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Nel paese in provincia di Pavia un gruppo di ragazzi, provenienti da Africa e Asia, sosta in attesa dello status di rifugiato. Un vero e proprio laboratorio di integrazione che suscita sempre più curiosità

Riceviamo e pubblichiamo

 

C’è da scommetterci che, dopo mesi di campagne di demonizzazione dei richiedenti asilo e della costante ricerca in loro di nemici per costruirsi una presunta identità, con l’approssimarsi delle festività natalizie “ci si vorrà riappropriare del cristianesimo in modo arbitrale” (M.Aime)

Immagini ed opinioni di “scontri di culture” monopolizzeranno i palinsesti televisivi e riempiranno paginoni di giornali con slogan del tipo “presepe sì, presepe no” e similari, disegnando scenari simil-apocalittici di impossibilità di convivenza e di tradizioni da difendere a tutti i costi dal pericolo che viene da oltre confine.

“Concetti come l’identità diventano un’arma quando sono strumentalizzati da un’elite di potere o di contropotere che lo trasforma in un concetto di appartenenza, con lo scopo di dividere. Se non intervengono queste strumentalizzazioni, le persone coesistono anche nella diversità: essa non è una forma di guerra, semmai di un conflitto che, se gestito è il motore della società”

Partendo dalla parte finale delle parole di Aime vi raccontiamo una storia…

Una storia che arriva da Zavattarello (PV), anzi dalla Frazione Moline di Zavattarello, bucolica e medievale località dell’Oltrepò Pavese, dove il maestoso Castello Dal Verme domina le colline che vedono incontrarsi le province di Pavia e Piacenza, dove la L.I.A. di Bergamo gestisce un Centro di Prima Accoglienza per Richiedenti Asilo

Qui un gruppo di ragazzi, provenienti da diversi paesi dell’Africa e dell’Asia sosta in attesa dello status (o meno) di rifugiato, ha creato un vero e proprio laboratorio di integrazione che suscita sempre più curiosità sia agli occhi degli esterni che… degli operatori stessi.

I disagi del decentramento geografico rispetto ai centri abitati più prossimi sono stati trasformati in valori positivi, permettendoci di concentrarci maggiormente sulle dinamiche socio/etno/religiose interne alla struttura.

Agli ospiti, sin dal loro arrivo, è stato spiegato che la loro bramosia di integrazione e confronto con culture terze sarebbe partita proprio dalla struttura stessa, luogo fisico  che per diversi mesi sarebbe stata una vera e propria “casa” e non semplicemente un luogo di transito teso tendenzialmente alla spersonalizzazione.

Non sono state accettate richieste di sistemazione su base etnica o religiosa: la collocazione avveniva, e avviene, a seconda della disponibilità di posti nelle camere.

L’esperimento ovviamente, ed onestamente, non si è rivelato sempre vincente, ma si sono venute a creare “curiose” camerate di convivenza tra asiatici ed africani, musulmani e cristiani.

L’aggettivo curioso non è posto a caso perché, ad esempio vedere ragazzi di un etnia preferire, nel tempo, la compagnia di ragazzi provenienti da tutt’altra parte del globo piuttosto che quella dei propri connazionali, ha fatto sorgere in noi operatori il desiderio di capirne i meccanismi.

A favore di questa prima integrazione ha giocato sicuramente un ruolo decisivo  la possibilità dei ragazzi di cucinare in autonomia , eliminando il fastidioso “standard” del catering: in questo contesto le tavole dei vari appartamenti che compongono la struttura sono diventate il primo luogo di scambio ed incontro tra gli shingarà bengalesi, il banku nigeriano, il binachinno gambiano ed il queema pakistano, solo per citare alcune specialità tradizionali dei paesi di provenienza dei provetti cuochi.

La vicinanza alimentare e fisica ha permesso una continua circolazione di idee, usi e costumi, instaurando  forti rapporti di solidarietà interetnica ed interreligiosa sfociati nella realizzazione di momenti di confronto e formazione sui diritti umani e sulle libertà di culto e pensiero e di feste religiose “aperte” (ad es. musulmani invitati a festeggiare il Natale e cristiani invitati a festeggiare la fine del Ramadan).

Inerenti proprio le festività natalizie, due dei maggiori eventi d’integrazione: la realizzazione del mercatino di Natale del paese l’8 Dicembre, e la presenza, per il secondo anno consecutivo alla rappresentazione vivente del presepe per le vie del borgo di Zavattarello.

In occasione del mercatino  è stato proposto agli ospiti di realizzare addobbi natalizi ed oggettistica varia utilizzando materiale di riciclo; l’adesione è stata elevata ed addirittura maggioritaria negli ospiti di fede musulmana che hanno visto nel mercatino un momento concreto di integrazione con la popolazione locale.

La curiosità verso un Babbo Natale proveniente dall’Africa e che prega Allah è stato solo uno degli aspetti  che ha portato al notevole riscontro di pubblico verso il nostro “stand”, a ciò va aggiunta l’oggettiva bellezza dei manufatti e della gioia e forza di coinvolgimento che caratterizzavano i richiedenti asilo.

Ora aspettiamo con impazienza la rappresentazione della natività nei giorni 24 e 26 Dicembre, momento clou degli appuntamenti natalizi del comune di Zavattarello, quando le meravigliose vie medievali del borgo si animeranno di personaggi di biblica memoria e dove troveranno spazio, anche quest’anno, mercanti provenienti realmente dal Pakistan e dall’Afghanistan, guardie del tempio nigeriane e Guineane, pastori del Burkina Faso, panettieri del Ghana e così via…

Un importante ruolo lo svolge l’istruzione che abbiamo reso “continua” all’interno della struttura: è stata individuata un’aula dell’edificio adibita a scuola 6 giorni su 7, le lezioni sono tenute da un operatore formato coadiuvato dal mediatore. La frequenza regolare delle lezioni (non da parte di tutti gli ospiti in quanto non coattiva ma…”moralmente obbligatoria” ) ha permesso a diversi ospiti di raggiungere livelli di alfabetizzazione italiana ottimi tanto da far assumere alcuni degli ospiti come interpreti per le altre strutture da noi gestite o come lavoratori presso esercizi commerciali di connazionali.

Buona accoglienza, istruzione, integrazione, ascolto… sono solo alcuni degli elementi che combinati sapientemente possono aiutare a scardinare il sentimento comune di diffidenza verso “l’altro” il “diverso”. I confini non esistono, sono solo nella mente degli uomini ed il mio auspicio è che la popolazione di Zavattarello, e dell’Oltrepò in genere, così generosa ed ospitale per tradizione e capace di gesti d’altruismo eccellenti nei confronti dei nostri richiedenti asilo, possa “viverci” e “vivere” il fenomeno dell’immigrazione sciolta da ogni sterile stereotipo e pregiudizio ma solo con una voglia di conoscenza reciproca, facendo rete tra noi e loro e cercando nel positivo che l’immigrazione porta (ripopolamento ecc..) uno stimolo alla convivenza pacifica.

Matteo Vairo
Direttore del Centro di Prima Accoglienza per Richiedenti Asilo di Zavattarello (PV)

Elena Galardi, Seraphin Dekou
Operatori sociali

Atai Walimohammad
Mediatore Linguistico/Culturale

La foto di apertura è tratta da www.cartadiroma.org

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