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 20210730 inequality

Dani Rodrik

I piani globali contro l’emergenza climatica. I progetti per un salario minimo universale. Le proposte per una tassa minima comune sulle imprese multinazionali. Piani come il Next Generation EU, che comporta un maggiore vincolo solidaristico tra le nazioni europee. Sono tutti eventi che prima della pandemia sarebbero stati improponibili

 

 

E’ ampiamente condivisa l’opinione che per ridurre le disuguaglianze ed eliminare la povertà non sia sufficiente una politica correttiva ex post, ma che sia necessario intervenire preventivamente sui processi che le determinano.

Un recente libro curato da Oliver Blanchard e Dani Rodrik, con i contributi di diversi economisti, dal titolo Combating Inequality, rethinking Government’s Role (M.I.T. and Peterson Institute for International Economics, 2021), articola opportunamente gli interventi possibili in tre fasi: pre-produzione, produzione e post-produzione.

Gli interventi pre-produzione sono quelli che offrono servizi sociali e risorse fondamentali, come l’istruzione e la sanità.

Gli interventi post-produzione sono sostanzialmente fiscali, tendenti a correggere le disuguaglianze di reddito e di ricchezza generate dalle attività economiche o ereditate.

Dovrebbe essere evidente il circolo che lega la prima e la terza fase: se si vuole offrire a tutta la cittadinanza condizioni minime di benessere e sicurezza, è necessario un sistema fiscale adeguato! Purtroppo, nell’opinione pubblica corrente, il collegamento tra prestazioni sociali e fiscalità è poco percepito o rimosso: domina la pretesa della botte piena con la moglie ubriaca!

Delle proposte sui servizi sociali (prima fase) e sulla fiscalità (terza fase) mi sono occupato in articoli precedenti. Mi concentrerò pertanto sulla seconda fase, quella degli interventi pubblici sui processi di produzione. In sostanza sul come orientarli non soltanto allo sviluppo (aumento del PIL, del prodotto complessivo), ma anche a obiettivi di riequilibrio economico e sociale. Nella consapevolezza, confortata ormai da molti studi, che politiche orientate all’equità non solo convergono nel lungo termine con l’obiettivo dello sviluppo, ma lo rendono un fattore di stabilità sociale, politica e democratica. Del resto, non dovrebbe essere questa la funzione principale delle istituzioni?

Sulla base dei contributi raccolti nel testo sopra citato e di altre fonti ho riassunto i problemi e gl’interventi delle pubbliche istituzioni sulle attività produttive, finalizzati a ridurre le disuguaglianze e la povertà, in tre aree: politiche del lavoro, politiche industriali, politiche dei mercati.

 

20210730 istruzione

 Una scolaresca in Africa

 

Politiche del lavoro

E’ noto che la globalizzazione ha prodotto effetti contrastanti rispetto alle disuguaglianze: ha ridotto enormemente quelle tra paesi sviluppati e paesi emergenti, consentendo a milioni di famiglie di questi ultimi di uscire dalla povertà. Ma nello stesso tempo ha causato l’aumento delle disuguaglianze soprattutto all’interno dei paesi ricchi, con l’impoverimento dei lavoratori colpiti nelle retribuzioni e nell’occupazione dalla concorrenza internazionale e dal trasferimento di impianti produttivi nei paesi con il costo del lavoro più basso. Inoltre, la rivoluzione digitale ha creato un forte divario tra lavoratori dotati di competenze superiori e lavoratori non specializzati. Infine, l’accelerazione del progresso tecnologico ha segnato la fine del “posto fisso”, spesso della durata di una vita, per esigere frequenti cambiamenti di attività.

Per contrastare questi processi, le politiche del lavoro esigono un cambiamento profondo: non è più sufficiente un orientamento reattivo, passivo, tendente a difendere le imprese e i posti di lavoro preesistenti, e in caso d’insuccesso, di assistere i lavoratori licenziati con sussidi. Occorre  assistere i lavoratori espulsi, con la loro riqualificazione e l’avvio verso nuovi impieghi, promuovendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. La rivoluzione digitale fornisce uno strumento prezioso per quest’ultimo scopo. Ma una politica attiva deve far sì che i lavoratori acquisiscano un bagaglio di conoscenze tale da metterli in condizioni di poter cambiare lavoro senza il rischio di esclusione, ma anzi con prospettive di miglioramento verso una “buona occupazione”.

Tra gli aspetti positivi della globalizzazione va rilevato il diffondersi di una visione d’insieme dei problemi, prima assente. Questo cambiamento radicale è testimoniato da eventi come le trattative globali in atto per un salario minimo universale, ovviamente articolato secondo le diverse realtà. Il salario minimo dovrebbe essere tale da assicurare a tutti non solo la sopravvivenza, ma la possibilità di esprimere le proprie potenzialità.

Un altro problema è costituito dalla forza contrattuale dei lavoratori, fortemente indebolita dall’aumento del lavoro autonomo e intermittente rispetto a quello dipendente e stabile, concentrato in grandi fabbriche. Occorrerà agevolare a livello internazionale l’associazionismo a diversi livelli. Personalmente sono contrario a formule che inseriscono i lavoratori negli organi direttivi dell’impresa, come in atto in Germania. Considero queste formule come tendenzialmente corporative, e tali da indebolire spesso, piuttosto che rafforzare, i lavoratori nella difesa dei propri diritti. Trovo preferibili soluzioni basate sul consolidamento del loro contro-potere, sul conflitto, garantito dalla libertà di organizzarsi sindacalmente e dal diritto alla massima trasparenza delle attività e dei programmi dell’impresa.

Molti dei contributi del libro di Blanchard e Rodrik hanno come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori meno favoriti. In questo quadro, interessante è la proposta di Heidi Shierholz di introdurre nei bandi pubblici vincoli relativi alle condizioni di lavoro praticate nelle imprese che si candidano. Considerato che le commesse pubbliche costituiscono una quota rilevante dell’economia di un paese, vincoli di questo tipo si rifletterebbero in misura consistente sulle condizioni di lavoro dei lavoratori, e quindi sulla riduzione delle disuguaglianze in tutto il sistema economico..

Altrettanto interessante è la proposta di William Darity Jr., basata su modelli sperimentati in Argentina e in India, ma ispirata alla “carta dei diritti economici” proposta da F.D. Roosevelt addirittura nel 1944, per un «diritto universale a un lavoro utile e remunerativo» e un «guadagno sufficiente a offrire al lavoratore cibo, abbigliamento e benessere sufficiente». La proposta consiste nell’offerta da parte dello stato ai cittadini di una «opzione permanente alternativa all’impiego nel settore privato, inclusiva di una retribuzione minima e di un insieme di prestazioni simili a quelle offerte ai dipendenti pubblici, inclusa l’assicurazione sanitaria. Dovrebbe includere anche assicurazioni e opportunità di avanzamento». L’autore sottolinea che non si tratta di fare dello stato l’assuntore di ultima istanza (come proposto ad esempio da Anthony B. Atkinson, che ho a suo tempo commentato), ma di un’alternativa offerta agli individui «che disporrebbero sempre l’opzione di aderire a questa offerta indipendentemente dal loro attuale stato lavorativo».

Ma alla base delle nuove politiche del lavoro stanno la cultura, l’istruzione, la formazione permanente delle persone. I servizi relativi dovrebbero diventare un sistema a tutto campo, permanente e pervasivo, puntando a mettere i lavoratori in condizioni di modificare e migliorare le loro condizioni di vita e potenzialità. Questo porterebbe anche a superare l’immagine negativa connessa con lo stato di disoccupato, e creare nei lavoratori un sentimento di crescita personale e di autostima. Al limite, lo stato di disoccupazione dovrebbe essere considerato come un periodo sabbatico di accrescimento culturale e professionale.

 

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 Robot in azione

 

Politiche industriali

In generale, le politiche industriali sinora adottate hanno avuto come obiettivo prevalente la promozione dell’innovazione tecnologica e la nascita di nuove imprese (start-up). In Italia, queste politiche sono alla base di iniziative come il Piano Nazionale Industria 4.0 del 2016 (Governo Renzi) per le piccole e medie imprese, recentemente rinnovato, e il Piano Nazionale Transizione 4.0 rivolto a tutte le imprese, escluse le attività finanziarie e assicurative.

Questi interventi, insieme ad altri finalizzati alla realizzazione di infrastrutture (strade, ferrovie, reti digitali), hanno come scopo fondamentale quello di promuovere lo sviluppo economico, da cui ci si attende anche una crescita dell’occupazione. Ma questa correlazione non è certa: vi sono investimenti che possono avere come risultato una sostituzione del lavoro umano con macchine e sistemi, anziché una sua integrazione. L’esito di questi interventi può essere quindi, e anzi è stato, positivo in termini macroeconomici, ma non in termini di riduzione delle disuguaglianze.

Interessante è la proposta di Daron Acemoglu, sempre nel testo di Blanchard e Rodrik, di ridurre gli incentivi agli investimenti per l’automazione dei processi produttivi destinati a ridurre l’occupazione, a favore di investimenti in attività produttive ad alto tasso occupazionale. Come riconosce lo stesso autore, non sarebbe una politica di facile attuazione. A mio parere il progresso tecnologico è inarrestabile e va considerato come un fattore positivo di alleggerimento della fatica umana. Il problema sta nella iniquità della distribuzione del valore aggiunto prodotto dalle imprese, a favore della proprietà e dei vertici aziendali, e a danno dei lavoratori e degli altri aventi causa nell’attività produttiva. Vedo quindi più favorevolmente operazioni finalizzate alla riduzione degli orari di lavoro a parità di retribuzione, come quelli condotti recentemente in Islanda. L’obiettivo prefigurato da Keynes nel 1928 nel suo discorso/pamphlet “Possibilità economiche per i nostri nipoti”, di una settimana lavorativa di 15 ore, per quanto apparentemente discutibile e utopistico è sempre un termine di rifermento! Del resto, dal 1980 ad oggi il tempo medio necessario per costruire un’auto è passato da 40 a 30 ore, e la produttività media delle fabbriche di auto è aumentata del 50%! E le auto elettriche ridurranno ancor più drasticamente i tempi.

Esistono tuttavia politiche industriali orientate deliberatamente alla riduzione delle disuguaglianze. Si tratta delle politiche territoriali, miranti a ridurre i divari tra aree sviluppate e attrattive da una parte e aree arretrate e soggette a migrazioni dall’altra.

Questo tipo di interventi, pensato e praticato a tutti i livelli, da globale a regionale a locale (basti pensare al divario tra centri e periferie urbane), risponde ad esigenze quanto mai attuali. Ma molto di più si potrebbe e dovrebbe fare, anche grazie ai nuovi strumenti offerti dalla rivoluzione digitale che consentono di lavorare e collaborare a distanza tra le diverse aree del globo, possibilità prima inesistenti. Essi consentirebbero inoltre di ridurre i costi umani ed economici delle migrazioni.

Occorre tuttavia fare tesoro delle esperienze del passato che spesso si sono risolte in sprechi di risorse ed effetti controproducenti. Per quanto riguarda il nostro Paese, il fallimento della politica meridionalista della Cassa del Mezzogiorno, una sorta di coacervo di New Deal rooseveltiano e gosplan sovietico, dovrebbe costituire (e non lo è) materia di profonda riflessione. Lo stesso vale per le politiche di aiuti ai paesi arretrati, finalizzate spesso più agli interessi dei paesi donatori che a quelli dei destinatari. Anche per questo il problema delle migrazioni è tuttora irrisolto. Per farlo, basterebbe seguire le proposte del premio Nobel Angus Deaton.

Negli ultimi anni si va imponendo finalmente con prepotenza la questione ambientale, per cui importanti scelte delle strategie industriali vengono orientate a favore delle attività produttive meno inquinanti, e in particolare a indurre le imprese a ridurre le emissioni di CO2, causa del riscaldamento globale.

Diversi studi confermano che l’aggravamento della situazione ambientale è correlata con l’aumento delle disuguaglianze. Quindi gli interventi attuali e quelli più drastici previsti da trattati internazionali (come l’Agenda 2030 dell’ONU e il Green Deal dell’UE) dovrebbero giocare un ruolo favorevole a una maggiore equità.

Sempre nel campo delle politiche industriali, ma con riferimento ai rapporti interni ed esterni delle imprese, scarse sono ancora le normative e i risultati di politiche dirette a contrastare l’iniqua distribuzione del prodotto nelle e tra le imprese, che avvantaggiano gli shareholder, cioè gli azionisti e i vertici aziendali, a danno degli altri protagonisti della formazione del valore aggiunto aziendale: gli stakeholder. Si tratta degli abusi da monopsonio a danno dei fornitori, della scarsa tutela dei diritti dei consumatori, ma anche dei divari nelle retribuzioni tra uomini e donne e delle differenze, diventate stratosferiche, tra i compensi dei vertici aziendali e i salari dei dipendenti meno pagati.

 

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 Formazione permanente

 

Politiche dei mercati

Può apparire paradossale il proporsi di combattere le disuguaglianze dei mercati, la cui essenza è la competizione, che porta inesorabilmente a disuguaglianze. Tuttavia anche i mercati richiedono interventi tali da assicurare pari condizioni di partenza e ragionevoli equilibri tra i poteri di mercato, e impedire esclusioni definitive.

Più che mai attuale è il contrasto dei monopoli. Esso si ripropone per il predominio di grandi imprese multinazionali in diversi campi, dalle sementi in agricoltura, ai prodotti farmaceutici e soprattutto ai nuovi servizi della rivoluzione digitale. Molto c’è da fare non solo in materia fiscale, ma per combattere le pratiche contro la concorrenza, come l’acquisto da parte delle imprese dominanti di concorrenti e brevetti innovatori. Il modello storico della AT&T-Bell, costretta nel 1982 a cedere parte delle sue attività, appare tuttora valido.

I monopoli relativi alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), hanno anche implicazioni sociali e politiche le cui degenerazioni sono un pericolo per i sistemi democratici.

Importante è una politica di difesa del consumatore, in termini di qualità dei prodotti, di trasparenza delle informazioni, di contrasto alla pubblicità ingannevole, di difesa dei suoi diritti nei confronti di imprese molto potenti, con il  sostegno delle associazioni volontarie.

I problemi causati dalla globalizzazione all’occupazione nei paesi ricchi li ha indotti negli ultimi anni ad adottare politiche commerciali basate su dazi e ostacoli al commercio. Si tratta di pratiche, a mio parere, giustificabili nel breve termine e in funzione anti-dumping, ma controproducenti nel lungo termine per uno sviluppo globale equilibrato.

 

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 Kate Raworth

 

Il clima è cambiato?

Il contrasto alle disuguaglianze e alla povertà, che negli ultimi decenni si sono ampliate drammaticamente, è sempre difficile. Ma la presa di coscienza della questione climatica e la pandemia da Covid-19 hanno fatto toccare con mano che la globalizzazione è un dato di fatto: il fatto che, detto banalmente, “siamo tutti nella stessa barca”. E che la barca può affondare.

I piani globali contro l’emergenza climatica. I progetti per un salario minimo universale. Le proposte per una tassa minima comune sulle imprese multinazionali. Piani come il Next Generation EU, che comporta un maggiore vincolo solidaristico tra le nazioni europee. Sono tutti eventi che prima della pandemia sarebbero stati improponibili.

Ma anche nel settore privato si fanno strada visioni circa la natura e le funzioni delle imprese prima inesistenti o sporadiche. Solo pochi anni fa nel mondo delle imprese il principio secondo cui il compito dei manager consisteva nel “fare l’interesse dell’azionista” (e il proprio) era indiscusso. Ora anche ai vertici più esclusivi (ad esempio tra i membri della Business Roundtable, dove siede il Gotha delle maggiori ricchezze del pianeta) la funzione sociale dell’impresa è stata enunciata alla stregua di una nuova costituzione economica. Occorre considerare questi ricchi non come avversari, ma come potenziali alleati contro chi prospera sugli suilibri e sulle guerre.

Diversi economisti propongono addirittura cambiamenti radicali dei paradigmi economici tradizionali. Kate Raworth propone il superamento della figura dell’homo oeconomicus, orientato esclusivamente al’’utile, come fondamento della scienza economica, che dovrebbe essere finalizzata al benessere del genere umano, piuttosto che alla crescita quantitativa. Ester Duflo con Abhijit Banerjee invita a resistere a teorie macroeconomiche poco sperimentate, nonché a opinioni pubbliche disinformate, a favore di ricerche e interventi specifici contro la povertà. Ronald Cohen, esperto di venture capital, ritiene possibile una “Impact Revolution” capace di indurre le imprese a perseguire congiuntamente finalità ambientali e sociali e profitto.

Il lungimirante articolo 42 della Costituzione italiana, secondo il quale “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina… i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale…” potrebbe essere una guida, nel nuovo clima, per cambiamenti epocali nei rapporti esterni ed interni alle imprese, e in quelli tra pubblico e privato.

Prevedo e auspico che il diritto di proprietà venga ridimensionato rispetto all’assolutezza acquisita nei secoli più recenti, soprattutto nei suoi aspetti speculativi e improduttivi, come nelle operazioni finanziarie fini a se stesse, nelle successioni immeritate, nelle rendite sulle aree urbane miracolate dalle scelte delle amministrazioni locali, nelle ricchezze eccessive.

Ma la via principale per la riduzione delle disuguaglianze e della povertà passa da uno spostamento massiccio delle risorse economiche a favore delle persone, cioè della cultura intesa in senso ampio (cultura umanistica e scientifica, ricerca, educazione, istruzione, formazione permanente). La cultura sarà sicuramente, in futuro, un campo di grande potenzialità occupazionale e quindi economica.
A questo scopo occorrerà instillare nelle persone una visione meno concentrata sul presente. Questa trasformazione potrebbe fare leva sul sentimento dei padri nei confronti di figli e nipoti. La peggiore delle disuguaglianze è quella generazionale.

Le risorse per questa rivoluzione non dovrebbero essere ottenute soltanto da una loro diversa allocazione, dal breve al lungo termine (si è parlato della necessità di “capitali pazienti”). Si potrebbe estrarne molte anche da un ingente giacimento finanziario, che è anche la minaccia che incombe sulle speranze di cambiamento: le spese per gli arsenali bellici. Quasi 2000 miliardi di dollari. Gli strumenti digitali recenti, ormai usati a loro volta come una nuova arma, dovrebbero essere concentrati invece sul controllo del disarmo. Se ne parla poco attualmente, ma spero e credo che se ne riparlerà presto.

 

Gli autori di Vorrei
Giacomo Correale Santacroce
Author: Giacomo Correale Santacroce

Laureato in Economia all’Università Bocconi con specializzazione in Scienze dell’Amministrazione Pubblica all’Università di Bologna, ha una lunga esperienza in materia di programmazione e gestione strategica acquisita come dirigente e come consulente presso imprese e amministrazioni pubbliche. È autore di numerose ricerche, saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali economici. Ora in pensione, dedica la sua attività pubblicistica a uno zibaldone di economia, politica ed estetica.

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