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Disuguagliane e povertà

 

  • Come prevenire le disuguaglianze (2) Investendo in ESG

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     20210812 ricilaggio

     

    In un famoso film del 2002 di Steven Spielberg, dal titolo “Minority Report”, si immagina che nel 2054 sia stato introdotto un programma digitale capace di prevenire gli assassini. La sperimentazione su Washington avrebbe annullato completamente gli omicidi.

    Nel mio ultimo articolo, dedicato alla prevenzione delle disuguaglianze inique, ho parlato di nuovi orientamenti culturali o addirittura di “rivoluzioni” che caratterizzerebbero i tradizionali paradigmi della scienza economica. In particolare di un passaggio da una scienza specialistica orientata esclusivamente all’utile e allo sviluppo quantitativo, a una aperta agli altri saperi e orientata anche a rispondere alle esigenze ambientali e sociali.

    Ma sono stato prudente nel sostenere che questi orientamenti, spesso solennemente enunciati, si siano tradotti in effettivi e adeguati comportamenti.

    Ho citato Richard Cohen, con il suo “Impact Revolution”, nel quale propone di dare vita ad imprese capaci di integrare il rischio economico, connesso con la ricerca del profitto, con finalità umanitarie. Ma anche in questo caso non mi è sembrato che possano essere ottenuti risultati di grande rilievo globale, contrariamente a quanto sostiene o auspica Cohen.

    Ma ora si stanno affermando nuove forme d’investimento, che fanno presagire un reale cambiamento dei comportamenti finanziari globali nel senso della maggiore equità e compatibilità ambientale.

    Questo cambiamento, che ha come acronimo ESG, consiste nel fatto che le imprese non verranno più valutate  soltanto sulla base  dei risultati economico/finanziari, ma anche dei loro comportamenti ambientali, sociali e gestionali, tali da incidere sulla loro reputazione e quindi sulla valutazione di mercato. Come si vedrà, i quattro criteri (economico, ambientale, sociale, gestionale) sono strettamente interconnessi, anzi si compenetrano vicendevolmente.

    Un problema sta nella adozione di indicatori che integrino quello, semplice ma inadeguato, del PIL, cioè del prodotto economico complessivo di tutte le attività di un paese.

    In un comunicato del maggio 2019, la Banca d’Italia ha dichiarato di aver «modificato le modalità di gestione dei propri investimenti finanziari attribuendo un peso maggiore ai fattori che favoriscono una crescita sostenibile, attenta alla società e all'ambiente. Aumenteranno quindi le risorse destinate alle imprese con le migliori prassi ambientali, sociali e di governance».

    Nello stesso documento la Banca comunica i criteri di valutazione adottati: per l’ambiente, le emissioni di CO2 e i consumi di energia e di acqua; per gli aspetti sociali, la percentuale di donne impiegate sul totale dei dipendenti e nei ruoli manageriali; per la governance, ancora la percentuale di donne nel Consiglio di Amministrazione, la separazione dei ruoli di presidente e di amministratore delegato, la percentuale di membri indipendenti nel CdA, l’adozione di misure anticorruzione.

    E’ evidente la prudenza dei criteri adottati dalla Banca, che li rende insufficienti, anche se aperti a progressive integrazioni, nella misura in cui le metriche diventano possibili, cioè sufficientemente oggettive e condivise.

     

    20210812 banca

     

    Proviamo a elencare i problemi che dovrebbero essere considerati e misurati, oltre a quelli adottati dalla Banca d'Italia:

    Per l’ambiente, dovrebbero essere presi in considerazione anche gli scarichi industriali e lo smaltimento e riciclo di scarti e rifiuti, nell’ottica dell’economia circolare.

    Per gli aspetti sociali, si dovrebbe temer conto di tutti gli aspetti che riguardano gli stakeholders, coloro cioè che sono coinvolti nell’attività aziendale, e non solo gli shareholder, cioè i proprietari. Come i fornitori, che non dovrebbero essere sottoposti a pratiche di monopsonio, cioè di sfruttamento da parte dell’acquirente. E i clienti, nei confronti dei quali l’impresa dovrebbe essere il più possibile trasparente quanto a qualità di materiali e ingredienti, ai processi di produzione, e corretta nei messaggi pubblicitari. Tra gli stakeholder dovrebbe essere inclusa la comunità in cui l’azienda è inserita, ad esempio per quanto riguarda il traffico generato e l’inquinamento acustico.

    Per la governance, la sufficiente presenza di personale femminile costituisce evidentemente un criterio dovuto ma minimo. Anche l’uguaglianza dei livelli retributivi tra i due sessi, che non presenta particolari problemi di misurazione, dovrebbe essere considerata. Un aspetto, ancora prevalentemente rimosso, dovrebbe essere messo in evidenza e affrontato: la differenza dei livelli retributivi tra i vertici aziendali e il dipendente di ultimo rango. E’ uno dei divari più scandalosamente aumentati negli ultimi trent’anni. Anche le ore dedicate alla cultura e alla formazione dei dipendenti sul totale dell’orario lavorativo dovrebbero essere considerate. E dovrebbe essere rilanciata la considerazione della durata degli orari di lavoro, perché studi recenti dimostrano che “lavorare meno, lavorare tutti”, a parità di retribuzioni, significa anche lavorare meglio sia dal punto di vista umano che da quello economico.

    Dal percorso verso l’ESG le imprese possono trarre vantaggi o incontrare difficoltà. Gl’interventi finalizzati a ridurre l’impatto sull’ambiente possono comportare investimenti, ma anche vantaggi consistenti in termini di riduzione dei consumi energetici e idrici e degli sprechi. Ma gl’interventi finalizzati al miglioramento dei rapporti sociali e della governance, decisi a livello di una singola impresa, posso essere resi difficili dalla necessità di competere nel breve termine contro chi non adotta i criteri ESG.

    Ma l’impegno ESG spinge le imprese a ragionare sul medio-lungo termine piuttosto che sul breve termine. E politiche apparentemente costose nei confronti di fornitori, dipendenti e clienti possono rivelarsi nel lungo termine importanti fattori di un vantaggio competitivo difficilmente attaccabile. E’ quanto sosteneva Frederick F. Reichheld, presidente della società di consulenza strategica Bain & Co., nel suo “Loyalty Effect” del lontano 1996, descrivendo un circuito virtuoso del successo delle imprese. Ma come mai dimentichiamo il visionario Adriano Olivetti, che proponeva una fusione tra cultura, ambiente, innovazione tecnologica e successo economico, realizzata concretamente nelle sue imprese, e il suo Movimento di Comunità, andati dispersi purtroppo con la sua morte?

    La possibilità per la singola impresa o gruppo lungo di percorrere la via ESG è condizionata dal contesto socio/economico globale. Ma come ho già fatto rilevare nel precedente articolo, il clima a livello internazionale (Agenda 2030 dell’ONU, accordi a livello di OCSE e G20, consolidamento dell’Unione Europea), sembra favorevole, avendo intrapreso una sorta di inversione di marcia rispetto ai circa 40 anni passati.

     

    20210812 manager

     

    Questo clima in un certo senso rivoluzionario dovrebbe essere integrato da una politica finanziaria globale che penalizzi le pratiche speculative, generatrici di rendite improduttive e inique. I recenti accordi per una tassa minima globale sulle imprese multinazionali, finalizzati a far cessare la letale competizione al ribasso tra i diversi paesi e a colpire i paradisi fiscali, dovrebbe essere solo l’inizio. La proposta del premio Nobel James Tobin per una tassa sulle transazioni finanziarie, da considerare alla stregua del gioco d’azzardo, proposta nel 1972 e affossata, dovrebbe essere riesumata con le potenzialità consentite dalla rivoluzione digitale. Occorrerebbe anche difendere l’ambiente urbano dalla speculazione e dalla rendita edilizia, con un blocco drastico del consumo di suolo.

    E’ il caso di ricordare che stiamo parlando delle sole misure dirette a prevenire disuguaglianze e povertà, e non delle strutture e servizi attinenti ai diritti fondamentali (sanità, scuola, casa, reddito minimo) e delle misure correttive delle disuguaglianze, affidate soprattutto all’intervento pubblico e a una fiscalità progressiva e redistribuiva. Per quanto si possa prevenire agendo sui comportamenti delle imprese e dei mercati, le pubbliche istituzioni non potranno rinunciare all’esercizio di funzioni e  interventi che sono loro propri.

    Comunque, è sperabile che negli anni futuri il successo nella prevenzione delle disuguaglianze e della povertà diventi oggetto di un “majority report”!

     

    20210812 pomodori

     

  • La svolta globale (se il diavolo...)

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     20210419 biden

    I piani di Joe Biden per il rilancio degli USA sono così ambiziosi (fino a 4 mila miliardi di dollari nell’arco del suo mandato) e “nuovi” da far parlare ormai di una “Bidenomics

     

    In grande sintesi prevedono:

    - Ingenti investimenti per infrastrutture in tutti i settori dell’economia statunitense, in gran parte orientati, oltre che al restauro di quelle esistenti e alle reti digitali,  alla difesa dell’ambiente e alla riduzione delle disuguaglianze;
           - Un aumento del debito pubblico, ma anche delle tasse;
           - Che l’aumento delle tasse non tocchi la maggioranza della popolazione (ceti meno abbienti e medi), ma solo le categorie più ricche, attraverso:
               . Nessun aumento per i redditi inferiori ai 400 mila dollari l’anno;
               . L’aumento della progressività delle imposte sui redditi personali, portando l’aliquota marginale fino al 39,6%, e tasse più elevate sulle plusvalenze finanziarie per i milionari;
               . L’aumento dell’imposta sul reddito delle società dal 21% al 28%;
               . Una imposta uniforme sulle imprese (global minimum tax) da concordare a livello internazionale tra i paesi del G20 (cioè tra i paesi che nel loro insieme superano l’80% dell’economia mondiale).

    Forse si potrebbe fare di più (ad esempio, si potrebbero rendere più progressive le imposte personali e abbassare il limite di reddito su cui aumentare le tasse). Ma comunque queste misure stanno facendo molto scalpore, perché segnano una radicale inversione di rotta rispetto alle politiche economiche praticate negli ultimi 40 anni.

    In realtà non sono altro che l’accoglimento da parte della politica di proposte che numerosi economisti di orientamento progressista vanno avanzando da decenni: come Joseph Stiglitz, Antony B. Atkinson, Thomas Piketty, Kate Raworth, Jeremy Rifkin, Rutger Bregman, e in Italia come Enrico Giovannini, Fabrizio Barca, Stefano Zamagni, e sicuramente nella mente, a mio parere e speranza, di Mario Draghi. Proposte che ho illustrato e commentato ripetutamente su questa rivista.

    I piani di Biden sono stati presentati come un ritorno al New Deal keynesiano/ rooseveltiano degli anni trenta del secolo scorso, basato su grandi investimenti in opere pubbliche in deficit. Ma a me sembra che segnino in realtà un cambiamento epocale, capace di proporre un nuovo paradigma economico adeguato a contrastare i problemi fondamentali dell’umanità: il degrado ambientale e le disuguaglianze crescenti con la povertà ancora diffusa e incrementata dalla pandemia del Coronavirus. Impegni così controcorrente, decisi ed espliciti, se espressi solo poco tempo fa, avrebbero fatto gridare allo scandalo.

    Significano inoltre la fine dell’inganno, in cui sono caduti anche i riformisti travolti dal liberismo dominante, costituito dalla confusione tra imprese produttive e detentori di ingenti redditi e ricchezze. Con l’idea di sostenere le prime si sono favoriti i secondi, causando l'impoverimento della maggioranza delle popolazioni e la concentrazione delle ricchezze in un ristretto numero di miliardari. Si è sostanzialmente ridato vita all’antico e smentito, ma duro a morire, principio dell’ancien régime, secondo il quale favorendo i ceti più ricchi si ottiene, per “gocciolamento” (thrickle down) il benessere di tutti. Attraverso riduzioni della progressività delle imposte personali, agevolazioni senza limiti alle cosiddette imprese, in realtà ai ceti più ricchi e alla finanza fine a se stessa, ritenuti a priori generatori di ricchezza, le disuguaglianze e la sofferenza della maggioranza delle popolazioni hanno raggiunto livelli inaccettabili.

    Riassumendo Biden in modo ancora più conciso: 1) dimensioni straordinarie della spesa pubblica per infrastrutture compatibili con l’ambiente , per servizi sociali (istruzione, sanità)  e per le categorie meno abbienti, 2) riforme drastiche delle politiche fiscali a favore della maggioranza della popolazione e a carico dei ceti più ricchi. Ma c’è un terzo pilastro della nuova economia, che sembra anch’esso in movimento, di cui la svolta non può fare a meno: 3)  il comportamento delle imprese nei confronti delle persone e dell’ambiente. Sembra che si vada diffondendo tra i massimi livelli aziendali una maggiore consapevolezza della possibilità di far convergere, in una prospettiva più ampia, gli interessi aziendali con quelli sociali e ambientali. Anche di questo cambiamento ho parlato nei miei ultimi articoli. E anche in questo caso non si tratta di idee nuove: un manuale in proposito lo scrisse nel 1996 Frederich F. Reichheld, capo di una importante società di consulenza aziendale (Bain & Company) in un libro dal titolo significativo: “The Loyalty Effect”. Testo che usavo per le mie consulenze rivolte a imprenditori e manager. Ma la differenza sta nel fatto che, dopo un quarto di secolo, quelle idee vengono fatte proprie in modo formale da schiere più vaste e influenti di dirigenti di gruppi imprenditoriali e di detentori di immense ricchezze. Si tratta di segnali che confermano che il clima, prima orientato ai soli interessi aziendali, anzi dei loro vertici, è cambiato. Tuttavia, dal dire al fare con quel che segue: non ho sentito parlare ad esempio di riduzione delle scandalose differenze tra le retribuzioni dei vertici aziedali e dei dipendenti di ultimo rango. E credo che senza imbrigliare la finanza speculativa a favore di una finanza al servizio dell’economia reale, le dichiarazioni d’intenti, per quanto diffuse e influenti, resteranno inferiori alle necessarie dimensioni.

    Di enorme importanza sarà il possibile accordo internazionale per una imposta minima sulle imprese. Se i G20 o i membri dell'OCSE lo adotteranno, cesserà la rovinosa concorrenza al ribasso tra i diversi paesi per indurre le multinazionali ad insediarsi nel proprio territorio. Inoltre, costituirà un segnale del fatto che il piano di Biden è parte di una svolta globale orientata alla lotta alle disuguaglianze e al risanamento ambientale. Il Next Generation Plan europeo va nella stessa direzione. Spero vivamente, e ci sono le condizioni, perché il PNRR (Piano Nazionale di Recupero e Resilienza) italiano segua la corrente.

    Molti commentatori sottolineano il fatto che il disegno di Biden incontrerà molte difficoltà, a partire dal Congresso e dal Senato americani. Un cittadino comune potrebbe chiedersi come mai un progetto che avvantaggerebbe la grande maggioranza della popolazione (se non il 99% secondo lo slogan del movimento Occupy Wall Street, almeno l’80%), non possa ottenere il consenso popolare per essere realizzato. Ma questo dà la misura del potere di ambienti ristretti di manipolare l’opinione pubblica.

     

    20210419 terra

     

    La Bidenomics è stata equiparata non solo al New Deal di Roosevelt, ma anche al Programma Apollo di John F. Kennedy che ha portato il primo uomo sulla luna, con l’obiettivo di riconquistare il primato degli USA nelle ricerche spaziali, compromesso dall’exploit dei russi con lo Sputnik. Oggi la gara non è più tra USA e Russia, ma tra USA e Cina. Il rischio maggiore è costituito dalla possibilità dei paesi maggiori, grazie alle loro grandi dimensioni, di intraprendere politiche protezionistiche in contrasto con la globalizzazione, puntando all’autosufficienza. Questo rischio è presente anche nei piani di Biden. E’ da augurarsi che, in un pianeta reso piccolo dalla rivoluzione digitale, la lotta per il primato abbandoni le illusioni imperialistiche del passato e si risolva in una co-opetition produttrice di benessere per tutti. E’ comunque incredibile come mai, nel quadro della svolta in atto e dell’enorme fabbisogno di risorse economiche per la ripresa dopo la pandemia, nessuno abbia ancora proposto una politica di disarmo universale non solo fisico (le armi), ma anche digitale. Lo ha fatto solo Papa Francesco. Speriamo che venga finalmente ascoltato da qualcuno.

    Infine, la svolta potrebbe essere messa in difficoltà dalle imprevedibili e impreviste conseguenze delle misure economiche che la pandemia ha costretto ad adottare. Questi provvedimenti imposti dalla drammaticità dell'evento hanno fatto crollare, finalmente, i vincoli troppo restrittivi del passato, ma senza sostituirli con un sistema sufficientemente flessibile, ma controllabile. Credo che pochi economisti siano in grado di prevedere ciò che avverrà una volta superata la pandemia, ad esempio in termini di sviluppo, di occupazione, di inflazione, di debiti, addirittura di sistemi monetari (si pensi all'avvento dei bitcoin). Una maledizione cinese dice: «Che tu possa vivere in tempi interessanti». Sono curioso di vederli, ma è improbabile.

     

  • Aria nuova per economia e impresa.

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    Molto si discute sulla globalizzazione e sulla rivoluzione digitale che caratterizzano il terzo millennio, sottolineandone a volte in modo entusiastico gli aspetti positivi, altre volte drammatizzandone gli effetti negativi.

     

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