La difficoltà di controllare la rivoluzione in atto genera un diffuso catastrofismo, che si concentra, oltre che sulla minaccia monopolistica, sul timore che gli “algoritmi” su cui si basano le applicazioni offerte al pubblico e i progressi dell’intelligenza artificiale possano compromettere la libertà degli uomini.

     

  • Dal dire al fare: questo è il problema. In economia e non solo.

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    20180228 Misbehaving a

    Le tesi di Richard H. Thaler, il più recente economista-psico-sociologo insignito del premio Nobel 2017 per l’economia.

     

  • Villa reale e Parco di Monza al bivio. Con un Master Plan (2)

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    20180118 PARCO VIALE DEI CARPINI

    È stato firmato l'Accordo di programma che sancisce l'entrata della Regione Lombardia fra i proprietari del Parco di Monza. Ma del Master plan non si conosce ancora nè l'estensore, nè la finalità

     

  • Villa Reale e Parco di Monza al bivio. Con un "Master Plan".

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     20180109 parco monza andrea rota nodari

    Dei 55 milioni per l'accordo fra Comune di Monza e Regione Lombardia, 27 sono ancora tutti da destinare secondo un piano ancora da redigere, ma le linee guida sembra quelle di un business plan...

     

  • Sconfiggere la povertà ed essere più liberi: si può, secondo Bregman

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    20171217 utopia a

    L’utopia di Bregman è molto coinvolgente e convincente. Ma solleva nondimeno molti quesiti.

     

  • Una eu.topia per Monza

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    20170912 corona ferrea 

    A proposito di marchio, sfiderei chiunque a trovarne un altro di pari rilievo e potenza per Monza: è la Corona Ferrea.

     

  • L'economia tra guerra e pace

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    In “Economia della pace”, il libro di Raul Caruso, l’autore sposa la visione di Kenneth Boulding: l’economia deve “superare il paradigma neoclassico in cui i sistemi di scambio costituiscono il tradizionale ed esclusivo campo di indagine della scienza economica”.

     

  • Economia della bellezza: molta domanda, poca offerta

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    20170725 sopraelevata nord

    Restaurare opere d’arte, architetture, paesaggi, oltre ad essere un valore per lo spirito umano ha una ingente valore  economico coerente con il primo.

     

  • Prodi: come ribaltare un piano inclinato

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    20170718 prodi

    Nel suo libro-intervista  “Il piano inclinato” Prodi denuncia senza infingimenti  i mali del nostro Paese, a partire dalla criminalità e dall’evasione fiscale, e i diversi aspetti di arretratezza nei confronti di altri paesi occidentali e non. Mali che potrebbero far scendere il nostro Paese ancora  più in basso.

     

  • Ma perché autodromi e concerti rock debbono violentare i parchi?

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    20170630 rossi

    A Modena come a Monza si usano i parchi per i grandi concerti. Non sarebbe meglio usare le aree dismesse dalle grandi fabbriche?

     

  • Monza, identità di una città

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    20170418 monza stemma

    Tra autodromo, impresa e storia, a passo di rock. Alla ricerca dell'identità.

     

  • Euro si, no, ni. La parola a Stiglitz

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    20170403 euro

    Nel suo nuovo libro, in uscita tradotto in Italia da Einaudi, il giudizio di Stiglitz sull’euro si può riassumere così: la moneta unica è stata mal pensata e male attuata. Tuttavia, questo giudizio non comporta una posizione di Stiglitz contro l’unità dell’Europa: al contrario, questa è da preservare e da perseguire.

     

  • Papa Francesco chiederà scusa?

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    20170316 PAPA FRANCESCO E MIRABELLO 1

     È evidente la contraddizione tra ciò che si sta facendo nel Mirabello e l’alta lezione che Papa Francesco ha impartito urbi et orbi sulla convivenza amorevole tra uomo e natura,  con la  lettera enciclica Laudato Si

     

  • Zuckerberg, Gates, Bono. E del buonismo.

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    20170305 facebook

    Dobbiamo raccogliere le forze di sinistra ovunque. Non regalare i Bill Gates, i Zuckerberg, e anche i Bono alle armate dei  Donald Trump.

     

  • Papa Francesco deve sapere (e altri ricordare)

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    20170203 bergoglio

    Ripercorriamo le vicende del Parco di Monza alla vigilia della visita di Bergoglio

     

  • Cultura ed economia: chi serve chi?

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    20170125 Edmund Phelps

    Visco, governatore della Banca d’Italia, auspica un aumento degli investimenti per la cultura, termine al quale dichiara di preferire “conoscenza”. Si rifà ampiamente alle idee di Edmund Phelps, premio Nobel per l’economia nel 2006

     

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