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Vorrei | Rivista non profit


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Ultima panoramica su alcuni candidati americani alla vigilia delle elezioni di medio termine.

Eccoci giunti alla vigilia di quelle elezioni di  medio termine che la presidenza di Trump ha reso le più attese della storia statunitense e con un seguito internazionale senza precedenti. Elezioni che, costituendo un banco di prova non solo tra repubblicani e democratici ma anche tra democratici e progressisti in funzione di una non improbabile terza via per le  presidenziali del 2020, offrono la possibilità di prendere in considerazione moltissimi personaggi interessanti.

Per quanto ci riguarda,  restando fedeli alla impostazione generale di questa serie di articoli che ha privilegiato il panorama progressista, andiamo aggi a dare uno sguardo ad un ultima tranche di candidati, dopo quelli già presi in considerazione tra i quali, oltre all'mmancabile Bernie Sanders, figurano  Stacey Abrams (Governatore - Georgia), Alexandria Ocasio Cortez (Congresso - New York), Benjamin Jealous (Governatore - Maryland),  William Thompson (Congresso - Kansas) , Rashida Tlaib (Congresso - Michigan), Sarah Smith (Congresso - Washington) ed Andrew Gillum (Governatore - Florida), del quele ci occuperemo ulteriormente,  che il 6  novembre se la vedranno con i rispettivi avversari reubblicani. 

 Un paio  di "concorrenti" particolarmente interessanti sono  Beto O'Rourke (Texas) le cui caratteristiche fisiche, mediatiche, oratorie ecc. ecc. ne hanno già fatto un personaggio di spicco dei media, e Deb Haaland (New Mexico) prima nativa americana che potrebbe accedere al Congresso.

Non finanziato dal corporate money ma neppure sostenuto da Bernie Sanders, anche se  a lui dice di ispirarsi, Beto O'Rourke, ex chitarrista di un  gruppo punk, ha recentemente avuto l’endorsemente del grande Willie Nelson, che per questo motivo ha attirato su dei sé, infischiandosene altamente, le ire dei repubblicani bianchi del sud secondo i quali lui e la musica country sono di loro proprietà. L’attraente Beto sfida uno dei personaggi considerati meno fisicamente ed empaticamente attraenti della politica americana, Ted Cruz.  Qualche mese fa,  Cruz ha pateticamente  implorato il soccorso di Trump, passando sopra non solo agli sprezzanti  nomignoli con cui Donald lo chiamava in campagna elettorale, ma anche alle accuse rivolte a suo padre di essere implicato nell’omicidio di John Kennedy e alle battute sulla bruttezza di sua moglie.  

Se della sfida texana si può per certi aspetti anche sorridere, così non è per Deb Haaland, che ha recentemente scagliato le sue accuse contro la vergogna di una legge recente approvata dalla Corte Surema  Stati Uniti che inasprisce ulteriormente le difficoltà di voto per la fascia di popolazione meno rappresentata e con meno diritti della nazione, quella costituita dai nativi che vivono nelle riserve. 

Particolarmente colpiti i nativi del Nord Dakota, quegli stessi che due anni fa hanno attirato l’attenzione anche dei media mainstream per la strenua lotta nel cercare di difendere la loro terra e la loro acqua dai gasdotti delle ricche compagnie petrolifere. Umiliati e brutalizzati con ogni mezzo e pure arrestati nonostante la loro protesta sia sempre stata pacifica, ora si sono visti privare del voto sia per le vicende di due anni fa sia per l'infamia di una legge  che impone ad esempio l’indirizzo di residenza (quando nelle maggior parte delle riserve  le strade non hanno nomi) e che non considera valido il numero di cassetta postale che molti di loro hanno. 

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Deb Haaland

Beto O'Rourke e Ted Cruz e Deb Haaland a parte, i personaggi ai quali abbiamo deciso di dedicare gli ultimi spiragli di attenzione prima della nottata elettorale, Tulsi Gabbard (Hawaii), Tim Canova e Andrew Gillum (entrambi Florida),  sono ancora una volta in relazione  con i contrasti  tra progressisti e corporate dems, su posizioni talmente antitetiche che non si capisce  come potranno riuscire a trovare posizioni concilianti continuando a stare nello stesso partito. Tutti e tre sono per motivi diversi connessi  con uno dei rappresentanti più deplorevoli del partito democratico, la signora  Debbie Wasserman Schultz, in cerca del suo settimo mandato alla Camera dei Rappresentanti in un distretto della Florida.

 

 Debbie Wasserman Schultz e le primarie dem 2016

 

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Una foto scattata a Filadelfia poco dopo le forzate dimissioni di Debbie Wasserman Schultz dalla carica di presidente del Comitato Democratico Nazionale. Nel catrellone si fa riferimento anche a Tim Canova

La prima nostra citazione di Wasserman Schultz risale a due anni fa quando, in qualità  di presidente del Comitato Nazionale Democratico,  avrebbe dovuto fare la padrona di casa alla Convention di Filadelfia in cui in teoria si doveva decidere a chi tra Hillary e Bernie conferire la nomina ufficiale, ma che in pratica era stata accuratamente organizzata per celebrare la vittoria di Hillary.

A due giorni dall’inizio  della Convention però il primo round di email rilasciate da Wikileaks erano cadute come una scure sulla testa di Wasserman Schultz, dimostrando i suoi intrallazzi per favorire l’amica Hillary, nonostante la natura neutrale dell’organo nazionale. Ad una dozzina di ore dal rilascio della notizia Debbie, molto probabilmente per intervento di Obama, dovette  rassegnare le sue dimissioni, con il conseguente passaggio della carica presidenziale a Donna Brazile, sebbene anche lei coinvolta in quel giro di email e definitivamente compromessa dalle tornate successive.
Recentemente  Wasserman Schultz è stata tra i tanti destinatari dei pacchi bomba. 

 

Tulsi Gabbard e le sue dimissioni dal Comitato Democratico Nazionale 

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Tulsi Gabbard in una foto dalla sua pagina FB

A quel tempo Tulsi Gabbard, (dal 2012 membro del Congresso degli Stati Uniti per le Hawaii, dove era ed è la prima ed unica persona di origine Samoa-americana e di religione hindu) non era nel Comitato Democratico Nazionale di cui era stata  vicepresidente essendosi dimessa cinque mesi prima per i dissensi sia con il metodo di conduzione della campagna elettorale da parte di Wasserman Schultz, sia per onestà verso se stessa e verso la sua carica intendendo supportare Bernie Sanders.

Quei fatti sono tornati ora alla ribalta soprattutto nelle interviste rilasciate da Tulsi Gabbard sulle reti indipendenti. Ex soldato in reparti ospedalieri prima in una zona calda dell’Iraq e successivamente in Kuwait, Tulsi Gabbard ha acquisito un'esperienza grazie alla quale ha formulato un pensiero molto chiaro sulla politica interventista degli Stati Uniti- 

In una recente intervista di Jimmy Dore su Aggressive Progressive Tulsi, che  potrebbe essere uno dei candidati alle presidenziali 2020, è ritornata  sulle vicende del 2016:

 «Sapevo che i dirigenti del Comitato Nazionale Democratico dovevano rimanere neutrali e così avevo deciso di stare da parte e di non fare nessun endorsement, ma fin dal primo dibattito e dai modi in cui esso era stato stato coperto dai media mi sono resa conto che non veniva posta alcuna attenzione alle grandi differenze che  Hillary Clinton e Bernie Sanders avevano sulla politica estera. Ciò che passava era che Hillary fosse una grande esperta mentre Bernie fosse concentrato su altri temi. (…) Ho dato le dimissioni  poiché sentivo, come soldato e come veterana,  che non potevo assolutamente restare neutrale durante una competizione così importante e dovevo far conoscere la mia opinione e parlare, a nome dei miei fratelli e sorelle che erano in servizio e che vedono di prima mano i costi della guerra, di come sia importante conoscere le opinioni dei candidati prima che diventino capo supremo dell’ esercito.»  

Tulsi ha raccontato anche della sua opposizione, prima in privato e poi in pubblico, rispetto alle nuove regole introdotte da Debbie Wasserman Schultz nella campagna elettorale:

«Per la prima volta il DNC limitava i dibattiti ufficiali a sei, e sanciva che se un candidato avesse partecipato ad un dibattito non ufficiale sarebbe stato eliminato da tutti i successivi dibattiti ufficiali. Secondo me ciò andava contro quei principi di inclusione e di impegno e di democraticità che stavamo cercando di sollecitare. Ne ho fatto un punto importante nella speranza che quella regola si potesse cambiare e che potessimo aggiungere altri dibattiti senza minacciare di punire chi tentava di conquistare elettori, attenzione e supporto. (…)  finché il capo del suo staff  ha mandato un messaggio al mio dicendo che sarei stata esclusa dai successivi dibattiti se avessi continuato a fare tutto quel baccano sulle nuove regole.»

 

 Tim Canova sfida Wasserman Schultz da indipendente dopo l'esperienza delle primarie democratiche 2016

 

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Tim Canova e Debbie Wassermann Schultz

E veniamo ora a Tim Canova, lo stimatissimo professore universitario di legge e finanza pubblica, cui anche Noam Chomsky ha fatto più volte riferimento e lodato, che negli anni 90 ha studiato e criticato le politiche della Federal Reserve preannunciando i tracolli finanziari che si sarebbero poi verificati. Tim Canova è sostenuto da Bernie sanders che 2011 lo ha voluto come membro di un comitato consultivo sulla Federal Reserve per le sue competenze e posizioni. Un personaggio molto amato anche dai giovani,  tant’è vero che  quando nel 2016 si è candidato nelle primarie democratiche per il Congresso, tantissimi sono stati i millennials e i ragazzi ancora più giovani che lo hanno sostenuto ed aiutato nella campagna elettorale lavorando come volontari ed organizzatori. Il problema della mancata elezione di Canova è stato però quello di correre per lo stesso distretto di Debbie Wasserman Schultz, che lui non ha esitato poi definire con appellativi quali "il bacio della morte, l’albatro che gira intorno al partito e una minaccia per tutta la Florida la nazione e il mondo."

Definizioni apparse sul Sun Sentinel, ma che Canova ribadisce nelle varie interviste per la corsa di quest' anno, effettuata non più nelle primarie democratiche ma come  indipendente, in modo da poter sfuggire ai sicuri imbrogli che la signora Wasserman Schultz, con l'appoggio dell'establishement del partito, gli ha già riservato nel 2016. 

Ecco le sue parole in un'intervista rilasciata a Jimmy Dore:

«Quanto alla Florida lei (Wasserman Shultz) è l’epitome della macchina corporativa. Ha preso milioni di dollari alcuni dei più grandi interessi predatori compresi i payday lenders (coloro che prestano denaro a breve termine con interessi altissimi), dalle banche di Wall Street, dall’industria dei combustibili fossili, persino dalle compagnie delle prigioni private. Recentemente ha attaccato i centri detenzione privata degli immigrati di Trump, mentre prendeva contemporaneamente i soldi dalla Correction Corporations of Americae (un’associazione che gestisce le prigioni private e i centri di detenzione privati) e mentre metteva 100 milioni di dollari nel centro di detenzione privata degli immigrati nel suo stesso distretto. E’ in prima fila nella guerra alla droga, dice che la marijuana ne è la porta di ingresso, rappresenta l’incarcerazione di massa, prende soldi dalle grosse industrie dello zucchero  e dai grandi interessi agricoli che stanno contribuendo ad accrescere la crisi ambientale in Florida.

Relativamente alle accuse che Tim Canova muove a Wassermann Schultz riguardo alla questioni droga, incarcerazione di massa e Correcrtin Corporation of America, tutti argomenti strettamente connessi l’uno all’altro, suggeriamo la visione dello sconvolgente documentario di Ava Du Vernay "13° Emendamento", candidato agli Oscar nel 2016, di cui anche noi ci siamo occupati all’epoca. 

Possono le accuse così pesanti di Canova essere imputate alla sua sconfitta? In parte probabilmente sì, ma solo per il modo in cui gli è stata inflitta e comunque la contatazione di quanto la signora Wasserman Schultz, da molti definita anche the Sugar Queen,  sia implicata in tutte queste attività multimilionarie è facilmente verificabile.

Quanto alle elezioni del 2016, poiché Tim Canova e il uo staff non trovavano riscontro tra i dati in loro possesso e i risultati elettorali, Canova ha fatto pubblica richiesta per poter ispezionare tutte le schede cartacee e per accedere ai software delle macchine del voto elettronico. Per queste ultime la richiesta è stata negata all’istante essendo le macchine proprietà privata delle ditte che le forniscono, il che già la dice  lunga su come si svolgano le elezioni in America. Quanto ai voti cartacei il supervisore, la signora Brenda Snipes in stretta relazione con Wasserman Schultz, ha boicottato per mesi le  richieste di Canova, che allora ha intentato causa. Ma mentre la causa era in corso tutte le schede sono state distrutte, in violazione delle leggi degli statuti criminali sia della Florida sia federali, cosa che la stessa Snipes ha affermato in una deposizione viseoregistrata.  A quel punto Canova si è rivolto a tutti gli organi di competenza  del partito democratico affinché fosse aperta un’investigazione, senza ricevere una sola risposta. 

Ci auguriamo non solo che Canova questa volta riesca a battere Debbie Wasserman Schultz, ma che la sua decisione di correre da indipendente possa contribuire ai ragionamenti sicuramente già in atto in casa Sanders sul modo più appropriato di affrontare le presidenziali del 2020, cui il senatore del Vermont non ha ancora dichiarato di partecipare ma che tutti i milioni di suoi fan aspettano con ansia. 

 Gli sviluppi del caso Andrew Gillum

Veniamo ora ad Andrew Gillum, afroamericano sindaco di Tallahassee dal 2014, esaltato durante la sua corsa nelle primarie come un vero progressista per la sua aderenza con la piattaforma di Bernie Sanders, che in quella campagna gli ha dato il suo entusiastico endorsement. I problemi con Gillum sono cominciati subito dopo la sua vittoria, quando alcune figure apparse al suo fianco e soprattutto alcune modifiche linguistiche, e semantiche, comparse sul suo sito e nei suoi discorsi hanno fatto hanno fatto dubitare della sua genuinità, allontanando molti progressisti che l’hanno visto come un arrivista che ha in mente solo la sua carriera e che è disposto a tutto pur di arrivare ad altri ed alti obiettivi futuri. 

Come hanno fatto notare i giornalisti più attenti del panorama indipendente americano che, sebbene con stili piò meno aggressivi o più o meno pacati, tengono d’occhio ogni cambio di direzione rispetto alle promesse della campagna elettorale, già pochi giorni dopo la sua vittoria sia nel suo sito sia nei suoi discorsi Gillum aveva fatto diventare “healthcare for all” (assistenza sanitaria per tutti) “expansion of medicare” ( allargamento delle fasce di assistenza sanitaria ora in vigore), cosa che, pur senza entrare in dettagli tecnici, fa una gran bella differenza. 

Altro punto inderogabile di ogni progressista è il rifiuto di anche un solo dollaro del “big money” ed anche in questo campo sono presto arrivate le dolenti note, quando è emerso che che Gillum aveva beneficiato di 700.000 dollari in nero arrivati da un superpac. Bernie Sanders deve essersi infuriato un bel po’, a quanto riferisce chi lo ha  visto reagire a queste notizie. E infatti  fino a pochissimi giorni fa Bernie  ha mantenuto un rumorosissimo silenzio su Gillum.  Solo la settimana scorsa si è deciso a ridargli il suo sostegno, probabilmente dopo avere ottenuto la promessa dell’assistenza sanitaria per tutti. La cosa più importante per Sanders è infatti evitare la vittoria  di Ron De Santis, un trumpiano razzista  che dopo la conquista di Gillum della candidatura democratica gli ha in pratica dato della scimmia, utilizzando di proposito in una frase il verbo "to monkey up" per indicare un’azione che si poteva esprimere con cento altri sinonimi. 

Relativamente alle persone che hanno messo in cattiva o per lo meno in ambigua luce Andrew Gillum, che è comunque uno straordinario oratore e che nei confronti con De Santis lo ha messo alle corde con poche sagaci battute e non dandogli respiro, il primo della lista è il senatore afroamericano Cory Booker.  Probabile  candidato democratico alle presidenziali 2020, Booker è il classico tipo che i progressisti avversano, ma di cui Gillum ha accettato l’enorsemement attraverso un video  in cui, entrambi sorridenti, si fanno complimenti reciproci.

Per la cronaca Cory Booker è uno dei democratici che hanno votato in senato insieme ai repubblicani contro la legge proposta da Bernie Sanders che proponeva di scavalcare le corporation  farmaceutiche, dalle quali gli  Stati Uniti comprano a prezzi molto più alti del Canada, comprando le medicine dallo stesso Canada. La giustificazione di Booker, che aveva chissà come poco prima ricevuto un cospicuo finanziamento da una ditta farmaceutica, è stata che, siccome con le medicine  non si scherza,  bisogna esserne sicuri di non importare sostanze non accuratamente controllate.  Come se in Canada si vendessero medicinali per cani da usare sugli umani.

A fare campagna per Andrew Gillum in Florida si è messa anche Hillary Clinton che la Florida l’ha persa contro Donald Trump due anni fa.

Ed arriviamo finalmente a Debbie Wassermann Schultz che ha fatto incursione nella campagna di Gillum, invitandolo come ospite d’onore ad una serata a tre in cui il terzo partecipante era Michael Bloomberg, l’ex sindaco di New York che ha introdotto lo stop and frisk, una delle leggi che hanno aumentato paurosamente l’incarcerazione di persone  di colore. All’evento Gillum si è rivolto a Debbie Wasserman Schultz come a una sorella di padre diverso, lasciando di sasso tutti i commentatori attenti che perora possono solo fare dietrologie e speculazioni riguardo alla logica di questi comportamenti,  ma che saranno sicuramente pronti a  tenere Andrew Gillum sotto stretta osservazione nel caso, come del resto anche loro si augurano, riesca a strappare il governatorato a Ron De Santis.

 

 

Gli autori di Vorrei
Elisabetta Raimondi
Author: Elisabetta Raimondi
Disegnatrice, decoratrice di mobili e tessuti, pittrice, newdada-collagista, scrittrice e drammaturga, attrice e regista teatrale, ufficio stampa e fotografa di scena nei primi anni del Teatro Binario 7 e, da un anno, redattrice di Vorrei.
Ma soprattutto insegnante. Da quasi quarant’anni docente di inglese nella scuola pubblica. Ho fondato insieme ad ex-alunni di diverse età l’Associazione Culturale Senzaspazio.

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