Vorrei | Rivista non profit

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In queste settimane sono in corso le nuove prove per gli insegnanti che “ambiscono” a un ruolo e ad abbandonare una vita precaria. Riforma dopo riforma, in una “buona scuola” che per tanti giovani del Sud è una dannazione

La nostra endogena memoria breve e la distrazione con la quale ci muoviamo tra le notizie che direttamente non ci riguardano, sta lasciando quasi del tutto inosservata una battaglia campale che si sta consumando in questi giorni nel nostro Paese. La guerra in generale è una tra le tante follie italiane fatte di grovigli burocratici, di vuoti legislativi e schizofreniche riforme retroattive che strozzano la vita di molti e che privano questo Paese di diritti e di logica. La guerra in questione è l'accesso all'insegnamento nella scuola pubblica, il campo è “la Buona Scuola” renziana, la battaglia è “il Concorso a Cattedre 2016” e i soldati sono i migliaia di “abilitati” che tra la fine di aprile e giugno prossimo, in tutte le regioni di Italia, sono sotto prova scritta con la promessa di un posto di ruolo per la propria classe di concorso. Si tratta degli insegnanti inseriti nella graduatoria di I fascia e che già lavorano da anni nelle nostre scuole con i nostri figli, fratelli, nipoti, ma nella condizione di precari. Ebbene, questi precari della scuola, in termini bellici, possono essere paragonati a kamikaze, infiltrati, spie ma non per il temperamento infingardo del proprio carattere ma per la convinzione, lo spirito di abnegazione, la taurina resistenza nello svolgere questa vocazione nonostante le condizioni avverse e i giochi di potere fatti sulle loro teste da tutti i governi che si sono succeduti e senza che ne abbiano scampo. Spesso questi soldati sono avvelenati da inimicizie intestine provocate dalle tante micropostille che, riforma dopo riforma, lasciano fuori dai giochi tanti ex abilitati e super qualificati che si costituiscono in nuovi schieramenti all'urlo di “Ricorso al TAR!”, fino a quest'ultima puntata del controverso ed efferato Concorso a Cattedre di ultima invenzione renziana.

 

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Tentiamo di esser semplici. Quando mi iscrissi all'università mi fu spiegato che avrei conseguito una Laurea Magistrale, ovvero che avrei potuto magistere, insegnare. Non fa una piega: trentadue esami annuali, tesi sperimentale, master post lauream, dottorati di ricerca e... altro che magistere, insistere! C'è un altro percorso di studi che mi attende e devo fare un esame d'ingresso, difficilissimo; se lo passo accedo ad un'altra Scuola di Specializzazione (all'epoca SISSIS, ora TFA), due o tre anni ancora che pagherò tra i 1000 e i 1500 euro ciascuno con oltre cinque ore di lezione obbligatorie e un tirocinio pratico. Ulteriore esame finale, a pagamento. Ma non importa, voglio fare l'insegnante! Ecco finalmente la mia cattedra? No. Sono solo entrato in una graduatoria preferenziale, o I fascia provinciale. Inoltre, se sono meridionale, siamo alle solite: il sindacato mi informa che per tutta la mia classe di concorso ci sono pochissime cattedre in tutta la regione e mi invita, se proprio voglio a tutti i costi far questo mestiere, a dare una sbirciata alle disponibilità più numerose, in Emilia Romagna, Friuli o in Lombardia.

 

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Un passo indietro, recuperiamo la nostra scalata verso la professione più inarrivabile del mondo. E se per caso, nonostante la laurea Magistrale, non fossi riuscito ad accedere alla Scuola di Specializzazione? Se scelgo una provincia del Sud, rimango arenato nel miliardesimo posto di una lista (graduatoria di III fascia il cui inserimento è da rinnovare ogni quattro anni, pena il decadimento);  se sono del Sud ma ho scelto una provincia del Nord, vivo come un medico del 118, pronto con la valigia sull'uscio di casa: può arrivarmi una chiamata sul cellulare o una mail mentre sono in spiaggia sotto casa, ad esempio a Palermo,  “...domattina alle 8 deve presentarsi qui per una supplenza, accetta? Dica sì o no, ora!”. E via, questi kamikaze pronti a farsi esplodere in una qualsiasi provincia di Italia (cioè Nord) nel giro di 12 ore! Questa esplosione verso nord serve per accedere ad un arsenale speciale: il punteggio, che servirà, grazie alle ore di servizio prestato, a raggiungere lo squadrone di trincea dei colleghi abilitati della I fascia. E quindi via allo stop and go di tre mesi in una scuola, un anno in un'altra, a cambiare vita, casa, comune... senza poter aver diritto alla residenza, senza poter votare, senza il medico curante, un contratto d'affitto con un termine, con grandi storie di solitudine e di rapporti che nemmeno nascono e già si strappano. Tutto, tutto pur di entrare in quell'aula e dare a questi sconosciuti minorenni quello che è stato dato, almeno una volta a noi; e già, perché, nonostante tutto, ciascuno di noi ha quell'insegnante nei suoi ricordi che con quella presenza giusta ci ha toccato dentro e chissà, magari è responsabile del nostro essere medico, pittore, giornalista, geometra... Sicché questo Nord ribolle di innocenti kamikaze che infiammano le periferie più ignote, anche agli stessi autoctoni. Incontrano i nostri ragazzi, le nostre storie, i nostri drammi, per pochi mesi o più. Entrano nelle confidenze delle famiglie. Loro, che le hanno lasciate giù le famiglie, le case, le fidanzate. Come Paolo, insegnante di Biologia, Chimica e Scienze Naturali al Liceo Scientifico, indirizzo Scienze Applicate E. Fermi di Desio. Anche lui è uno di questi temerari. Ha appena trentasette anni e insegna in Brianza da più di dieci, sbattuto da un comune all'altro (un anno a Vimercate, uno a Muggiò, sei a Lissone, uno a Milano...)  da una scuola ad un'altra a sentirsi sempre l'ultimo arrivato tra i colleghi. Paolo è di Reggio Calabria si è laureato in Scienze Forestali Ambientali e ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Meccanica Agraria, dopodiché ha frequentato la Scuola di Specializzazione Insegnamento Superiore a Messina concludendo il tutto a soli 27 anni. Paolo è uno di quei baciati dalla Cabala Renziana che ha avuto il ruolo nel novembre 2015 e che dopo dieci anni di lavoro precario, per la prima volta, non deve rimettersi a nuovi concorsi.

 

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Quando vivi in un Sud che non è proprio sperduto e arretrato ma un grande centro come lo è il reggino non senti subito forte la necessità di scappare al Nord evoluto perché lì hai una città che “aveva tutto per farmi felice”, dice. Era un figlio, un fratello, un fidanzato, un calciatore molto promettente e quindi leader sportivo della squadra, uno studente brillante. A Vimercate, dove prestò il primo servizio era un nulla, era l'Io meno Se stesso. Emigrare, spiega, non ha in se' quella tristezza ovvia che tutti pensano, la malinconia della casa e della mamma. È la malinconia di te. In Brianza non era nessuno, ovunque andasse, da un istituto ad un altro era un continuo “Chi sei?”, “Sei l'ultimo? Sei il nuovo?” tutte domande non logiche, ma esistenziali. Non era più niente di quello che era stato. “Ho pensato che avrei dovuto rivivere altri 27 anni prima di sentirmi integrato con me stesso. Ma non sapevo da dove iniziare, da me non potevo, del resto io chi ero? Ho cominciato da quei ragazzi che avevano pochi anni meno di me ed erano così entusiasti di vedere lì uno di loro e non un Matusa. Io, dal mio canto, avevo bisogno di amicizia ma dovevo stare attento nel darmi pur essendo un fiume in piena di vita e di esperienze e, a modo mio, anch'io con quel trauma del distacco dalla mia precedente vita, stavo vivendo una sorta di nuova adolescenza. Le difficoltà e i diverbi tra i ragazzi erano gioia per me, erano una sfida. Come quando mi accorsi di alcune frizioni in una classe per la presenza di un nuovo compagno di colore, li capivo. Eravamo tutti sconosciuti e diffidenti l'un con l'altro. Ho fatto perno sul mio brunissimo colorito mediterraneo, cotto dei molti mesi estivi al mare, alla fine i ragazzi, tra grande ilarità stabilirono che ero io il più nero di tutti... Prof. Azìz! In quelle risate sodali molti muri cadevano tra noi. Siamo usciti fuori dai banchi e siamo andati nei laboratori e la vita gliel'ho fatta vedere fin dal suo inizio grazie alla passione per la biologia, la chimica. Studiavo tanto la notte, e studio ancora. I ragazzi che si sentono ascoltati fanno domande ed io voglio essere preparato. Non è vero forse che ognuno di noi dovrebbe vivere affinché non provi mai vergogna? Questo insegno: prepararsi per non sperimentare la vergogna, il sentirsi piccoli e sconosciuti” e, in un certo modo, tramite la biologia, parlava di sé a loro.

Chi opera nella formazione, nella didattica, con i ragazzi sa quanto tempo-vita è necessario allo scioglimento di tante resistenze, alla conquista della fiducia, alla consapevolezza delle proprie emozioni e quanto sia distruttivo questo rimpallo di insegnanti e di metodi da un istituto ad un altro, come poco ci vuole a vanificare il tanto fatto. E questa biologia delle emozioni, questa chimica umana che i tanti Paolo portano tra i nostri ragazzi, proprio questa è fondamento e formazione ma non viene richiesta in nessun requisito per l'insegnamento. Esami su esami e bollettini da pagare senza che nessuno conversi e provi al fuoco dello spessore umano l'animo di questi piccoli grandi eroi volontari. Già, perché nonostante tutto lo screening ministeriale della corsa ai punteggi, nessun esame richiede a nessun insegnante di essere un umano. Tutti questi Paolo di Italia si spremono le meningi nel manuale didattico che è la propria vita, imperfetta e complicata.

L'augurio che muovo a questi nuovi concorsisti, futuri arruolati è che, una volta chiusi i libri, completati i calcoli per lo scavalco in graduatoria e dimenticate le formule tecniche, si accendano una sigaretta al fresco di un balcone, o si sparassero a palla un brano rock dei loro anni migliori e che riprovino in gola il grido antico della loro dannata e sanguigna adolescenza.

 

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La Scuola di Atene è un affresco di Raffaello Sanzio, databile al 1509-1511 ed è situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro "Stanze Vaticane", poste all'interno dei Palazzi Apostolici.


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