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20150304 dalla chiesa

La criminalità organizzata propone un modello di società con valori opposti a quelli di una società libera, democratica, imperniata sulla legalità e perciò va considerata come un mortale nemico, e come tale va combattuto e studiato.

 

L’ultima pentola scoperchiata è stata quella di Reggio Emilia, con un centinaio di arresti tra malavitosi (‘ndrangheta), complici o conniventi di vario tipo (professionisti, imprenditori, dipendenti pubblici) e naturalmente amministratori di vario orientamento politico.  Quello che sorprende, secondo Nando Dalla Chiesa, è che quel territorio, quella regione “doveva possedere gli anticorpi”. Eppure, la ex presedente della provincia, Sonia Masini, aveva denunciato l’attività delle cosche anche in sede politica, col risultato di essere emarginata dal suo partito, il PD (evidentemente i voti controllati dagli “amici” facevano gola…).

Nando Dalla Chiesa è venuto a Concorezzo il 25 febbraio scorso, invitato dalla locale associazione Minerva  a chiudere il ciclo di conferenze “Ora Legale” che ha coinvolto anche Novaluna, Libera e Antes, nei comuni di Monza e Agrate, con il pretesto di presentare ul suo ultimo libro “Per un manifesto dell’Antimafia”. Egli è professore di Sociologia della  Criminalità Organizzata presso l’Università Statale di Milano e coordina un gruppo di ricercatori che studia in dettaglio, attraverso gli atti giudiziari, le notizie di cronaca attuali e passate etc., il fenomeno malavitoso in Italia con i suoi collegamenti internazionali. Recentemente questo gruppo ha preparato un rapporto per la commissione parlamentare Antimafia.

Dalla Chiesa ha cominciato il suo intervento parlando dell’evoluzione della percezione dei cittadini (specie del Nord) del fenomeno mafioso. Fino a non molto tempo fa la convinzione diffusa era che il territorio interessato fosse quello di tre/quattro regioni del Sud. In seguito, grazie alle retate, rinvio a giudizio e condanne emesse contro numeri consistenti di incriminati per associazione mafiosa, specie dai tribunali di Milano, Torino e Monza, è emersa la consapevolezza che esiste una infiltrazione o addirittura un radicamento della ‘ndrangheta nei territori, ovviamente, più ricchi del Nord. Ma questa consapevolezza è confortata dal fatto che lo Stato, con Magistratura e forze dell’ordine, sia in grado di contrastarla.

Ahimè, non è così. Secondo Nando la lotta alla mafia: non è solo o soprattutto questione di magistrati e forze dell’ordine; non consiste solo in un processo di educazione alla legalità delle future generazioni; non può esaurirsi nella denuncia per quanto informata e sistematica di malefatte e collusioni.

La criminalità organizzata propone un modello di società con valori opposti a quelli di una società libera, democratica, imperniata sulla legalità e perciò va considerata come un mortale nemico, e come tale va combattuto (prima regola). E per combatterlo bisogna studiarlo (seconda regola), conoscerlo nei suoi protagonisti, riti e strategie. Per Dalla Chiesa non si studia abbastanza! Per esempio secondo una comune convinzione i boss mafiosi (della ‘ndrangheta, egemone al nord) sono oggi finanzieri, imprenditori, ma se si esaminano gli atti giudiziari si scopre che  questi sono persone “modeste”, pensionati, geometri, titolari di un distributore di benzina o di un banco di frutta e verdura al mercato. Cioè hanno mantenuto la posizione che avevano nel paese d’origine così che nella nuova residenza (generalmente in paesi o piccole città del nord) sono “popolo” e si mescolano nel “popolo”. Si incontrano in pubblico, tra bar e ristoranti, e lì prendono le loro decisioni. Bisogna sapere chi sono e come si muovono per contrastarli.   

Fenomeno grave e in generale a sé stante ma in molti casi intrecciato con la criminalità organizzata è la corruzione. Una delle sue manifestazioni più diffuse è lo scambio di risorse pubbliche. Si offrono, per esempio, appoggi per cariche manageriali pubbliche o politiche in cambio di favori attuali o futuri. Si stabiliscono così delle relazioni che diventano sistema, come abbiamo appreso recentemente da cronache giudiziarie. E chi, dei corrotti, affida appalti ad una ditta mafiosa introduce la mafia nel sistema.

Criminalità organizzata e corruzione sono i più gravi problemi italiani, sono quelli che ostacolano gli investimenti esteri, secondo Dalla Chiesa, e quelli che danno dell’Italia un’immagine in declino. Uno degli indicatori è la diminuzione dell’interesse per lo studio dell’italiano nelle università straniere, come lo stesso Nando ha rilevato nei suoi periodici viaggi per conferenze. Come se ne esce? Non certo con i formalismi di certi magistrati di Cassazione, ma per esempio col clamore mediatico (la camorra di Casal di Principe è stata sgominata dopo il successo internazionale di “Gomorra”) oppure con la fattiva solidarietà alle vittime (come nel caso delle liceali milanesi nei confronti della figlia di Lea Garofalo, che ha sostenuto l’accusa nei confronti del padre). E poi, la politica.

Purtroppo per esperienza diretta di Nando la politica non considera prioritario affrontare i due problemi. Se si guardano i programmi dei vari partiti, anche quelli più radicali e alternativi, non c’è traccia di programmi contro la criminalità organizzata e la corruzione, malgrado i morti ammazzati e le cronache pressoché quotidiane. Forse perché bisogna “convivere” con la mafia, come diceva un ministro qualche anno fa? Forse perché l’economia criminale è ormai strettamente intrecciata con quella sana? Certo è che quando ci sono state proposte serie e concrete come quella della commissione Smuraglia (Milano, 1991!) politici ed amministratori cittadini hanno accolto quasi con fastidio l’allarme su questi problemi e non hanno dato alcun seguito.

 


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