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Affermazione di un diritto e strumento di integrazione. L’esempio di ASAI Torino nell’intervista a Paola Cereda.

Assistiamo ormai da tempo all’esplosione di un malessere sociale che diventa odio verso gli ultimi e si fa terreno fertile per la diffusione di pulsioni razziste, alimentate dalla propaganda dell’estrema destra. Di lavoro che contrasti la percezione distorta dell’altro più sfortunato come minaccia al proprio benessere e alla propria sicurezza, evidentemente non se ne fa abbastanza.

Nelle periferie urbane o nei quartieri degradati delle grandi città rendere possibile la convivenza, anzichè la guerra fra poveri, soddisfare i bisogni elementari di tutti è difficile, ma in ogni caso non basta, se fra questi bisogni non vengono considerati e inclusi anche quelli emotivi e psicologici, sui quali solo la cultura e il lavoro sociale possono incidere, costruendo situazioni che permettano di superare la paura e la diffidenza, offrendo occasioni grazie alle quali il senso dell’uguaglianza nella diversità, la convinzione della irrinunciabilità dei diritti di ogni essere umano in quanto tale si radichino nei giovani non come astratti principi, ma come frutto di esperienze profonde.

Di questo genere di lavoro vorrei parlare con chi lo fa da anni: quello che conosco meglio è il lavoro che Paola Cereda, scrittrice, psicologa, attrice e regista teatrale, nata in Brianza e trapiantata a Torino, fa per ASAI, un’associazione che svolge un prezioso lavoro di educazione e integrazione attraverso la cultura e l’arte. Ho parlato di lei nel dossier “Brianza che vieni, Brianza che vai”, descrivendo come esempio del suo lavoro di arte per il sociale, nel quale si è specializzata a Buenos Aires, uno dei bellissimi spettacoli che allestisce con la compagnia “AssaiASAI”, della quale è regista. https://youtu.be/w5txMC4zVLc

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“Dai laboratori artistici agli spettacoli teatrali, dalle performance comunitarie alle mostre, passando per feste, presentazioni di libri e concerti, la Cultura in ASAI è diritto e insieme strumento fondamentale di sensibilizzazione e comunicazione. È prodotto artistico che non dimentica mai l’aspetto umano.” Così Paola Cereda presenta il suo lavoro nella pubblicazione “Muri Barriere Confini” che si può trovare e scaricare sul sito www.asai.it.

A lei voglio chiedere di parlarci di questa esperienza in una città che sull’integrazione sociale lavora da molto tempo e che può rappresentare un esempio da seguire.

La Cultura in ASAI è diritto e insieme strumento fondamentale di sensibilizzazione e comunicazione. È prodotto artistico che non dimentica mai l’aspetto umano.

Cos’è ASAI, quali sono i suoi diversi campi e modalità di intervento?

ASAI - Associazione di animazione interculturale - è un’associazione di volontariato che, in collaborazione con la cooperativa Terremondo, lavora in quartieri di Torino ad alto tasso di immigrazione con minori italiani e stranieri, giovani e famiglie, proponendo attività di sostegno scolastico, aggregazione e costruzione comunitaria.

Da quali esigenze è nata e quando? Chi la supporta economicamente?

ASAI è nata nel 1995 a San Salvario, un quartiere che in quegli anni era molto “caldo”: negli anni ’90 c’erano parecchie tensioni tra gli italiani e gli immigrati che arrivavano in città per stabilirsi nei pressi della stazione Porta Nuova. Nel tempo sono stati realizzati numerosi progetti sul territorio e la situazione è decisamente migliorata. ASAI offriva e continua a offrire uno spazio ai bambini e agli adolescenti che si incontrano per fare i compiti, fare arte e imparare la convivenza nella quotidianità dello stare insieme. L’associazione si supporta tramite bandi cittadini o regionali, grazie al contributo di alcune fondazioni e a diverse attività di autofinanziamento e raccolta fondi. 

Vi operano sia specialisti che volontari? Quanto è necessaria, se lo è, la presenza di entrambe le tipologie di operatori?

La formula mista operatori più volontari è il punto di forza dell’associazione. Gli operatori sono professionisti del sociale (educatori, psicologi, antropologi, ecc.) oppure artisti con competenze educative. La presenza di professionisti assicura continuità ai servizi ed è fondamentale per la supervisione delle attività e per il coordinamento dei centri aggregativi, che richiede un grande impegno quotidiano. I volontari sono la linfa vitale e il motore del mondo ASAI: sono circa 650, sparsi sul territorio, di differente età e formazione. Danno il loro contributo in attività che vanno dal sostegno scolastico, all’orientamento lavorativo per giovani e assistenti familiari, fino al tutoraggio di ragazzi inseriti in percorsi di giustizia riparativa (minori autori di reato impegnati in attività di riparazione). I volontari rendono possibile la maggior parte dei percorsi proposti ai ragazzi.

 

Il vostro è comunque un intervento che non nasce dalle istituzioni pubbliche, ma dall’iniziativa del privato sociale. Ci sono, negli stessi ambiti di intervento, programmi e iniziative di tipo pubblico? Se sì, quale relazione c’è fra questi due livelli?

Il privato sociale non dovrebbe sostituirsi al pubblico e andare a tappare i buchi lasciati da un welfare sempre più deficitario. Al contrario, il privato sociale e il pubblico dovrebbero lavorare insieme mettendo a disposizione ciascuno le proprie risorse per arrivare a risultati ottimali. Ci sono esempi di collaborazione virtuosa che vanno in questa direzione. Nel caso di ASAI, si può citare il lavoro in sinergia svolto con il Centro Interculturale della Città di Torino che ha come obiettivo quello di coinvolgere giovani e territorio in percorsi interculturali. Anche scuola ed extrascuola collaborano per mettere a disposizione degli studenti delle attività organizzate in sinergia da istituti scolastici e associazione, al fine di migliorare la qualità e l’utilità del sostegno allo studio.

San Salvario è forse un esempio di come nelle città le periferie sociali non coincidano necessariamente con quelle fisiche. E’ forse più facile intervenire in quartieri difficili, ma comunque situati vicino al centro?

San Salvario è un quartiere ubicato dietro la stazione di Porta Nuova che per molto tempo è stato considerato una “periferia”, cioè un luogo al margine. Per uscire da questa visione, è utile considerare ogni zona della città, indipendentemente dalla sua posizione geografica, come uno spazio che racchiude luoghi, persone e relazioni. È ciò che chiamiamo “paesaggio”. Ogni periferia, quindi, ha un proprio paesaggio da valorizzare attraverso attività che lavorino su queste tre componenti: luoghi, persone e relazioni. Bisogna costruire opportunità di incontro e di formazione e, allo stesso tempo, migliorare lo scambio e la comunicazione tra i territori. Uscire quindi da una logica “unico centro-tante periferie” per cominciare a pensare a una rete di paesaggi in grado di scambiarsi narrazioni. 

Bisogna costruire opportunità di incontro e di formazione e, allo stesso tempo, migliorare lo scambio e la comunicazione tra i territori.

Avete potuto rilevare, dal vostro osservatorio, un peggioramento del clima sociale e politico, dell’accoglienza della città nei vostri confronti? Se sì, quale risposta pensate vi si debba opporre?

 L’anno scorso siamo stati presi di mira da un gruppo di estremisti che ha imbrattato ripetutamente i muri della nostra associazione con bestemmie e insulti rivolti alle persone di fede musulmana. Chi ha compiuto questi atti identifica ASAI come un luogo da colpire proprio per il suo messaggio e per la presenza di cittadini di diverse provenienze e religioni. Ci siamo chiesti quale riflessione condividere con passanti, bambini, ragazzi, volontari e cittadini, evitando di offrire occasione di pubblicità a idee e movimenti razzisti e senza mettere in pericolo chi abitualmente frequenta la nostra sede. Alla fine abbiamo deciso di non cancellare le scritte ma di coprirle con tante lenzuola dipinte dai bambini e dai ragazzi del centro aggregativo, che hanno animato le strade davanti alla sede riempiendole di colore e della loro presenza. E la presenza è stata la nostra risposta migliore, perché testimonia il desiderio di costruire insieme il quotidiano.

 

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Quali riscontri è possibile avere riguardo all’efficacia del vostro lavoro sulla convivenza civile di differenti culture? O sulla riduzione della emarginazione sociale? Quali interventi ti sono sembrati più incisivi?

Il nostro lavoro è fatto soprattutto di relazioni e la sua efficacia si può misurare attraverso vari parametri. A livello quantitativo, sono centinaia e centinaia i bambini, i giovani, le famiglie e i volontari che frequentano le sedi ASAI. A livello qualitativo, l’idea è quella di creare spazi dove la gente possa sperimentare il benessere che nasce dal buon convivere. Ci sono molti progetti di successo: il laboratorio teatrale, per esempio, porta quaranta e più giovani, alcuni diversamente abili o con problematiche psichiatriche, a lavorare insieme con benefici evidenti sulla socializzazione e l’autostima di ognuno. Il progetto Casainsieme San Salvario mira alla costruzione e ricostruzione della fiducia tra vicini di casa e consiste nel chiedere agli abitanti del quartiere di aprire le porte di casa per raccontare la propria storia, che diventa parte del condominio virtuale più grande di Torino. Il progetto “Ricominciamo”, in collaborazione con la Polizia Municipale di Torino e la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta, offre ogni anno a 60 minori autori di reato la possibilità di riparare i propri comportamenti devianti attraverso attività di volontariato, con benefici sociali evidenti in termini di assenza di recidiva e di minori costi legati ai processi. Le esperienze virtuose sono davvero tante.

Fate dunque, con Casainsieme, un lavoro di integrazione anche con gli adulti: ci sono, oltre a questa, altre modalità di approccio nei loro confronti? Quale risposta trovate da parte loro?

Il nostro lavoro è sempre intergenerazionale, a cominciare dalle attività di sostegno scolastico che sono dedicate agli studenti e gestite dagli adulti, volontari ed educatori. Un’attività di doposcuola non è solo un posto dove si fanno i compiti: è soprattutto un luogo dove si costruiscono relazioni tra pari e tra persone di età differenti. Lo stesso vale per i laboratori artistici. Anche i corsi di italiano per stranieri sono molto frequentati da giovani e adulti insieme, così come i corsi di informatica, di cucito o di cucina, aperti alle mamme che possono godere di un momento settimanale per incontrarsi e fare conversazione in italiano. Lo Sportello Lavoro accoglie sia giovani in cerca di orientamento lavorativo, sia donne che si formano nell’ambito del lavoro di cura. Queste donne, e sono tantissime, imparano nozioni igienico-sanitarie e allo stesso tempo trovano un gruppo dove confrontarsi rispetto a tutte le problematiche del quotidiano. Esiste anche una consulta di volontari che si ritrova tre o quattro volte l’anno per decidere le linee tematiche dell’associazione. C’è un coro di adulti che propone un repertorio di canzoni dal mondo in diverse manifestazioni pubbliche della Città. Gli spazi per gli adulti sono tanti perché l’associazione lavora in un’ottica di crescita e aggregazione comunitaria.

Pensi sia possibile esportare un’esperienza come la vostra in altre realtà?

 La nostra realtà non è strettamente legata a un contesto quanto ai bisogni specifici di quel contesto in un determinato periodo storico. La società cambia, i ragazzi cambiano e noi dobbiamo essere in grado di ampliare le nostre conoscenze e di proporre risposte utili a domande che variano nel tempo. In molte città, comunque, ci sono realtà simili che si impegnano nel sociale e che mettono al centro del proprio lavoro le persone e le relazioni, e non le associazioni stesse.

 

Foto di Nicola Nurra, Fabrizio Maniscalco e Michelangelo Ferragatta

 


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