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Friday For Future 3

Il 4 aprile compio 85 anni, sono addirittura bisnonno, ho 5 nipoti e 1 pronipote. Sono seriamente preoccupato per loro. Esagero? La sinistra deve mettere la questione ambientale in testa all’elenco delle cose da fare.

Pare, e sottolineo  pare, che la sinistra non sia scomparsa. Grazie al voto amministrativo regionale di Abruzzo e Sardegna, ad un paio di grandi manifestazioni nazionali (a Roma dei sindacati e a Milano degli antirazzisti ) e infine grazie anche alla sorprendente partecipazione alle primarie del Pd, la sinistra ha dato segnali di vita. Una mano  è venuta anche da quei milioni di ragazzi che sono scesi in piazza per la salute del pianeta. Quindi tiriamoci su le maniche, non lasciamo sfuggirci questa ricomparsa, irrobustiamola di uomini e di idee. Soprattutto di giovani. Rapidamente però.

Ma come si fa ? Guardando anche al passato.

 Io oggi ho 85 anni ma nel luglio del 1954, allorchè feci la mia scelta di vita, ne avevo venti. Qualche giorno prima avevo conseguito la maturità presso il Liceo Scientifico Belfiore di Mantova ed ero gasato. Avrei dovuto diventare ingegnere. Di politica ero completamente digiuno. A casa mia entrava una copia de il Corriere della sera ma solo la domenica. Le notizie le ascoltavo attraverso una vecchia radio Balilla, che trasmetteva da una sola stazione: Milano 1, se non vado errato. Le campagne elettorali del 1948 e del 1953, molto combattute e non soltanto sui muri della città, mi fecero riflettere. Da una parte la Dc di De Gasperi e “dei preti”, dall’altra Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. Erano questi due che mi colpivano di più, le loro parole d’ordine suonavano meglio alle mie orecchie. Ma non riuscivo a capire la differenza tra socialisti e comunisti. Me la fece capire meglio il professor Poltronieri, l’insegnante di filosofia del Liceo, allorchè affrontammo il tema del marxismo e dei suoi eredi. Tutta roba da buttar via? Non mi convinse assolutamente. I casi della vita, attorno agli anni 60, ci fecero reincontrare sui banchi del Consiglio comunale di Mantova, entrambi eletti consiglieri: io segretario del gruppo comunista, lui indipendente in quello della Dc.

Nell’attesa della iscrizione al Politecnico di Milano, un giorno decisi di varcare la soglia della Federazione comunista della mia città: lì era collocata anche la famosa Fgci di Enrico Berlinguer. A dire il vero a spingermi a questa scelta aveva contribuito anche un caro compagno: Gino Marchi — il sarto che mi aveva cucito il mio primo vestito fatto su misura — e messo in testa, tra una prova e l’altra, tante buone idee che condividevo.

Nella organizzazione dei giovani comunisti mantovani fui accolto benissimo, anche perché all’epoca — lo scoprii in seguito — i giovani studenti nella Fgci di Mantova erano merce rara. Numerosi gli iscritti ma quasi tutti operai, braccianti e contadini. Poche anche le ragazze. Io non conoscevo nessuno, tuttavia quel collettivo mi fece una buona impressione. Ci lasciammo con la promessa che avrei raccontato sulle colonne del il settimanale della Federazione, il Progresso, le ragioni della mia scelta. E infatti la settimana seguente, sul n. 33 del periodico, apparve in seconda pagina un mio articolo, certamente un po’ ingenuo ma che conservo gelosamente. Titolo: Mi insegnavano a combattere il marxismo ma studiandolo ho imparato ad apprezzarlo. Come firma un fasullo V.R. Confesso che ci rimasi un poco male, poi mi spiegarono che dovendo io iniziare gli studi al Politecnico e quindi trasferirmi a Milano presso la Casa dello Studente di viale Romagna, era meglio andare cauti. Le discriminazioni in quegli anni erano la regola. Ed io non ne avevo bisogno. Nella Casa dello Studente ero fra l’altro ospite grazie ad una provvidenziale borsa di studio.

Niente vacanze, per me erano state sempre un sogno e lo furono anche quell’anno. Il vero premio della mia brillante promozione era l’abito nuovo che mi aveva cucito il compagno Marchi. Mia madre, gran donna, facendo miracoli con un bilancio familiare sempre insufficiente, me lo aveva ordinato e pagato a rate. Le Finanziarie, quelle che prestano soldi, non esistevano. Altro premio: l’agibilità piena della sede del Pci. Ci andavo tutti i giorni. Dovevo scoprire di più di questo mondo che non godeva certamente di buona stampa ma che era tuttavia ammirato. Gente, territorio, sezioni, livelli di direzione, iscritti: passai in rassegna tutto di questa macchina distribuita su una sessantina di Comuni. Non fu né semplice né facile. Ma mi servì per conoscere la provincia, la sua storia e il suo linguaggio. La mia mantovanità — che spesso mi diverto a esibire attraverso l’uso, fin troppo disinvolto, di espressioni sfacciatamente dialettali — nasce praticamente allora. Scoprii un ambiente che non conoscevo e nel quale abbondavano dedizione, spirito di sacrificio,onestà, competenze, esempi. Scarseggiavano solo i soldi ed è stato così per tutta la mia vita di militante, fino al 1965 a Mantova e poi, dal primo gennaio 1966 a Milano, nella redazione de l’Unità.

La via italiana al socialismo mi affascinava: la consideravo una grande intuizione. Non è certamente un caso se dopo la svolta di Salerno, aprile 1944, il Pci contribuì a scrivere la legge fondamentale dello Stato italiano, quella Costituzione repubblicana tuttora ammirata, purtroppo disattesa in troppe sue parti. E non certo per colpa dei comunisti.

Qui finiscono alcuni tratti iniziali della mia storia politica. Io ero nudo ma molto vestita era la sinistra che avevo di fronte, ricca di ideali, di sedi, di organizzazione. La mia scelta allora fu certamente più facile.

Il giovane di oggi vive in un mondo completamente diverso, è l’epoca dei telefonini, degli smartphone, dei social e di molte altre diavolerie tecnologiche ma forse è messo molto peggio. Ce lo dimostra la sedicenne, Greta Thumberg, svedese. I suoi meriti sono straordinari. Vuole salvare il pianeta che anche ai miei tempi era seriamente minacciato, da una possibile guerra nucleare tra Usa e Urss che fortunatamente non c’è stata, grazie anche ad un imponente movimento per la pace. Tutto si reggeva sull’equilibrio del terrore, roba da film horror. Tuttavia in quei tempi il pianeta appariva più sano, una sorta di realtà immutabile, anche se ricca di clamorose disuguaglianze. Oggi il pericolo atomico è molto meno evidente, ma…. i paesi ricchi hanno sganciato la bomba dell’inquinamento. Non è una minaccia, è un fatto. Abbiamo intossicato il pianeta a tal punto che i ghiacci dei poli si stanno sciogliendo. C’è una grande quantità d’acqua che prima o poi si metterà in movimento determinando chissà quali disastri. Ancora non si capisce cosa succederà. Ma non sarà un bello spettacolo. Già adesso nei mari c’è più plastica che pesci. L’aria è diventata sempre più irrespirabile, si tenta di migliorarla con misure ridicole. Si muore di cancro perché si respira diossina o altri gas che sono incompatibili con l’esigenza di ossigenazione dei nostri polmoni. Prendete il caso di Taranto.Se si vuole salvare la salute della popolazione, di quella città bisognerebbe spegnere i grandi forni di quella che era l’Italsider, diventati strumento di morte per chi ci lavora dentro e per chi vive nei paraggi.

Salute e lavoro sono diventati termini di un apparente insolubile contrasto. Aggiungiamoci i terremoti, le alluvioni, gli smottamenti e il quadro si fa drammatico. Il pianeta si sta ribellando nei confronti di una politica del territorio impostata sullo sfruttamento cieco, senza alcun rispetto. Non è un fenomeno nuovo, gli scienziati da tempo lo hanno rilevato ma non sono stati ascoltati. Forse hanno parlato troppo piano. C’è voluta Greta, una ragazzina di 16 anni, a risvegliare le coscienze e a portare in piazza milioni di giovani, in tante parti del globo, con parole semplici, con slogan del tutto ragionevoli. L’hanno definita l’inizio di una rivoluzione dolce. Una cosa è certa: quel che è avvenuto venerdì 15 marzo 2019 passerà certamente alla storia. Greta forse sarà insignita del premio Nobel per la pace. E noi dovremmo, in quanto adulti, non poco vergognarci. Ma non basterà.

Le sorti del nostro pianeta devono diventare questione primaria. Il giovane che vuole fare politica oggi deve entrare nelle sedi questo o quel Partito e pretendere di confrontarsi con tutti coloro che si sono dimostrati disattenti. Prendere o appoggiare iniziative, poco importa. È l’obiettivo che conta: salvare il pianeta, attenuare il processo del riscaldamento. Chi ha giudicato l’iniziative della giovanissima svedese un atteggiamento bucolico, commette una grave errore. E qui ce n’è per tutti, noi compresi. Gli studenti hanno insegnato qualcosa a tutti, hanno suonato il campanello d’allarme. E soprattutto la sinistra, nuova o vecchia che sia, deve riflettere e mettere la questione non fra le varie ma in testa all’elenco delle cose da fare. La difesa dell’ambiente deve diventare un principio, poi ci sono tutti gli altri problemi che riguardano il governo giallo-verde diviso su tutto, il lavoro che manca, le disparità sociali, la corruzione, la difesa della Costituzione in tutte le sue parti, le riforme, il razzismo, l’omofobia, la mafia, il femminicidio, la costruzione di una Europa democratica. E l’elenco potrebbe continuare, senza dimenticare le gravi responsabilità del vecchio Berlusconi impegolato più che mai con le conseguenze delle sue serate eleganti d’un tempo e l’ex celeste Formigoni finito nel carcere di Bollate, che non è proprio un convento.

Il 4 aprile compio 85 anni, sono addirittura bisnonno, ho 5 nipoti e 1 pronipote. Sono seriamente preoccupato per loro. Esagero?

 

Foto di apertura tratta da strettoweb.com

 


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