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Vorrei | Rivista non profit

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Studenti e insegnante della Scuola Media “Pietro Verri” di Biassono raccontano come  l’attività didattica possa aiutare i giovani a ritrovare fiducia, dialogo, libertà e rispetto di sé e degli altri.

 

A scuola è tempo di bilanci: che non dovrebbero risolversi solo in esami e valutazioni, nella triste contabilità degli scrutini, nella attività sanzionatoria che riduce la “promozione” a parte della dicotomia premio-punizione. E’ vero purtroppo che la scuola, come la sanità, è ridotta per gli utenti a una questione di fortuna: se trovi il medico bravo o l’ospedale funzionante, hai vinto la lotteria, e lo stesso vale per gli insegnanti e gli istituti scolastici.

Ma, come dicono i pedagogisti, le buone pratiche vanno divulgate, i buoni esempi possono fare da traino, qualcuno che abbia ancora fede e speranza può essere invogliato ad impegnare il proprio talento, quelle risorse intellettuali e morali che nessuna riforma burocratica potrà mai garantire, nell’impresa di istruire ed educare, di trasmettere valori insieme con la conoscenza e attraverso essa.

L’impresa è quella di trasmettere valori insieme con la conoscenza e attraverso essa.

È questo che ho visto nello spettacolo di fine anno del laboratorio teatrale della Scuola Media “Pietro Verri” di Biassono, guidato dalla nostra amica e redattrice Elisabetta Raimondi: un vero spettacolo, con musiche, scenografia e   coreografie proposte dall’insegnante e testi scritti e recitati dai ragazzi, ma in modo palpabile, evidentissimo nell’emozione e nella passione dei giovani protagonisti, soprattutto un’esperienza memorabile e decisiva di crescita personale e collettiva.

“Voci dal silenzio” è il titolo dello spettacolo, incentrato sulla riflessione attorno alla famosa canzone di Simon e Garfunkel "The Sound of Silence", un lungo testo in inglese che è stato innanzitutto tradotto, analizzato dal punto di vista linguistico e grammaticale, e fatto proprio da ciascuno dei ragazzi, che vi hanno visto espressa una parte importante della loro condizione di isolamento di fronte alla indifferenza del mondo circostante. L’adolescenza è il tempo in cui si sperimenta la pressione del gruppo sul singolo, l’età in cui si è spinti a conformarsi ai comportamenti dettati dai leader, in cui più facilmente trovano spazio, nel silenzio mortificato delle vittime e in quello complice dei testimoni, la derisione di chi per quasiasi motivo è individuato come differente, quel genere di mobbing che serve a cementare il gruppo attraverso l’esclusione di qualcuno che faccia da bersaglio a forme più o meno sottili di sopraffazione volte a compensare ed esorcizzare l’ansia per le proprie inammissibili debolezze. Non è un caso che spesso i bersagli di queste forme di sotterranea aggressività siano alunni di origine straniera, come vedremo; ma è solo un facile dato di diversità e fragilità che può essere individuato anche nel carattere, nell’aspetto, in un qualsiasi altro dato che inviti i sopraffattori ad infierire.

Anche a scuola si pratica quel genere di mobbing che serve a cementare il gruppo attraverso l’esclusione di qualcuno che faccia da bersaglio.

In un tempo come il nostro, in cui il bullismo è divenuto uno “stile” così largamente condiviso e praticato da essere assurto al governo delle nazioni, poterne riconoscere e comprendere la negatività attraverso un’esperienza condivisa, creativa e liberatoria, può rappresentare non solo un contributo salutare alla serenità dei ragazzi, ma anche un fatto educativo con importanti ricadute culturali. La musica pop, una passione che in questo caso l’insegnante condivide con gli alunni, induce emozioni da esprimere col movimento, ma avvia anche la possibilità di riflettere sui testi, anche quando si tratta del testo del tutto privo di senso della canzone di Celentano il cui ritmo trascinante apre lo spettacolo, "Prisencolinensinainciusol".  Come a dire “ragazzi, balliamo, divertiamoci, ma qui facciamo a non capirci!”. Una prima “denuncia” della difficoltà a comunicare, tra linguaggi inventati o imitati, scimmiottati, da altre lingue.

 

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Prove del saggio teatrale "Voci dal Silenzio". Le foto sono di Elisabetta Raimondi. 

 

Ben altra cosa è il testo su cui si incardina lo spettacolo, col suo ritmo quasi ipnotico nella versione originale e in due altre emozionanti cover, che invita a seguire un filo ininterrotto di immagini evocative: il filo a cui sono appesi i versi, stampati su magliette che i ragazzi indossano in scena, appropriandosi del loro suono (in inglese) e del loro senso (nella traduzione italiana). Versi come:  Ciao, oscurità, mia vecchia amica, sono tornato a parlare con te. Oppure: persone che articolano parole senza parlare, persone sentono senza ascoltare, persone che scrivono canzoni che nessuna voce condividerà, poiché  nessuno osa disturbare il suono del silenzio. O ancora: Stupidi, dicevo, non sapete che Il silenzio cresce come un cancro...

Così la canzone tocca corde dolenti che l’insegnante invita a far uscire dal silenzio: il resto dello spettacolo mette in scena il lavoro svolto in classe, con gli alunni che interpretano se stessi ( a parte quello che si assume il ruolo dell’insegnante) e il loro percorso per uscire dall’umiliazione subita o dalla complicità o dall’omertà.

Ma di questo parleranno qui gli stessi protagonisti.

 

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Eridona

Spesso mi chiedo, perché alcuni si credono migliori? La mia risposta è: si sentono migliori perché hanno tanti amici, pensano che sono ricchi e che un giorno conquisteranno il mondo. Ma invece no. Nessuno è migliore. Siamo tutti uguali. Ho visto come si sentono gli emarginati, perché anch’io sono una di loro. Gli emarginati si sentono soli, deboli, e pensano che nessuno li vuole. Ma secondo me gli emarginati hanno sempre qualcosa da condividere, ma non osano disturbare nessuno. Invece quelli che si sentono migliori pensano che hanno il diritto di prendere in giro chi vogliono. Quando sono arrivata in prima media alcuni ragazzi della mia classe hanno cominciato a prendermi in giro per il mio nome. Io sono albanese e il mio nome è Eridona: sì, lo so, è un nome strano per gli Italiani. Prima il mio nome mi piaceva, adesso non lo so. Quando mi prendevano in gro dicendo “ Eri — dona!” e tante altre parole stupide, anch’io ridevo perché avevo paura di dire : “Basta, sono stufa!” Ma poi un pomeriggio al corso di teatro eravamo tutti seduti intorno a un tavolo gigante a pensare a che cosa fare per lo spettacolo di fine anno e a un certo punto la prof chiede, “qualcuno di voi si è mai sentito emarginato?”, poi si volta verso di me “Eridona, e tu?” Io in quel momento penso “no no”, ma poi qualcosa dentro di me dice “diglielo, non avere paura. Tu sei stufa di essere presa in giro.” In quel momento sono scoppiata a piangere e poi ho raccontato tutto e alla fine tutti hanno battuto le mani e ho anche visto qualche ragazza che era commossa... 

Liliana

Ci sono persone che vedono, che sentono, ma fanno finta di non sentire e di non vedere, perché hanno paura che dopo non faranno più parte della massa. 

Sono quattro anni che sono in Italia e sono straniera, quindi vengo presa di mira dai ragazzi che si credono superiori a me. Io non ho mai provato a ribellarmi, perché gli darei un altro motivo per essere presa in giro. Questo mi accadeva soprattutto alle elementari, che se sbagliavo una parola, ogni singola parola, mi scherzavano per tutto l’anno. Venivo addirittura accusata di rubare. Poi iniziarono le medie e io pensavo: scuola nuova, classe nuova, compagni nuovi, tutto nuovo, le cose sarebbero migliorate. Ma non fu così, perché il fatto di essere timida e di non parlare molto non mi rese le cose più facili. Quando provavo ad unirmi a un gruppo venivo mandata via, oppure mi dicevano, “fatti i fatti tuoi”, o mi ignoravano, come ancora accade spesso. Ma io voglio solo essere accettata per come sono, per come mi vesto, per come parlo, per il mio aspetto. Ci sono persone che vedono, che sentono, ma fanno finta di non sentire e di non vedere, perché hanno paura che dopo non faranno più parte della massa. Anche se qualcuno dice che sono esagerata questo è quello che sento, quello che provo, le mie emozioni. Non è il mio cervello che parla ma è il mio cuore.

M.

Sono una ragazza normale ma vengo spesso presa di mira dai miei compagni che mi prendono in giro dicendomi "non sei brava a far nulla, sei inutile". Io cerco di non farci caso, ma quando quelle parole me le dicono persone che credevo fossero mie amiche, fa davvero male.

Fanno anche uno stupido giochetto che mi facevano anche alle elementari.  In pratica la sottoscritta ha una specie di malattia contagiosa e ogni volta che tocco una persona loro si devono per forza pulire da qualche parte perché se no sono infetti da una malattia il cui nome deriva dal mio e finisce per ITE, come la criptonite di Superman. Questa cosa l'hanno fatta un mucchio di volte davanti ai miei occhi in modo che io sentissi tutto quanto. Inizialmente erano soltanto in due o tre, ma dopo qualche giorno si sono aggiunte più persone e infine due ragazze che consideravo mie amiche. Queste mie "amiche" (se si possono definire ancora così) hanno anche inventato cose assurde su di me e ho dovuto pure sopportare tutte quelle bugie che hanno messo in giro.

Io ogni volta cerco di ribellarmi ma non ci riesco, mi fermo, non riesco a far uscire nessun suono dalla mia bocca e infine come sempre sto zitta, soffrendo in silenzio, da sola. Nell'intervallo per non incontrare nessuno vado in bagno e resto lì dentro. Per quel lasso di tempo sto da sola a pensare e mi chiedo "ma cosa ho fatto di male per meritarmi questo?". Ognuno ha un carattere diverso, qualcuno ha un carattere forte e prepotente, mentre altri hanno un carattere timido e fragile, io faccio parte delle persone timide e fragili quindi dovrei sopportare di più.

Se non ho mai parlato di nessuno di queste cose  è stato perché immaginavo che che mi avrebbero detto "ignorali, sono solo gelosi", ma queste sono solo parole di persone che non sanno nulla di quello che provo io. Ora però ho capito che stare zitti peggiora la situazione. Ora so che parlare dei miei problemi è possibile, perché persone sensibili e pronte ad aiutarti ci sono. L'ho scoperto da poco, ma per fortuna l'ho scoperto.

 

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E queste sono solo alcune delle testimonianze dirette che gli alunni hanno voluto inserite nel lavoro. 

Ad un certo punto  la canzone dice: "Ascoltate le mie parole, che io possa insegnarvi. Aggrappatevi alle mie braccia, che io posso raggiungervi".
Si può scoprire, insomma, come la solidarietà degli altri assicuri libertà, permetta di trovare la strada per uscire dal silenzio; ma anche, per chi prima assisteva passivamente, scoprire la responsabilità verso gli altri, identificarsi con la debolezza altrui e difenderla, anzichè respingerla e disprezzarla come fanno i sopraffattori. Scoprire che in questo senso, davvero, “la libertà è partecipazione”. E non a caso  "La libertà" conclude lo spettacolo con i  giovani protagonisti che, per mano, uniscono le loro voci alla quella di Giorgio Gaber e del suo coro. 

 

Qualche domanda a  Elisabetta Raimondi

 

All’insegnante e regista, Elisabetta Raimondi, oltre a grande apprezzamento e gratitudine, va la richiesta di raccontare da parte sua questo percorso:

Come hai progettato un lavoro di questo genere?

Non c’è un modo specifico in cui progetto un lavoro. E’ lui che si costruisce strada facendo, un po’ per intuizioni, un po’ per spunti colti osservando i ragazzi nelle improvvisazioni, un po’ per quello che emerge dalle discussioni con loro. Certo io propongo un tema che può fare riferimento a un film, un libro, una canzone, un fatto storico (o a una combinazione di questi elementi come è successo ad esempio per "Furore" di Steinbeck), che viene analizzato, studiato, approfondito e del quale alcuni momenti salienti diventano parte della drammaturgia. In venticinque anni di lavoro in nella scuola di Biassono sono partita da molte fonti iniziali, ad esempio da "Fahrenheit 451", dai nodi cruciali di "Huckleberry Finn", ma anche da Shakespeare con "Hamlet", "Macbeth", "Richard III". E anche quando i lavori erano più improntati al surreale e al comico come con "Esercizi di stile" di Queneau, non sono mancati seri riferimenti a situazioni della quotidianità e riflessioni sulla molteplicità dei punti di vista. Il lavoro finale tiene quindi sempre conto di quello che emerge direttamente dai ragazzi. Le coreografie,poi, derivano essenzialmente da esercizi teatrali di movimento, camminate, posture, occupazione dello spazio che, pur essendo quelli basilari, permettono la costruzione di scene corali ad effetto. Una cosa per me fondamentale è che siano sempre tutti in scena. Le scenografie sono sempre minimali, in questo caso il punto forte è la calata dall’alto delle magliette, su cui abbiamo scritto le frasi di "The Sound of Silence", grazie una corda tesa diagonalmente in alto. Le sedie sono servite per la scena della classe e poi, girate nelle più diverse posizioni, sono diventate l’intimità di un angolino della casa o della cameretta in cui ciascuno di alunno scrive, come il prof consiglia di fare, seguendo il flusso delle emozioni senza badare a sintassi e ortografia e con una canzone in loop.

Lo sviluppo del tema era già chiaro dallinizio o è emerso dal dialogo educativo?

Di chiaro c’era solo il fatto che avevo istintivamente voglia di lavorare su "The Sound of Silence" e dopo 40 anni di lavoro so che del mio istinto posso fidarmi. Poi quale piega avrebbe preso il tema della difficoltà di comunicare e dell’isolamento in cui si vive per la paura “di disturbare il suono del silenzio” non lo sapevo. Il tema offre talmente tante possibilità di interpretazione a seconda dell’età e delle esperienze, che ero aperta a qualsiasi direzione emergesse dai ragazzi. In questo caso quando Eridona è esplosa, immediatamente causando in alcune altre persone reazioni altrettanto esplosive sulla necessità di dire basta alla “complicità” di chi guarda senza denunciare, ho visto materializzarsi i versi finali della canzone “le parole dei profeti sono scritte sui muri delle metropolitane e delle case popolari”. Voglio dire che sono stati veramente quegli “ultimi” ai quali Paul Simon si riferisce nella canzone a dare il via a tutto quanto si è costruito dopo.

Quali difficoltà hai affrontato nel trattare situazioni così delicate che la vita quotidiana a scuola tende a ignorare?

Una volta scoperchiate certe sofferenze non è facile muoversi sempre con il giusto tatto.

Alcune. Prima di tutto perché una volta scoperchiate certe sofferenze non è facile muoversi sempre con il giusto tatto.
Sebbene il saggio finale l’abbiano fatto solo otto ragazze e due ragazzi, perché a causa di miei problemi di salute nella seconda metà di maggio ho dovuto posticiparlo a giugno inoltrato quando diversi alunni erano già partiti per le vacanze, al laboratorio teatrale hanno preso parte in venti.

Tra loro non c’erano solo persone che avevano subito umiliazioni o ne erano state testimoni senza avere il “coraggio” di denunciare, ma anche qualcuno che aveva avuto parte attiva nell’infliggerle. Io ho subito messo in chiaro che si non doveva criminalizzare nessuno, perché a 12 o 13 anni non si può essere marchiati per azioni sbagliate, perché non esiste persona al mondo che non abbia commesso e non commetta errori. E infatti l’atmosfera nella quale si lavorava era serena. Tuttavia qualche problema c’è stato come dimostra il fatto che alcuni alunni, pochissimi per la verità, hanno abbandonato il lavoro in fase finale pur essendo ancora in città. La cosa che i dieci “attori” rimasti, che hanno voluto comunque fare lo spettacolo, non hanno mandato giù è stata la mancanza di rispetto nei confronti loro e miei da parte di questi compagni scomparsi senza avvertire nessuno. E vogliono assolutamente riproporre lo spettacolo nel prossimo anno, affinché tutti i loro amici che non l’hanno visto possano rispecchiarsi nelle situazioni messe in scena.

Il problema del mettersi in discussione riguarda anche insegnanti e genitori

Relativamente a chi ha abbandonato proprio sul finire, penso che non tutti si siano sentiti pronti a mettersi in gioco direttamente. D’altronde il problema del mettersi in discussione non riguarda solo i ragazzi, ma insegnanti e genitori.
E le realtà che questo lavoro ha fatto emergere ne sono prova. Spesso anche gli insegnanti e i genitori più attenti, anche quelli che si interrogano costantemente sul loro ruolo e cercano strategie per non perdere il contatto con la realtà dei ragazzi e degli strumenti dei quali si servono, faticano ad accorgersi di tutto, e questo è un problema di cui bisogna prendere atto e su cui bisogna interrogarsi ed intervenire.

Quante volte la musica, insieme al teatro, ti ha dato l'opportunità di incidere positivaamente sulla vita dei ragazzi?

Io ci ho provato infinite volte. Dalle testimonianze dirette di ex alunni so che qualche segno l’ho lasciato. Laboratori teatrali a parte, io sono un’insegnante di inglese. Nel rispetto dell’insegnamento di strutture grammaticali e funzioni comunicative, ho utilizzato moltissimi contenuti al di fuori del libro di testo, per stimolare apertura mentale, curiosità, sviluppo di una coscienza critica e di un senso sociale in grado di affermare la necessità che la cultura vinca sul denaro e il bene comune sull’interesse egoistico. E le canzoni (che sono anche un ottimo strumento per fare grammatica e per eseguire comprensioni orali e scritte) mi hanno sempre dato un grande aiuto in questo senso. Quanto poi ci sia riuscita non saprei dirlo. So per certo che in giro ci sono generazioni di miei ex alunni che sanno a memoria "Blowing in the Wind", "Masters of War", "The Ghost of Tom Joad", "The River", "Another Brick in the Wall", "We are the Champions", "Imagine", "Give Peace a Chance", "Merry Christmas"… Ma anche compilation dei Beatles o canzoni di cantanti da noi sconosciuti come Richard Shindell, un bravissimo folksinger americano che tratta molti problemi attuali. O di Tom Petty al quale, dopo la prematura scomparsa, abbiamo reso un omaggio per l’ Open Day dello scorso dicembre. Abbiamo lavorato su "Learning to fly" e "I won’t back down" che hanno messaggi molto stimolanti per i ragazzi, ma anche su "Running down a dream", il cui video a cartoni animati è pieno di riferimenti a classici dei fumetti, della letteratura e del cinema, a partire da "Viaggio sulla luna" di George Melies. E poi Woody Guthrie e Johnny Cash, il blues, il rythm&blues e il rock&roll, i gospel e le canzoni del repertorio biblico che gli schiavi fuggitivi utilizzavano come messaggi cifrati per indicare le stazioni della underground railroad, ossia le postazioni dove trovare ricovero temporaneo e cibo durante la fuga verso il nord. Insomma potrei scriverci un libro.

 

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