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Dossier. Spiritualità vo cercando. Intervista a Patrizia Giorgetti sul rapporto fra le medicine tradizionali, psicosomatiche, naturali, omeopatiche, olistiche, orientali, o genericamente”altre”, e sulle pratiche antichissime e “primitive” come lo sciamanesimo

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arlare della possibile alleanza terapeutica tra medicina e spiritualità potrebbe provocare un'allergia nei lettori che coltivassero la razionalità positivistica e, con essa, una visione drasticamente dualistica della realtà; lettori per i quali la possibilità che “entità” immateriali come l’anima o lo spirito influenzino positivamente o negativamente il corpo è da relegare nel regno della fantasia. Lettori alla Piero Angela, per intenderci. Ma la convinzione che spinge a scrivere è che questa visione positivistica e dualistica, consapevole o meno, sia sempre meno compatta e dominante, che venga sempre più incrinata dal bisogno diffuso di una comprensione più profonda del nostro essere nel mondo, bisogno che sempre si acuisce nei momenti di crisi, e, forse anche più fortemente, dalla consapevolezza dei limiti della scienza ufficiale e della medicina. Quella scienza e quella medicina che trattano il nostro corpo e il suo malessere solo come un aggregato malfunzionante o deteriorato di molecole, da influenzare e “guarire” immettendo dall’esterno altre molecole di origine chimica, e di produzione rigorosamente industriale.

L’appartenenza della medicina ufficiale coi suoi farmaci al sistema di potere economico transnazionale che ci governa e ci opprime asservendo ai suoi interessi anche la ricerca scientifica, ne ha fatto anzi ormai uno dei bersagli più odiati da una certa opinione pubblica, influenzata dai movimenti più radicali di contestazione; ne è una prova il sostegno popolare, a volte esagitato e indiscriminato, a cure alternative di incerta origine ed efficacia, sostegno tanto più acceso quanto più profonda è la sofferenza legata al senso di impotenza nei confronti di alcune malattie non ancora debellate.

Non si tratta solo dell’eterna ricerca di panacee, di rimedi definitivi per tutti i mali, sebbene forse anche una parte di questo inestirpabile e irrealistico desiderio concorra in qualche modo alla popolarità delle medicine alternative: si tratta anche del farsi strada di una confusa eppure intensa esigenza di un nuovo modo di considerare la salute e la malattia, di dare spazio non solo a nuove visioni del benessere e del risanamento, ma più in generale anche a nuove definizioni della vita e della morte, a nuovi orizzonti culturali che permettano di affrontare con meno dolore e maggior saggezza la nostra umana deteriorabilità e caducità. Se ne diviene consapevoli, a volte anche all’improvviso, al sopravvenire di una malattia o all’impatto con la realtà della morte: è allora che più facilmente entra in crisi con forza il falso senso di onnipotenza cui una civiltà ipertecnologica pretende di assuefarci. La medicina e la scienza positivistiche hanno debellato molti mali, e altri ancora potrebbero sconfiggerne in presenza di un benessere economico e sociale più diffuso, ma molti sono molti i loro risvolti negativi, molti i mali che sfuggono alla loro presa, e la sensazione è che questa limitatezza del loro potere sia stata ormai svelata e appaia insuperabile.

 

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Forse l’individualismo che spinge ad occuparsi in qualsiasi modo del benessere personale, forse una diffusa, per quanto superficiale, conoscenza delle altre culture e della loro millenaria esperienza, quella sorta di nuovo millenarismo e di consumismo delle credenze alternative che va sotto il nome di new age: saranno anche questi fattori a portare alla ribalta non solo le medicine psicosomatiche, naturali, omeopatiche, olistiche, orientali, o genericamente”altre”, ma anche pratiche antichissime e “primitive” come lo sciamanesimo? O la ricerca di una nuova spiritualità si afferma ormai anche nelle fortezze del sapere scientifico? Per esempio, grazie alle neuroscienze? Che cosa spinge coscienziosi professionisti della medicina a percorrere queste nuove vie, a sperimentare terapie che non avranno a priori l’avallo della scienza ufficiale?

A questa categoria appartiene Patrizia Giorgetti: figlia di un medico, laureata in medicina nell’85, medico di base per 24 anni, ha deciso, qualche anno fa, di dedicarsi interamente alla pratica di guarigione sciamanica e alla conduzione di classi di esercizi di bioenergetica secondo Alexander Lowen e, più di recente, all’insegnamento dello yoga Kundalini. Nel suo ambulatorio di Seregno, i suoi pazienti del servizio pubblico sapevano già in passato di poter trovare qualcosa di diverso dal solito: una sala d’attesa con qualche scaffale di libri, notizie di corsi e stage, di iniziative rivolte all’acquisizione di conoscenze e all’approfondimento di tematiche relative alla salute fisica e spirituale, uno spazio ampio e luminoso per gli esercizi di bioenergetica e per gli incontri con maestri di spiritualità.

Perché e come sei passata dalla pratica della medicina ufficiale alla ricerca di una medicina fondata sulla spiritualità?
Nella medicina tradizionale non trovavo risposte terapeutiche sufficienti per alcuni disturbi: per fare un esempio, le infezioni ricorrenti come cistiti o tonsilliti, la dismenorrea, la glossodinia (dolore intenso alla lingua), e soprattutto i disturbi che non trovano posto nella nosologia medica tradizionale, che sono difficilmente inquadrabili, ma causano ed esprimono sofferenza. Ho affiancato gradualmente le pratiche mediche ufficiali a quelle di natura spirituale, e grazie a queste ho visto i pazienti cambiare, migliorando progressivamente e stabilmente, nel corso di due, tre anni.

Ma non hai accantonato la medicina tradizionale: come mai hai continuato a prescrivere farmaci ed esami diagnostici tradizionali?
La via spirituale non è accessibile a chiunque in qualsiasi momento. Se un paziente desidera essere aiutato dalla farmacopea tradizionale, gli darò le prescrizioni tradizionali. Non si tratta di escludere, ma di superare e integrare. Lo yoga che insegno ha lo scopo di risvegliare la coscienza del nostro vero essere, del fatto che l’anima individuale è parte dell’energia cosmica che si incarna: il corpo, lo strato di energia più denso, rappresenta solo il 10% di ciò che siamo. E il dualismo non dipende dalla nostra cultura, ma dalla dimensione corporea in cui viviamo: sappiamo che la realtà non è limitata a questa, ma non riusciamo a vedere davvero oltre. Attraverso lo yoga, la nostra capacità di visione si amplia e si attivano potenzialità nuove e diverse.

Che rapporto c’è fra la tua ricerca e la cosiddetta cultura New Age?
Io penso che l'oggetto della mia ricerca e quello della New Age potrebbe essere fondamentalmente lo stesso, e cioè la ricerca di piani diversi da quello esclusivamente materiale e tangibile, allo scopo di dare un senso alla nostra esistenza qui  e di ritrovare un'etica di vita che non guardi al mondo solo in termini economici ma relazionali  e comunitari; nella piena consapevolezza che l'energia di cui siamo fatti è una e siamo tutti collegati, e che la separazione è un'illusione di cui siamo vittime. Anche la fisica quantistica afferma che siamo tutti immersi in un  stesso campo elettromagnetico che vibra e vibrando influenza tutte le sue parti, quindi ogni nostra azione nella sua concatenazione con altre azioni  può avere conseguenze inimmaginabili ed imprevedibili. La New Age forse ha avuto  anche un significato di ribellione e di "andare contro", mentre io sono una sostenitrice dell'integrazione. Ci sono anche altri aspetti in cui io mi sento di differenziarmi da quanto propugnato dalla New Age che, a volte, secondo me si esprime con eccessiva superficialità, ma il discorso qui diventerebbe molto lungo.

Dunque pensi che sia possibile trovare un fondamento scientifico, una spiegazione valida anche razionalmente e in via sperimentale alle cure connesse alle pratiche spirituali?
È recente (maggio 2013, Ndr) la pubblicazione sulla rivista tedesca Der Spiegel dei risultati di diverse ricerche nel campo delle neuroscienze, grazie alle quali si è misurato sperimentalmente l’effetto positivo della meditazione sul cervello e sul nervo vago. Io posso dirti che l’azione benefica dei mantra, le formule di preghiera e meditazione trasmesse dai testi sacri indiani, ha un correlato fisico preciso: nel recitarli, si possono toccare con la lingua ottantaquattro punti riflessi, i punti a cui arrivano le terminazioni dei canali energetici. Questa vibrazione attiva l’ipofisi, che è in feedback con l’ipotalamo attraverso i neuro peptidi, sostanze che fanno da mediatori chimici e che influenzano le risposte del sistema nervoso, endocrino, immunitario, nonché le nostre emozioni e quindi il nostro comportamento.

Hai constatato, dicevi, che seguendo la via spirituale i pazienti migliorano realmente. Grazie a quali pratiche, oltre allo yoga?
Soprattutto grazie allo sciamanesimo, che è la più antica delle pratiche spirituali volte al benessere della comunità. E’ questo che dovrebbe fare il medico, prendersi cura della comunità, oltre che dei singoli individui. Lo sciamano rivestiva il ruolo di mediatore, psicologo, medico dell’anima e del corpo, sacerdote. Attraverso il viaggio sciamanico, definibile come una sorta di sogno lucido, uno stato di coscienza non ordinario, indotto prevalentemente dal suono ritmico del tamburo, lo sciamano entra in contatto con i suoi alleati spirituali, cui chiede aiuto per intercettare la visione interiore che provoca la sofferenza del paziente e grazie a questa indicargli una via d’uscita.

Ma come si acquisiscono le esperienze e le conoscenze che permettono di praticare lo sciamanesimo?
A far conoscere in Occidente lo sciamanesimo è stato nel secolo scorso lo storico delle religioni Mircea Eliade. Oggi è l’antropologo statunitense Michael Harner a parlare di un core sciamanism, a riconoscere cioè un nucleo di pratiche e credenze fondamentali che definiscono lo sciamanesimo al di là delle forme diverse che può assumere nelle diverse culture. La mia maggiore ispiratrice è stata la sua collaboratrice Sandra Hingermann, che ha riscoperto e adattato per il nostro tempo l’antica saggezza sciamanica. Si diveniva sciamani o per ereditarietà, quando il potere sciamanico, la capacità di visione e di guarigione, veniva trasmesso di padre in figlio, ma questi erano in genere gli sciamani meno potenti; oppure per “chiamata”: con ciò si intende una visione, un sogno lucido che indica una vocazione e una potenzialità. A questa seguiva un addestramento presso uno sciamano riconosciuto.

C’è stata dunque nella tua vita un’esperienza decisiva, una “chiamata”?
A causa di un incidente nel corso di un’ attività di rafting, ho rischiato molti anni fa la morte per annegamento. Ero stata spinta dall’urto del canotto contro una roccia in un sifone subacqueo, dal quale compresi che non sarei riuscita ad emergere nonostante i miei sforzi: allora ho accettato l’idea di morire, la mia mente si è come azzerata e ho provato una beatitudine immensa, emergendo infine da un tunnel, da un utero di roccia, verso la luce. Una nascita sciamanica. Un certo tipo di incontro con la morte cambia radicalmente la tua vita.

 

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Confrontarsi seriamente con la realtà della morte è certo un tema censurato dall’ attitudine consumistica ed edonistica della nostra società. So che tu hai invece seguito a lungo e proposto ai tuoi pazienti l’insegnamento del tanatologo Cesare Boni.
Cesare Boni insegnava Psicologia del ciclo della vita e della morte alla Scuola di Specializzazione e nei Corsi di Perfezionamento dell'Università Statale "Federico II" di Napoli. Apparteneva a quella schiera di persone che hanno in diversi modi fatto esperienza della morte e che ne hanno tratto una profonda certezza: che essa sia solo un passaggio, un momento, nell’alternarsi continuo tra la vita fisica e quella spirituale, sotto forma di pura energia. Ha studiato per più di 40 anni negli Ashram e nelle scuole dei più grandi maestri di Buddismo Tibetano, dell'Induismo, del Vedanta e dello Yoga, dai quali ha ricevuto l'autorizzazione ad insegnare. Fra questi suoi maestri, lo stesso Dalai Lama, di cui è stato amico personale per vent’anni. Per un decennio, fino al 2008, ho invitato Cesare Boni a tenere dei seminari di conoscenza della vita e della morte tra Monza e Seregno, ospitandoli quasi sempre nel mio studio alla Corte del Cotone.

Quale è stata invece la tua iniziazione e formazione alle pratiche sciamaniche?
Io ho scoperto venti anni fa lo sciamanesimo assistendo ad una conferenza di antropologia sugli indios Shuar dell’Ecuador, ho poi seguito uno dei seminari annuali tenuti da John Perkins, sciamano nordamericano, al Centro d’Ompio sul Lago d’Orta, a cui sono seguiti i miei viaggi in Messico e in Perù, dove ho conosciuto lo sciamano don Americo Yabar, di padre spagnolo e madre india: uno sciamano molto potente, capace, ho potuto vederlo di persona, di fermare gli uccelli in volo, di spostare i temporali, di interagire con gli elementi. Grazie a lui ho imparato che possiamo rinnovare e potenziare la nostra energia mettendoci sempre più in contatto coi regni sottili, dopo esserci svuotati dell’energia bloccata nei centri vitali; che sono tre nelle culture centroamericane, corrispondenti in parte ai chakra della cultura indiana.

O agli blocchi energetici, alla corazza caratteriale di cui parlava Wilhelm Reich. Anche Erich Fromm, nel suo libro “Il cuore dell’uomo e la sua disposizione al bene e al male”, ricordava l’evangelico: «Avranno occhi e non vedranno, avranno orecchie e non sentiranno», per sostenere la corrispondenza tra le nostre scarse attitudini morali e spirituali e una “durezza” del cuore, un’insensibilità che si stabilisce progressivamente attraverso un corrispettivo energetico, fisico. Ma questa corrispondenza tra corpo e anima può essere considerata il fondamento della medicina psicosomatica. Che differenza c’è tra l’approccio psicosomatico e il tuo?
La visione unitaria della realtà come energia e vibrazione comporta una integrazione dell’approccio psicosomatico con la dimensione spirituale. Anche la medicina omeopatica e la terapia coi fiori di Bach sono fondate sulla nozione di energia sottile. E la psicoanalisi, grazie all’insegnamento di James Hillman, è approdata alla nozione del potere terapeutico delle immagini. Lo spirito ama esprimersi attraverso metafore ed è per questo che anche negli archetipi della mitologia possiamo trovare una via di comprensione di noi stessi e di guarigione.

Ma questo attingere alle più diverse culture non è un fatto discutibile? Mi sembra qualcosa di simile all’irrompere nella cultura latina dell’età imperiale di culti esotici come quello di Iside, o di quelli che Orazio chiamava “gli oroscopi caldei”. Si tratta di mode e di decadenza della cultura dominante? Come possiamo aderire con tanta facilità a culture così lontane da noi nel tempo e nello spazio? Rispettarle, cercare di comprenderle e di trarne insegnamento, è cosa ben diversa dal mutuarne le pratiche.
Si tratta certamente di sincretismo culturale, ma non è un fenomeno negativo, dal momento che è possibile trovare un nucleo di verità condivise nelle più diverse tradizioni. Sempre sono stati vivi gli scambi tra Oriente e Occidente sulle tematiche spirituali, e lo sciamanesimo è la pratica di guarigione più antica e comune a tutte le culture. Anche a quella europea, perché è esistito uno sciamanesimo celtico a cui ci si può ispirare nelle cerimonie che celebrano i solstizi e gli equinozi. Ogni cultura ha i suoi riti e simboli, ma ciò che ha una validità universale è la ricerca di un contatto personale e profondo con la realtà spirituale che possa risanare noi stessi, e con noi la nostra cultura, e perfino, come dice Sandra Ingerman, nel suo “Medicina per la Terra”, l’ambiente fisico in cui siamo immersi.