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20131221-lavoro

Dossier. Brianza che vieni, Brianza che vai. La crisi morde anche l’immigrazione. Succede pure in Brianza. Luciana Spagnoli che dirige un frequentatissimo ufficio presso la Camera del Lavoro, nella sede di via Premuda 17, ne è più che convinta. E come darle torto?

 

Lei, presidente della Associazione Diritti Insieme, i problemi degli immigrati li vive quotidianamente. Mentre parliamo arriva dalla questura di Milano una telefonata. Si scusa con noi e poi ci riferisce. Un ragazzino pakistano è improvvisamente deceduto a causa di un mortale attacco di meningite. Per i genitori il dolore è straziante. Come se non bastasse, ci sono da superare le difficoltà burocratiche dei funerali. Sembrano insormontabili. Papà e mamma vogliono trasportare la salma del loro figliolo in Pakistan ma per farlo c’è bisogno di permessi di vario genere. Non sanno dove sbattere la testa. Un loro conoscente pone il problema in Cgil e fortunatamente se ne viene a capo. La telefonata della Questura a Luciana annuncia un ok, non sempre scontato. È un esempio, sia pur doloroso, che spiega meglio di tante parole perché i corridoi della Camera del lavoro siano sempre così affollati di cittadini stranieri. I compagni Maurizio Laini e Bruno Ravasio ci hanno fatto persino, e lo abbiamo ricordato in un precedente articolo, una scuola di lingua italiana.

Ma la crisi economica? C’è, si vede ed è dura per tutti, anche per gli immigrati, soprattutto nei centri minori della provincia brianzola. Pure loro perdono il lavoro, e con quello spesso anche il permesso di soggiorno. Che fanno? Come reagiscono? Innanzitutto “si liberano“ della famiglia, rimandano al paese d’origine moglie e figli. Per loro non esistono quasi mai ammortizzatori sociali, al massimo c’è la sponda della Caritas.

È una situazione questa che contraddice apparentemente la notizia data nei giorni scorsi su un aumento dei residenti stranieri (+ 7,6% rispetto al 2011) a Monza. Sono 12 ogni 100 abitanti, dice lo studio presentato dal Comune (lo si può trovare sul sito internet con il titolo Stranieri a Monza, una sessantina di pagine ricche di dati, tabelle e considerazioni) e riportato dalla informazione locale, a dimostrazione che il flusso di ingresso continua, senza precisare però che quei numeri si riferiscono al 2012, quindi non sono freschi di giornata. Non ci sono ancora dati certi , tuttavia una serie di fatti che, pur non facendo per il momento statistica, dicono che il 2013 porta con sè segni inequivocabili di una inversione di tendenza. Meno lavoro, tanti rimpatri o in alternativa la ricerca di occupazione in altri paesi d’Europa, dove amici o famigliari vivono con meno affanni. Ne ha parlato anche la Repubblica, nelle sue pagine di cronaca.

Dalla Lombardia se ne vanno gli italiani (i 4000 espatri del 2002 sono diventati 14 mila nel 2012: mete preferite Germania, Svizzera, Regno Unito e Francia). E scappano anche gli immigrati. I primi ad andarsene sono i clandestini e gli irregolari. Ma colpiti sono anche coloro che hanno tutti di documenti in regola. L’Ismu (iniziative e studi sulla multi etnicità) stima che nel 2012 siano circa 200 mila gli stranieri che hanno spostato la loro residenza all’estero. Altro che flusso inarrestabile! Parola del presidente Vincenzo Cesareo.

Luciana Spagnoli è convinta che il fenomeno sia destinato ad assumere nei prossimi mesi proporzioni maggiori: dalla sensazione si dovrebbe passare a dati certi. La stessa scuola, dove studiano tanti bambini e ragazzi figli di genitori immigrati, potrebbe funzionare da ottimo rilevatore della dimensione di questi rimpatri o di questi trasferimenti in altri Paesi, più tranquilli dal punto di vista economico. Staremo a vedere.

E come se non bastasse la crisi economica e le spinte razzistiche della Lega Nord e della destra estrema, c’è sempre Lampedusa a fare notizia. Questa volta non ha fatto naufragio un barcone, è naufragato il nostro spirito d’accoglienza, denunciato dal video trasmesso dal Tg2 su una disinfestazione di esseri umani che ha scandalizzato giustamente tanti in Italia, in Europa e nel mondo. I responsabili sono stati destituiti, ci mancherebbe. Ma ugualmente c’è da inorridire. E per fortuna non tutti gli italiani sono così. Esistono anche numerosi atteggiamenti positivi, umani, veramente solidali. Luciana a questo proposito ci racconta l’odissea di una ragazzo congolese, nato nel 1988. Aveva 18 anni quando la sua famiglia fu massacrata per ragioni politiche nel suo paese. Lui solo si salvò, attraversò parte del deserto, in Libia si fermò giusto il tempo per raggranellare il denaro necessario per salire su un barcone che dopo una decina di giorni andò alla deriva. Erano una trentina, solo 5-6 furono tratti in salvo da un peschereccio italiano. L’improvvisato scafista preso dalla disperazione preferì suicidarsi piuttosto che aspettare una morte lenta per sete e fame. A Lampedusa, era il luglio del 2006, fu ospitato nel famoso Cie (centro di identificazione ed espulsione). Dopo aver chiesto asilo politico, e ne aveva pienamente diritto, fu inviato al Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Crotone. Gli misero in mano un biglietto ferroviario, destinazione Salerno. Ma lui, in calzoncini corti e maglietta, proseguì per Roma. Non aveva un soldo ed era completamente spaesato. Le prime notti dormì su una panchina dei giardini della capitale, poi finì alla Caritas. Altro biglietto ferroviario, questa volta destinazione Milano. Nuova sosta notturna ai giardini della stazione, quindi a Monza, al centro di accoglienza di via Spallanzani. Vitto e alloggio assicurati. E scuola di italiano a Milano. Una vera e propria fortuna perché lì incontrò una volontaria sposata con un dirigente d’azienda, una signora benestante, che prese a cuore la sua situazione e decise di aiutarlo. Lo iscrisse alla Cattolica e contemporaneamente gli trovò un posto di lavoro. A sue spese gli affittò anche un piccolo appartamento a Monza. Ora però il posto del lavoro non c’è più e lui è piombato in uno stato di comprensibile e profonda depressione. E chi non sarebbe depresso con quella storia alle spalle?

 

 


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