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Le declinazioni del comunitarismo di Lealtà Azione a Monza, comunità che si ispira a ideali, a valori tradizionali ed identitari

Dopo aver trattato di quattro Post Utopie contemporanee, proseguiamo nell'esplorazione di una quinta. Questa volta non dobbiamo spostarci di molto: l'associazione Lealtà Azione che fa riferimento al neo comunitarismo di cui vogliamo trattare, ha la sua sede in via Dante a Monza. 

Il Comunitarismo

L'idea del comunitarismo nasce verso la fine del XIX° secolo, durante la seconda rivoluzione industriale e concepisce, come riposta all'individualismo da essa generato, la costituzione di comunità basate sulla fratellanza e sul ripristino dei rapporti umani, gravemente compromessi dalle trasformazioni sociali di quell'epoca. Il movimento del comunitarismo è molto variegato: inizia con l'ottocentesco socialismo utopistico e si estende al comunitarismo d'ispirazione religiosa (Martin Buber, Jacques Maritain) di cui in parte prende ispirazione la Decrescita Felice, ne avevamo trattato qui. Agli inizi del Novecento ne traggono spunto sia l'ideologia comunista, sia quella di ispirazione fascista e nazionalista. Nel secondo dopoguerra il comunitarismo si evolve in diversi pensatori, tra cui il canadese Charles Taylor e nell'idea neo comunitarista del filosofo marxista Costanzo Preve, avvicinatosi nella parte finale della sua esistenza al cosiddetto pensiero rossobruno. Nel nuovo millennio prende forma nel movimento del Comunitarismo Europeo, nato nel 2015 e infine nel Partito Comunitario Nazional-europeo

In Italia il tema è relegato nel controverso dibattito politico tra destra e sinistra: il mondo della sinistra politica sospetta che dietro uno dei concetti fondanti di questo pensiero, cioè il superamento della dicotomia politica destra-sinistra, concetto peraltro preso a piene mani dai cosiddetti populisti e sovranisti di Lega e M5S, si nasconda un riemergere ideologico dell'estrema destra in nuove e mascherate forme. Nei precedenti servizi abbiamo visto come ogni pensiero che tende a creare comunità sia ancora marginale: lo abbiamo appurato sia con la Decrescita FeliceFelice, sia con il Bioregionalismo e sia con Transition Towns. Così è anche, come vedremo in questo servizio, per il neo comunitarismo. Guardando con attenzione, si può scorgere una relazione, seppure fievole, tra il comunitarismo di Lealtà Azione e l'idea di Panarchia nel concetto di comunità a-territoriali. Questa forma di neo comunitarismo vive in una dimensione a-territoriale, quantomeno in forma primordiale: non si riconosce nella pienezza dei valori fondanti della Repubblica Italiana; svolge liberamente le sue molteplici attività in uno spazio territoriale, ma nello stesso tempo è collegata in rete con altre comunità simili, sia del territorio nazionale e sia del resto del mondo, con progetti di cooperazione attivi in Siria, Palestina e Kosovo.  

La società contemporanea vive in forma atomizzata estrema, al punto che l'associazionismo, forma basilare di socializzazione, crea micro comunità specializzate e parcellizzate in particolari campi d'intervento. Secondo un censimento del 2015 in Monza e Brianza, su una popolazione di 750.000 abitanti, risultano presenti 3000 associazioni, in gran parte sportive e culturali. Eppure interessano solo una parte minimale della società. Molte di queste sono composte da pochi volontari. Il pregio delle comunità utopiche si misura nel tentativo di essere catalizzatori, conferendo alle associazioni una visione del mondo più alta e con la finalità di ricostruire legami nel tessuto sociale individualizzato. Tentativo di fatto abdicato dalla politica. Oggi, la relazione che ha la società con la politica e la democrazia rappresentativa, consiste nell'andare a votare ogni cinque anni e a ogni tornata elettorale nel perdere sempre più l'interesse a utilizzare il diritto di voto.

 

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 Lotta Blokker, Münster, Westfalia 2017 - Foto di Pino Timpani

 

“Poniti dinanzi agli eventi come un bambino,
e sii pronto ad abbandonare ogni preconcetto,
vai umilmente dovunque e in qualunque abisso
la Natura ti conduca, o non apprenderai nulla”.
Thomas Henry Huxley.

 

Lealtà Azione

Lealtà Azione di Monza fa parte di una rete di associazioni diffuse soprattutto in Lombardia, nel nord Italia, ma anche in forte espansione al centro e sud Italia. È stata fondata nel 2011 da un gruppo di persone, di cui alcune provenienti da delle tante anime e rivoli in cui si è diviso il contesto politico di estrema destra negli ultimi decenni, processo peraltro non dissimile a quanto avvenuto nella parte opposta di estrema sinistra. La maggior parte degli aderenti sono tuttavia giovani nati dopo gli anni '80. 

In questa intervista ho riscontrato alcune sorprese: non c'è un “io” ma c'è la comunità sopra ogni singolarità; pensavo di realizzare un intervista a uno o al massimo due rappresentanti, invece hanno preferito incontrarmi con tutto il gruppo dei responsabili delle branche d'intervento nella società; l'associazione si muove in una dimensione pre politica, la politica viene dopo, è considerata secondaria e il suo apparire è stato il capolino, in poco più di un'ora, del Sindaco Dario Allevi a presenziare un'iniziata a favore dei ragazzi down, promossa precedentemente a Monza e a cui sono stato invitato come osservatore. È intervenuto, proveniente da altre iniziative monzesi organizzate durante la giornata, per poi staccarsi e spostarsi ad altre iniziative cittadine di altra natura. 

Un'ulteriore sorpresa è stata, al margine dell'intervista, sentire da uno dei fondatori dell'associazione, Alessandro, le testuali parole: «Stiamo perdendo tempo ed energie a dividerci e combatterci tra fascismo e antifascismo. Ma ora il tema è ben altro: l'ideologia dominante neoliberista ha disumanizzato la società, l'ha atomizzata al punto che la nostra contesa è stata derubricata nella marginalità della storia. Oggi le nuove generazioni non sanno che cosa sia successo il 25 aprile, nemmeno sanno cosa sia accaduto il 4 novembre. Chi ha il potere ci sta fregando entrambi».

 

Come si pone Lealtà Azione nei confronti dei fenomeni neo-comunitaristi?

Lorenzo. Noi riteniamo che quello che si usa definire materialismo, o più semplicemente la “Ragione”, abbia declinato, o voglia imporre, una nuova figura di “Uomo Accettabile” e cioè un uomo prodotto delle condizioni materiali e le cui azioni sociali sono la risultante di cause identificabili, tangibili, misurabili, utilitaristiche, in ultima analisi, un uomo interscambiabile, sostituibile, che mangia, produce e vive come semplice materia. A questo noi contrapponiamo un Uomo che sente, poi pensa e quindi agisce in nome di quei valori autentici ed insopprimibili che restano nell’inconscio e che informano la dignità ed il carattere di un popolo con le sue radici, i suoi miti i suoi simboli e la sua storia. Si tratta quindi di archetipi di uno spirito collettivo formatisi nel corso dei tempi dove i singoli individui percepiscono lo stesso destino e che definiscono il proprio carattere e le proprie specificità di popolo. Quindi non Panarchia, Società Liquida, Stati Virtuali o Minimi, ma Comunità come sfida alla dittatura del mercato, l’appartenenza alla Patria sovrana contro il cosmopolitismo, il sangue contro l’oro, la sintesi delle specificità contro l’omologazione.

Com'è nata la vostra comunità?

Alessandro. Abbiamo cercato di anticipare l'idea di comunità anni fa. Perché a noi piace poco quello che c'è fuori da questa porta e tuttavia ci viviamo e lo dobbiamo affrontare nella vita quotidiana. Ci siamo incontrati e abbiamo provato a unirci in un sentire comune. Poi abbiamo deciso di fornirci di un'azione pratica. Da questo nasce il nome Lealtà Azione, utile a cambiare molti di quegli aspetti che secondo noi vanno superati ed è possibile farlo. L'azione è il movimento che ci porta fuori, evitando di rinchiuderci, di rimanere un gruppo isolato dal resto del mondo. Questa è l'idea portante della nostra associazione: creare una comunità coesa, a noi piace chiamarla Patria, dove ci si può sentire a proprio agio e condividere sentimenti, aspirazioni e ideali. 

Come si svolge l'azione pratica?

Alessandro. L'abbiamo declinato in branche. Le possiamo definire anche dipartimenti d'intervento specifico che tuttavia seguono un filo logico: dal preservare la memoria storica, alla tutela della famiglia e dell'infanzia, all'attività dei “Lupi delle vette”. Quando lei, signor Timpani si è presentato, in questa nostra conversazione e ha citato tra gli altri i filosofi francesi del Post Strutturalismo, come determinanti per la sua formazione, mi ha fatto tornare in mente che anche noi della comunità abbiamo un debito con un pensatore francese: si tratta del pensiero contenuto in Ritorno al reale, scritto dal filosofo contadino Gustave Thibon. E' un libro bellissimo che riporta a una visione, seppure un poco spartana, di un contatto profondo con la terra. 

Non è un tornare indietro nella storia?

Alessandro. Potrebbe anche esserlo. Eppure viene da chiedersi: cosa ci spinge a esplorare Marte, utilizzando sofisticate tecnologie spaziali, se poi, per sopravvivere, dobbiamo necessariamente immergere le mani nel fango e attingere alle risorse della terra con la caccia piuttosto che con l'agricoltura? Va bene, siamo nel 2018 e l'idea di Thibon può non essere salvifica. Però qui e ora vogliamo provare a risolvere, almeno in parte, la situazione di decadenza e di perdita identitaria, degenerata con la disgregazione della famiglia e dall'affermazione dell'ideologia gender. 

Queste sono le cose che non vi piacciono?

Alessandro. Sono solo una parte. A monte c'è l'esistenza di un totale libero arbitrio: tutto è concesso e ogni desiderio diventa un diritto. Per esempio avere un figlio a prescindere dal sesso e dalla possibilità naturale di poterlo avere. Questo è uno degli argomenti che tratterà meglio Patrizio. Non ci piace la perdita di identità in cui ormai l'essere umano non ha pressoché nessun valore, se non come numero in dinamiche meramente economiche. Tutto è standardizzato e omologato. Siamo in un punto limite: o torniamo nel reale, come sostiene Thibon, oppure siamo destinati a divenire creature da laboratorio. Se abbiamo un futuro, questo è legato alla sopravvivenza sulla terra, così com'è stato per migliaia di anni. Costituire comunità contribuisce a ripristinare la relazione con la terra che ci nutre, a ridare vita alle differenze, alla molteplicità della diversità che danno ricchezza alla natura.

 

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Foto di Pino Timpani

 

Alla base di questa associazione culturale c'è l'intenzione di ricreare il tessuto connettivo andato perduto con la comparsa dell'uomo economico, dell'uomo consumatore, dell'uomo atomizzato, dell'uomo cellula, ma senza sinapsi

Insomma, partite da una ricoperta del ruolo umano nella natura?

Lorenzo. Alla base di questa associazione culturale c'è l'intenzione di ricreare il tessuto connettivo andato perduto con la comparsa dell'uomo economico, dell'uomo consumatore, dell'uomo atomizzato, dell'uomo cellula, ma senza sinapsi, con neuroni completamente indipendenti l'uno dall'altro, dove l'unico denominatore comune è il consumo, il più delle volte di generi non assolutamente necessari. La nostra intenzione è procedere a una sintesi delle differenze, nel rispetto delle diversità e delle origini particolari. Non pensiamo di stabilire aprioristicamente se sia migliore un'idea piuttosto di un'altra. Però, nel momento in cui si riconoscono le identità, interfacciandosi con esse, non può che scaturirne un vantaggio reciproco. Le diversità, se approcciate nel modo migliore, risultano, una volta sintetizzate, un arricchimento. La nostra sfida è rivolta al modello di sviluppo imperante, al progetto sfacciato di sradicare tutto in nome di un mercato globale che si nasconde in un falso egualitarismo e di fatto porta a svilire l'essere umano. 

Questa potrebbe essere una rivoluzione?

Lorenzo. Non nel senso classico del termine. Non mi risultano in atto grandi rivoluzioni di massa. Esistono tante sensibilità diverse che hanno il dovere di intervenire nella realtà, partendo da una prima e fondamentale rivoluzione interiore. Bisogna cominciare da se stessi. Se non si è in grado di vincere il proprio conflitto interno, non si scalfisce assolutamente il mondo esterno. La comunità contribuisce ad aiutare la soluzione di questi conflitti, ma il successo finale è determinato dall'insieme di vittorie delle singole battaglie interiori. Lealtà Azione è un laboratorio in divenire, dove si mette prima di tutto in discussione se stessi. Solo così si può provare a vincere nel mondo esterno. 

Cosa vuol dire vincere?

Lorenzo. Vincere in termini positivi. Indentiamoci: la vittoria non è il risultato di una competizione o l'imposizione di un proprio credo su altri. Altrimenti ci saremmo strutturati come altri gruppi che hanno fatto scelte diverse, presentandosi in forma di movimenti o di partiti politici. 

Quindi non avete un progetto preciso, se non in gestazione?

Lorenzo. Il progetto è l'uomo. Ci muoviamo andando a riprendere alcuni concetti nati negli anni '80 con le nuove destre, ispirati a quello che potremmo definire gramscismo di destra. Per noi è importante essere presenti dove si formano le coscienze, il pensiero e per nulla catalogarlo in schemi e finalità di interesse politico o partitico. Siamo in un terreno di metapolitica, o se vogliamo di pre politica che poi potrebbe evolversi in un pensiero e in un’azione politica precisa. Diciamo che la finalità non è essenzialmente questa, anche se potrebbe esserne una conseguenza. Attualmente ci relazioniamo con la politica più o meno come fanno le altre associazioni culturali che agiscono nella società. 

Quando è stata creata l'associazione a Monza?

Alessandro. Nel 2011. Prima è nata a Milano da un incontro di varie realtà, come diceva prima Lorenzo, che agivano nella metapolitica, organizzando eventi e attività culturali. Quella di Monza è nata poco dopo, in collaborazione con un'associazione preesistente che si chiamava Compagnia Militante e si occupava tra altre cose di presentazioni di libri e dell'organizzazione di attività comunitarie. L'incontro di queste comunità ha dato vita a Lealtà Azione, un progetto più complesso ed esteso anche in altri territori del milanese e ora in altre regioni. A Monza siamo riusciti a creare questa sede di tutto rispetto e a strutturarci in branche di intervento specifiche perfettamente funzionanti. La nostra sede è bella e accogliente. Siamo soddisfatti del nostro lavoro. Ci alimenta una passione, una pulsione che ci spinge a donarci e dedicarci con il massimo delle nostre forze nelle attività che svolgiamo per gli altri, per noi stessi, per tutto.

 

La branche

 

C'è stata una crescita costante della comunità, tale da intensificare sempre di più le attività e le iniziative e a connotarle in modo più preciso e contestualizzato

Come siete arrivati alla struttura operativa attuale?

Paolo. C'è stata una crescita costante della comunità, tale da intensificare sempre di più le attività e le iniziative e a connotarle in modo più preciso e contestualizzato. In questa fase sono maturate varie sensibilità dei componenti della comunità che poi hanno trovato naturale specializzarsi in interessi di intervento specifico. Prima venivano trattati in generale da tutto il gruppo. Quando l'attività e diventata più complessa, abbiamo deciso di istituire gruppi di lavoro speciali e li abbiamo chiamati branche. Si tratta di settori strutturati e omogenei, con ulteriori sotto dipartimenti che hanno la finalità di interfacciare la nostra evoluzione culturale e antropologica con il mondo esterno. Sono una fucina per la realizzazione di progetti, anche ambiziosi, per concretizzare il nostro pensiero nell'attività pratica. Sono utili al miglioramento della società, fornendo imput per modificare, come diceva prima Alessandro, quanto non ci piace fuori dalla porta. E' un lavoro decisamente difficile e complicato, tuttavia ci proviamo. Le branche ovviamente, pur specializzate in campi di azione, rispondono al progetto complessivo della comunità, declinandone le concezione fondanti nei vari argomenti.

 

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Donazione a favore degli studenti in Palestina dalla Curva Davide Pieri del Calcio Monza -  Foto di Pino Timpani

 

Quali sono le branche?

Patrizio. Branco Onlus è la più importante. È una onlus e nello stesso tempo una branca di Lealtà Azione. Inizialmente è nata per affrontare alcuni temi. Poi si è strutturata in ulteriori sotto dipartimenti. I primi due dipartimenti, che sono interconnessi tra loro e riguardano la tutela della famiglia e dell'infanzia, hanno per principio sacro, quantomeno per noi, la cellula fondante che nasce nel nido della casa: nell'affiliazione, nella generazione, nella crescita e nella tutela di chi è più piccolo, in modo che possa essere a sua volta nel futuro un tutore e un difensore di chi gli succederà. Noi su questo abbiamo una visione molto circolare. Prima si è accennato che in questa epoca è in voga il mantra dei diritti. Noi privilegiamo parlare prima di doveri e in secondo luogo di diritti. Ci piace pensare che quanto si riceve, soprattutto nella tenera età, siano doni che poi andranno restituiti nell'età adulta. 

Di cosa vi occupate in particolare al livello pratico?

Patrizio. Una decina di anni fa abbiamo promosso una campagna di sensibilizzazione con un torneo di calcio: un calcio alla pedofilia. L'iniziativa è nata per raccogliere fondi a sostegno delle vittime e per contrastare questa grave piaga. Si esplica con l'aiuto legale e il sostentamento nei casi più gravi a madri e a figli colpiti. Successivamente il nostro interesse si è spostato sulla tutela della vita fin dal concepimento: per noi l'identità inizia da quando una persona nasce. Quindi, la nostra azione è volta al sostegno materiale e spirituale per chi decide di portare a compimento la propria gravidanza. Stiamo per dare avvio a un nuovo progetto di cui ci siamo innamorati e vogliamo realizzare a Monza: “Una culla per la vita”. Si tratta della creazione di una struttura particolare, collocata in un luogo anonimo, in cui dare la possibilità, per le situazioni più difficili e drammatiche, di salvare neonati abbandonati. 

A che punto è il progetto?

Patrizio. Attualmente stiamo lavorando alla progettazione di fattibilità tecnica, ricercando le modalità più consone all'immediatezza dell'intervento dello staff medico, del sistema dei servizi sociali e alla riservatezza di chi ne usufruisce. Possiamo dire che è una forma moderna di ruota medioevale, in cui i bimbi abbandonati, i trovatelli, gli Esposito o i Colombo di lontana memoria, vengono presi in carico dalla comunità. Ci sono anche implicazioni di carattere legislativo da mettere a punto, perché l'abbandono in se contiene responsabilità legali. Ovviamente vogliamo creare la struttura come soluzione estrema al problema, ma nel contempo ci auspichiamo che non venga usata, che prevalgano altri e più efficaci intervenienti di prevenzione da parte delle strutture sociali e che il nostro agire aiuti, sostenga e dia speranza a chi si trova in condizioni di estrema difficoltà. La struttura vuole essere un'alternativa alla pratica terribile di abbandonare neonati in cassonetti dei rifiuti, con probabilità nulle di sopravvivenza: c'è il cassonetto, ma c'è la possibilità di salvare comunque una vita, ricorrendo a una struttura attrezzata e anonima. 

Alessandro. Nella missione che abbiamo fatto in Palestina qualche anno fa, abbiamo visitato un orfanotrofio dove vengono accolti i bambini trovati nei cassonetti e salvati ai cani randagi. Quando arriva prima la polizia palestinese, riesce a portarti dalle suore Vincenzine. Vengono salvate le loro vite. Questo è importante. Purtroppo a questi bambini non viene riconosciuto un status, né gli vengono consegnati documenti d'identità. Sono condannati per sempre a non potere uscire fuori dalle mura edificate dagli israeliani che circondano Betlemme. 

Nelle cordate che organizziamo il gruppo si lega allo stesso destino: la propria vita dipende da un altro compagno e viceversa

Lupi delle vette è un'altro sotto dipartimento di branco Onlus? Di cosa si occupa?

Davide. Lupi delle vette si pone due obbiettivi: l'aggregazione e la formazione. L'aggregazione è portare gruppi di persone a vivere l'ambiente e godere quell'emozione che è di moda chiamare wilderness, anche semplicemente con passeggiate in montagna. Andare in montagna comporta vivere un insieme di emozioni, non facilmente spiegabili con le parole. Noi lo facciamo in maniera assai differente da quella modalità consumista e turistica di fruire il territorio e la montagna. Viviamo la montagna cercando di capire dove siamo, di cogliere quegli aspetti particolari e profondi della natura che ci circonda, di percepirla con un certo livello di coscienza: questo è il secondo obbiettivo di cui parlavo, quello della formazione. Per noi la finalità non è raggiungere la cima, essere bravi e veloci ad arrampicarsi o arrivare prima degli altri. Non è questo l'obbiettivo, anche se può dare soddisfazioni. La montagna è un viatico, una mappa che porta a un percorso di crescita in un confronto con se stessi, laddove la vetta, metaforicamente parlando, è la persona rinnovata. Attraverso la fatica e la condivisione dell'esperienza con gli altri. Nelle cordate che organizziamo il gruppo si lega allo stesso destino: la propria vita dipende da un altro compagno e viceversa. 

È un percorso introspettivo?

Davide. E' un'ascesi. E' un percorso introspettivo che però ha forti ricadute nel mondo esterno. Walter Bonatti, a chi gli chiedeva cosa provasse, rispondeva: vieni come me e lo scoprirai da solo. Quando si affrontano le difficoltà, magari un semplice temporale, o il buio che cala all'improvviso, il freddo e la fame, problemi che nel vivere in una moderna città non si pongono lontanamente, in quelle condizioni trovano un allineamento, una sorprendente soluzione istintiva e consapevole. In montagna non si può mentire: quando ci si lega assieme in una cordata, è indispensabile la fiducia totale, il doverci necessariamente fidarci ciecamente gli uni degli altri e lavorare in perfetta armonia. Per questo occorre una conoscenza profonda. Andare in montagna non è fuggire da qualcosa, ma andare verso se stessi. Capirci in modo più profondo e nello stesso tempo capire meglio gli altri e il mondo che ci circonda, non è dunque solo un esercizio d'introspezione e meditazione, ma anche condivisione. Se vogliamo possiamo definirla una metafora, dove la comunità trova l'ambiente più genuino per la condivisone e la gratuità delle azioni che vanno a rinsaldarne i legami in profondità, cosa molto più difficilmente realizzabile in un contesto urbanizzato e inquinato, anche se magari si utilizzano belle parole e buoni intenti, ma alla prova dei fatti non sufficientemente veritieri e genuini. Qui sono determinati due elementi basilari: la fiducia e la lealtà. 

 

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Foto di Pino Timpani

 

Ho letto dell'attività di aiuto alle famiglie in difficoltà. In quale dipartimento si inserisce? In cosa consiste esattamente?

Anna. È il progetto Cooperazione. Nato inizialmente nel 2012 a Milano, nel 2014 lo abbiamo avviato anche a Monza e Brianza. E' un dipartimento di Branco Onlus. Ultimamente si è esteso in undici regioni italiane, diventando un progetto nazionale per il sostegno a circa 150 famiglie. Si occupa di aiutare le famiglie italiane in stato di necessità. Prevalentemente si tratta di famiglie senza lavoro e con figli che hanno difficoltà ad avere gli alimenti sufficienti per nutrirsi a pranzo e a cena. L'aiuto principale è portare ogni mese a queste famiglie un pacco di generi alimentari non deperibili. Si tratta di famiglie elusivamente italiane. Perché, purtroppo, esistono numerose famiglie lasciate per ultime e da sole. 

Le istituzioni, i servizi sociali non se ne fanno carico?

Anna. In molti casi no. Perché, se non ci sono minori, vengono messe in secondo piano e la precedenza viene data alle famiglie con minori. Lo scopo del progetto e di prendere in carico le famiglie e di mantenere l'aiuto nel tempo. Quindi non è sporadico ma costante. Il nostro è un sostegno materiale e umano: anche se un pacco alimentare da solo non risolve il problema di alcune particolari indigenze, contribuisce a non far sentire sole e abbandonate le famiglie. E' un sostegno anche di natura sociale e psicologica: il fatto di incontrarle tutti i mesi è già un buon aiuto. In genere queste famiglie hanno altri problemi che da sole spesso fanno fatica ad affrontare: hanno bisogno di ulteriori supporti, di consigli e indirizzi su come procedere. Stiamo cercando di aprire anche a Monza uno sportello, a Milano esiste da alcuni anni, con la presenza di psicologi, avvocati e altri professionisti competenti, in grado di aiutare le persone anche in attività che possono sembrare banali, come scrivere un curriculum o destreggiarsi nella giungla legislativa e normativa. Nello stesso tempo ci relazioniamo con i donatori degli alimenti, di cui siamo tramiti con le famiglie, in modo da rendere più consapevole il gesto e la scelta razionale degli alimenti da fornire. Questo è peraltro un aspetto a cui teniamo molto, perché in questo impegno riteniamo importante, come del resto facciamo con le altre attività delle branche, a provare a ricostruire le connessioni della comunità tra chi è in difficoltà e chi può andare in suo soccorso. In questo senso la cooperazione equivale alle cordate che organizziamo in montagna. Facciamo parte del Banco Alimentare, da cui tempo fa abbiamo ricevuto un riconoscimento come associazione caritatevole. 

Il nostro impegno nel tema non è dettato da una missione confessionale, non siamo missionari ecclesiastici. Si basa su una visone del mondo in cui crediamo e che vogliamo salvaguardare

Di cosa si occupa “Una voce nel silenzio”

Stefano: È, come i precedenti, un dipartimento di Branco Onlus. Si occupa della difesa delle comunità cristiane nel livello internazionale. Quando abbiamo deciso di aprirci al mondo internazionale, abbiamo scelto di andare in aiuto di quelle comunità che rispecchiano i nostri valori condivisi. Nel mondo, dall'Africa, all'Asia all'America, ci sono alcune comunità cristiane che sono perseguitate per la loro fede. Il nostro impegno nel tema non è dettato da una missione confessionale, non siamo missionari ecclesiastici. Si basa su una visone del mondo in cui crediamo e che vogliamo salvaguardare. Ci siamo attivati nelle pratiche e sul campo di azione abbiamo scelto di andare anche oltre: non aiutare comunità cristiane indistinte, perché purtroppo nel mondo ne esistono alcune degeneri che commettono delitti, ma concentrarci su alcune di esse che, oltre al valore religioso, hanno una identità e un riferimento a una patria. Siamo stati in Siria, in Palestina e in Kosovo. In queste tre comunità abbiamo riscontrato una forte corrispondenza alle nostre impostazioni valoriali. Le comunità siriane, all'inizio della guerra in atto, si sono schierate al 99% con Assad, ritenuto giustamente il legittimo presidente di un paese sovrano. In Siria la maggior parte dei miliziani ribelli provengono da paesi stranieri: un paese libero è stato aggredito da un sedicente Stato Islamico, finanziato dall'Arabia Saudita, nazione alleata con gli Usa e in buone relazioni con Israele. Questo spiega la seconda ragione della scelta di campo dei cristiani siriani. Siamo andati in Siria in una missione di aiuto alle comunità cristiane e non solo, perché in quella situazione sarebbe stato immorale e impraticabile aiutare solo i cristiani: c'era una popolazione intera a soffrire. Complessivamente abbiamo portato tre container contenenti alimenti, materiale infermieristico e altro. In Siria siamo stati a Manula, dove c'è un antico monastero e si parla ancora in aramaico. Il progetto di aiuto alla Palestina è quello che inizialmente ci sembrava impossibile e ci ha fatto più sognare. Abbiamo iniziato con una raccolta fondi per realizzare un campo di calcio a Betlemme. A Monza le iniziative di raccolta hanno funzionato oltre ogni previsione. 

Perché era impossibile andare in Palestina?

Stefano. E' difficilissimo entrarci. Bisogna per forza varcare i confini controllati da Israele, passando per blocchi militarizzati ed estenuati interrogatori. Una volta entrati colpisce emotivamente il trovarsi a percorrere città murate. Non c'è un singolo muro, come si potrebbe pensare, ma ogni città è separata da fasce murarie per impedire ai palestinesi di uscire. Tornandoci più volte a distanza di mesi, colpisce ancora di più notare che nel frattempo i muri sono stati spostati più avanti per far posto a nuovi insediamenti di coloni, immigrati in Israele da altre parti del mondo. Spostare i muri equivale a sottrarre ulteriore territorio ai palestinesi. Dopo poco tempo di permanenza in Palestina si constata un evidente e sistematica persecuzione nei confronti dei palestinesi che mira a cancellare l'esistenza dello Stato Palestinese. A Bayt Jala, città composta per l'80% da cristiani, è stata compiuta una persecuzione tremenda, culminata con lo sbancamento degli uliveti, fonte di primaria sussistenza economica del territorio. Sradicando gli ulivi hanno tolto le radici alla comunità. Tuttavia parlare di sola cristianità in Palestina sarebbe riduttivo. La comprensione di questo ci ha portato a cambiare l'approccio iniziale e stabilire ottime relazioni anche con le altre comunità arabe. Per questo abbiamo avuto un importante riconoscimento al nostro interesse verso il campo profughi di Aida. Nei media europei leggiamo la narrazione poco convincente di conflitto religioso. In realtà la guerra di religione c'entra poco: qui è più evidente una determinazione, nemmeno tanto velata, all'impossessamento dei territori a spese della popolazioni e delle comunità che la compongono. 

 

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Foto di Pino Timpani

 

Che ruolo hanno qui i cristiani?

Stefano. I cristiani sono una parte importante in Palestina. Sono la classe media che ha in gestione strutture chiave, come scuole e ospedali, non solo in Palestina, ma anche negli altri paesi arabi: in Siria, in Libano e in Iraq. A lungo andare l'azione sistematica di terrorismo psicologico, messa in atto dagli israeliani, può portare all'abbandono graduale dell'interesse occidentale verso i pellegrinaggi in Terra Santa. La Palestina è un punto cruciale: una volta perso quel caposaldo, anche qui in Europa siamo destinati a perdere terreno sotto l'attacco concentrico, portatoci, come si diceva prima, con l'ideologa gender, l'aborto e l'individualismo. 

Avete attivi anche progetti in Kosovo. Che problemi ci sono?

Stefano. Anche qui esistono problematiche non dissimili. Prima di tutto abbiamo scoperto una relazione tra il Kosovo e la guerra in Medio Oriente. Dalla regione, prevalentemente abitata da albanesi di fede musulmana, sembra che siano partiti numerosi volontari per combattere a fianco dello Stato Islamico. Numerosi giornali hanno riportato riscontri di questi combattenti, osservati nei campi di addestramento. Nel Kosovo esistono alcune comunità serbe cristiano-ortodosse che dopo la guerra del 1999 sono diventate minoritarie e vivono in piccoli villaggi, composti da poche centinaia di persone e divenuti ormai degli enclavi separati tra loro e circondati da cittadine con decine di migliaia di albanesi. Vivono quindi in una condizione molto difficile di isolamento. Noi siamo stati a Mitrovica, che è nella zona più importante a nord. La città è divisa in due parti dal fiume Ibar: da una parte è popolata da serbi a dall'altra da albanesi, in perenne conflitto tra loro. Mitrovica, nonostante tutto, è in condizioni migliori che noi gli enclavi, perché, confinando direttamente con la Serbia, riceve aiuti più facilmente, aiuti provenienti anche dall'estero e che comunque, anche se in modo più difficoltoso, riescono a raggiungere gli enclavi. Il Kosovo ha una grande importanza per la Serbia: per molti secoli è stata la sede del Patriarcato Ortodosso Serbo, sede che è stata spostata per motivi di sicurezza a Belgrado. Abbiamo visitato uno di questi enclavi, un piccolo villaggio di poche case e abbiamo deciso di adottarlo. 

L'iniziativa che avete promosso sabato, “Amabilmente Goal” rientra nell'ambito delle attività di aiuto rivolte all'estero, in questo caso in Palestina?

Stefano. I protagonisti dell'iniziativa fanno parte di una comunità di disabili. L'iniziativa è in linea con l'idea che la capacità delle persone di donarsi può andare ben oltre una prestazione utilitaristica. Abbiamo organizzato una seconda edizione del torneo quadrangolare di calcio, dove hanno partecipano ragazzi portatori di varie disabilità e il loro contributo, il volere donare per quanto è possibile agli altri, li ha inglobati nel processo di solidarietà. 

Invece I lupi danno la zampa quale progetto sostiene?

Ilaria. E' una branca, strutturata in associazione e si occupa di rinsaldare la relazione umana con la natura e il mondo animale, riappropriandosi di vincoli tradizionali di conoscenza e di rispetto della natura. Non è un'associazione classica che segue un cliché di moda, come lo possono essere associazioni vegetariane, fruttariane o animaliste. Il nostro agire non è così elevato e potente da riuscire a salvare la foresta amazzonica. Più semplicemente ci dedichiamo a ridare un senso relazionale con la natura, attraverso la maturazione consapevole delle attività e delle azioni quotidiane. Per esempio nell'evitare banalmente lo spreco di acqua, risorsa preziosa che peraltro rischia di essere privatizzata. Ci concentriamo in temi e attenzioni che sono facilmente alla portata di chiunque e nello stesso tempo aiutano a riumanizzare la nostra quotidianità, liberandola, per quanto possibile, dalle nevrosi e dal materialismo consumista. Tra le diverse azioni, cito un altroesempio per dare un'idea di un'attività che è piuttosto variegata come lo è inevitabilmente la relazione complessa con la natura, c'è il nostro impegno all'aiuto per gli animali in difficoltà, soprattutto quelli domestici vittime di maltrattamenti e abbandono: siamo in contatto con il canile di Monza, con il Fusi di Lissone e con una rete di protezione che si occupa di raccogliere e donare cibo e ricovero adatto. L'attività principale di questa branca viene operata da sette anni nelle nostre sedi in rete di Magenta e Abbiategrasso che sono partite per prime. 

 

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Foto di Pino Timpani

 

Sempre durante l'iniziativa da voi promossa sabato ho notato la presenza di giovani famiglie con bambini. Vi occupate anche di loro?

Ilaria. Una volta al mese conduciamo un laboratorio dedicato ai bambini, appositamente pensato per stimolare la parte creativa dell'intelligenza. Lo facciamo per rimediare, almeno in parte, alla carenza di questi stimoli, purtroppo poco proposti nelle scuole. Ci dedichiamo anche a rivitalizzare alcune tradizione che si vanno lentamente perdendo, per esempio la festa della mamma, quella del papà e il natale. In questi casi si costruiscono inseme dei regali. Nel periodo dell'avvento si crea un calendario particolare, riciclando e riutilizzando materiali di scarto. Prossimamente al laboratorio dei bambini sarà integrato un progetto più ambizioso che abbiamo in mente. Si tratta di corsi di recupero per i ragazzi che hanno difficoltà nella scuola e di cui le loro famiglie non hanno risorse sufficienti per pagare attività di sostegno e ripetizioni private. L'insieme del progetto sarà ulteriormente integrato al progetto di cooperazione. 

 

Con questa attività vogliamo onorare le nostre radici e provare a far riemergere la storia passata dal nostro punto di vista, anche in contrapposizione a quella narrata ufficialmente e che noi contestiamo come non completamente veritiera

Nel vostro sito ho letto di un'ulteriore branca che si occupa del mantenimento di monumenti funebri nei cimiteri, tra cui quelli di gerarchi fascisti. In Facebook c'è una pagina dedicata con gallerie fotografiche. Ci spiegate il senso di questa attività?

Lorenzo. Si tratta di Memento, sinonimo di memoria, della nostra memoria storica. Anche qui ritorna ancora una volta il filo conduttore della comunità nella sua essenza di prendersi cura gratuitamente degli altri. In questo caso gli altri sono quelli che ci hanno preceduto e ora non ci sono più e a cui dobbiamo un tributo di valori. Non pensiamo di possedere verità assolute, non vogliamo imporre o compiere chissà quali revisioni storiche. Con questa attività vogliamo onorare le nostre radici e provare a far riemergere la storia passata dal nostro punto di vista, anche in contrapposizione a quella narrata ufficialmente e che noi contestiamo come non completamente veritiera. Di questo ne parlerà meglio Cristian, il responsabile di branca. 

Cristian. Sono il conduttore monzese di Memento, un dipartimento e associazione di volontariato che si occupa della parte storica e delle nostre radici. L'attività principale è la tutela e il decoro dei cimiteri e dei luoghi dove sono sepolti i caduti per la patria e per un ideale. Prima del nostro intervento erano abbandonati al degrado e all'incuria. Ci dedichiamo in questo compito da dieci anni, prima come associazione Compagnia Militante e poi con Lealtà Azione. I nostri luoghi d'intervento sono: a Monza nel campo 62 del cimitero e in Brianza nel cimitero di Oreno. Facciamo un lavoro continuo di manutenzione. Oltre all'attività manuale ci occupiamo di capire chi è sepolto nelle tombe e di ricostruirne la storia. Abbiamo pubblicato un primo opuscolo con la memoria di tutti i caduti che riposano al campo 62 e che noi chiamiamo eroi. 

Sono caduti della seconda guerra mondiale?

Cristian. Principalmente della seconda, ma anche della prima. A Oreno solo della prima guerra. Nel campo di Monza sono sepolti importanti pluridecorati della prima guerra mondiale, come l'ardito Aldo Tarabella. Ci occupiamo anche di organizzare conferenze e convegni storici. Quest'anno abbiamo trattato del centenario della fine della grande guerra mondiale del 1918. Il nostro interesse è riportare alla luce memorie storiche e verità sconosciute o cadute nell'oblio, compresi eccidi commessi da partigiani. Abbiamo la speranza che questo lavoro possa essere utile a riportare conoscenza per chi è interessato e anche per contribuire a colmare la scarsa trattazione di questa parte della storia proposta nelle scuole.

 

 

Gli autori di Vorrei
Pino Timpani
Author: Pino TimpaniWebsite: http://blog.libero.it/PinoTimpani/

"Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare contrade a venire." (Gilles Deleuze & Felix Guattari: Rizoma, Mille piani - 1980)
Pur essendo nato in Calabria, fui trapiantato a Monza nel 1968 e qui brianzolato nel corso di molti anni. Sono impegnato in politica e nell'associazionismo ambientalista brianzolo, presidente dell'Associazione per i Parchi del Vimercatese. Ho lavorato dal 1979 fino al 2014 alla Delchi di Villasanta, industria manifatturiera fondata nel 1908 e acquistata dalla multinazionale Carrier nel 1984 (Orwell qui non c'entra nulla). Nell'adolescenza, in gioventù e poi nell'età adulta, sono stato appassionato cultore della letteratura di Italo Calvino e di James Ballard.

digilander.libero.it/pinotimpani/

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