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Lì dove scorre la storia della musica e dell'arte contemporanea,
da Lou Reed a Bob Dylan, da Leonard Cohen a Julian Schnabel

Fruire della musica nello stesso luogo in cui è stata creata è un'esperienza completa. Se avete bevuto del buon Chianti sulle colline toscane gustando una bistecca alla fiorentina, capite cosa intendo per completa. Chiamatela pure suggestione, ma quando ho assistito a 'Berlin', il concerto di Lou Reed alla St. Ann’s Warehouse di Brooklyn, con la direzione artistica di Julian Schnabel, più che di ascoltare della musica, si è trattato di respirare una boccata di New York. La voce dal timbro spavaldo e le liriche provocatorie di Lou Reed sono l'icona di un preciso stile newyorkese. Una sonorità che si percepisce netta nell'aria passeggiando in Union Square d'estate ed osservando certi giovani 'cool' che si atteggiano con noncuranza consapevole ed ostentata. Un altro bel respiro a pieni polmoni della City, me lo sono fatto quando ho visto Bob Dylan suonare al The United Palace Theatre. Anche se l'ambiente chic del teatro camuffava un po' le cose e, la musicalità di 'Modern Times' è assai distante da pezzi come 'Forever Young' e 'Like a Rolling Stone', Bob è sempre il grande cantastorie arrogante che la sapeva lunga, quando, con un'armonica e gli occhiali da sole anche di notte, si aggirava per il West Village.
Al BAM (Brooklyn Academy of Music), invece, Patti Smith, cantando 'Because the Night', ha creato una certa magia, in forte contrasto con il suo personaggio sciatto, che ha inspirato generazioni di capelloni nell'East Village con le gambe magre ed i jeans attillati. Sempre al BAM, ho assistito ad uno dei più intimi e sperimentali concerti di Paul Simon. Quei brani, con i quali Simon e Garfunkel attirarono una folla di più di 500.000 persone allo storico concerto nel Central Park, eseguiti nella sala limitata dell'Academy of Music e, contaminati dall'intervento di numerosi musicisti dagli stili più disparati, vibravano di una freschezza nuova del tutto attuale.

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Un'altra occasione per godere di un'esperienza musicale unica, mi è capitata di recente, quando, dopo quindici anni di assenza dalle scene di New York, Leonard Cohen si è rifatto vivo al Beacon Theatre. Capita che l'uomo il talento e l'intelligenza si incontrino con rara armonia, allora si assiste a spettacoli straordinari come quello di Cohen. Con la classe e la semplicità di uno dei più grandi poeti/cantautori del secolo, mi ha permesso di rivivere quei suoni sofisticati e profondi che si dovevano udire al Chelsea Hotel tra gli anni sessanta ed i settanta, il periodo in cui c'erano quasi tutti quelli che avrebbero fatto la storia della musica futura.
Se poi si vuole respirare un po' di quell'aria oscura e fumosa della New York del Jazz, amalgamata con un sano gusto urbano per la sperimentazione, basta recarsi al Blue Note sulla West 3rd quando suona Jay Rodriguez, un sassofonista messicano dal talento indiscusso.
Credo si potrebbe dimostrare che, in questa città, oltre che dalle dimensioni di spazio e di tempo, i luoghi siano definiti anche da una dimensione musicale. Se non ci credete, provate a fare un giro di notte a Time Square e, osservando le mille luci di Midtown, aguzzate l'orecchio. Poi ditemi se non sentite, un po' rarefatte,  amalgamate al rumore del traffico ed ai gridi dei venditori di hot dog, le limpide voci di Frank Sinatra e Liza Minelli, che intonano insieme 'New York, New York'.

 


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