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Si è inaugurata al Mulino Colombo la Mostra “Religiosità popolare in Brianza: piccoli oggetti di ieri, grandi questioni di oggi”, a cura del Museo Etnologico di Monza e Brianza

 

Sarebbe davvero inutile chiedersi quanta parte della folla accorsa al Parco di Monza in occasione della visita pastorale di Papa Francesco fosse animata da fede e religiosità e quanta invece da semplice ammirazione e affetto per un personaggio davvero speciale, se non addirittura dalla stessa  curiosità e voglia di esserci che fa concorrere il vasto pubblico nei luoghi dei grandi eventi di cui sono protagoniste le pop star. Le dimensioni dell’accoglienza per uno dei pochi leader mondiali che si sforzano di promuovere la solidarietà umana sembrano sempre inversamente proporzionali alla ricezione del suo messaggio.  Ma a Monza qualcosa si è mosso in un senso diverso, seppure in dimensioni ancora minime e del tutto in sordina. Non solo quella grande folla nel vasto, prezioso prato della Villa Reale, non solo un enorme sforzo organizzativo e una vasta eco mediatica: non solo questi vistosi, ma necessariamente estemporanei e generalizzati omaggi ha offerto Monza a Papa Francesco.

 

 

Nella città che si preparava ad accoglierlo per una Messa di proporzioni continentali, proprio il pomeriggio della vigilia del grande evento, si è inaugurata al Mulino Colombo, in vicolo Scuole, la Mostra “Religiosità popolare in Brianza: piccoli oggetti di ieri, grandi questioni di oggi”, a cura del Museo Etnologico di Monza e Brianza. Ecco: nel silenzio dei media, in un angolo  appartato del centro cittadino, seguito da un piccolo manipolo di animatori e affezionati, si è svolto a Monza un evento modesto, e tuttavia pieno della sana ambizione di rendere omaggio a uno dei significati più profondi del pontificato di Francesco, più che alla sua pur così umana e amabile persona, e di diffonderlo, questo significato, connettendolo alla tradizionale cultura popolare della cattolica Brianza, ma aprendo nello stesso tempo  alle criticità di un presente intensamente  problematico, che pure può contenere i fermenti di un futuro aperto alla comprensione e alla pace: all’insegnamento di Francesco, per l’appunto. “La priorità non è occupare spazi, ma avviare processi”: secondo questa precisa raccomandazione del Papa, questa piccola mostra vuol essere un intervento “produttivo”,  che nell’arco dei  previsti tre mesi di apertura troverà altri momenti di incontro col pubblico, per “avviare un processo”, per coinvolgere chi vorrà fruirne  nella riflessione sulla religiosità tradizionale e sulla fede, quale oggi si presenta quando si considera tutta la popolazione cittadina: che oggi non è più compattamente ed esclusivamente cattolica!

 

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I ragazzi attori della performance, Elisa Cazzola, Cecilia Fumagalli e Gabriel Miotto, della SMS Verri di Biassono, più Stefano Salvi

 

Così, per iniziare, la mostra propone, accanto alla grande messe di “piccoli oggetti” della devozione popolare del passato, santini e velette, coroncine e messali, scapolari ed ex-voto, anche un angolo che riunisce fianco a fianco i pochi oggetti devozionali delle altre due religioni monoteistiche con cui ormai conviviamo più o meno disagevolmente, oggetti che stiamo imparando a conoscere: una kippah e una taghia, un rosario islamico e un tappeto da preghiera. Un piccolo inizio, un segnale di attenzione ad una realtà popolare mutata, ormai di fatto multietnica e multireligiosa, che impone umiltà, disponibilità alla conoscenza reciproca, riflessione sul cammino percorso.

Come ha sottolineato Giuseppe Colombo, storico direttore della Biblioteca Civica, nel presentare la mostra, già gli orientamenti del cattolicesimo postconciliare hanno modificato la religiosità popolare rendendo obsoleti oggetti come i messali tascabili o da borsetta, o quasi incomprensibili altri oggetti destinati alla educazione religiosa dei più piccoli, come gli altari giocattolo o le teche con le Marie Bambine: aver reso accessibile a tutti la liturgia e aver messo l’accento su una religiosità più intima e personale, coltivata attraverso la conoscenza dei testi sacri, ha relegato questi oggetti fra le collezioni dei musei etnologici, per l’appunto. Che tuttavia rappresentano ben di più  che un deposito di detriti attraverso cui leggere il passato, se, come accade a questo ignorato e pur così meritevole MEMB, si propongono come stimolo alla ricerca e alla riflessione, e in esse coinvolgono i giovani, gli insegnanti più sensibili, gli artisti più coraggiosi.

 

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Giuseppe Colombo, nella foto della presentazione, c'é la vicepresidente del MEMB Silvana Giacovelli

 

È proprio ciò che è accaduto e ancora accadrà in connessione con questa mostra. Siamo ormai lontani da un papato come quello di Pio XII che scomunicava i fedeli che avessero aderito in qualsiasi modo al partito comunista e alla “dottrina marxista, atea e anticristiana” come recitava l’avviso diffuso in tutte parrocchie di cui la mostra propone un esemplare.  Ma non siamo per questo divenuti accoglienti e amichevoli nei confronti di chi segue altri credi e altre pratiche religiose, come invece Papa Bergoglio invita ad essere proprio per fedeltà allo spirito evangelico. A differenza del suo predecessore Ratzinger, che rimarcava le distanze tra Islam e Cristianesimo, Papa Francesco si è spinto a sottolineare la radice comune alle tre religioni monoteistiche, e incoraggia l’incontro e il dialogo anziché sottolineare le diversità e le distanze.

Ma anche questi orientamenti hanno bisogno di tradursi in immagini e simboli concreti, in oggetti che parlino in modo efficace ed immediato ed educhino i più giovani alla comprensione reciproca. Ecco perché il MEMB accoglie oggi, insieme ad anonimi prodotti di un artigianato minore legato alla devozione popolare, l’opera originale di Federica Nanni (spaziofe.it), una giovane artista, seregnese di nascita ma per amore cittadina del mondo, che ha tradotto la sua riflessione sulla unità delle religioni monoteistiche in un affascinante oggetto “tre in uno”, o, come lei lo chiama, 1³, Uno al cubo, 1cubed.org: un piccolo cubo nero, immagine della Qaaba, e dunque della fede islamica, che aprendosi si trasforma in una croce di un bel rosso amaranto, i cui sei segmenti riportano i simboli di ciò che ci unisce nell’umanità, nascita e morte, alpha e omega, il maschile e il femminile, al centro l’amore, e in alto, all’inizio, la stella di Davide, la comune origine ebraica, abramitica, dei monoteismi. Se ne può vedere una foto anche sul sito della House of One, un progetto tedesco per la costruzione di un tempio che rappresenti la stessa idea, al quale l’artista di 1³ offre un contributo con la vendita dei multipli della sua opera. “L’unicità non esclude l’unità”: questa l’idea che Federica vuol diffondere col suo “uno al cubo”.

 Da venerdì scorso, lo si può vedere esposto in una teca alla mostra del MEMB presso il  Mulino Colombo, dove è stato presentato con una deliziosa piccola performance allestita dalla nostra redattrice Elisabetta Raimondi  che, in veste di insegnante della Scuola Media Verri di Biassono, ha coinvolto col suo entusiasmo contagioso e la sua esperienza di animatrice teatrale tre bravissimi adolescenti, suoi alunni di terza media,  e uno straordinario ragazzino figlio di amici: entrati furtivamente nello spazio intrigante del Mulino, una vera miniera di scoperte per dei ragazzi curiosi e svegli, si interessavano, facendosi domande e provando a trovare da soli le spiegazioni possibili, ai più misteriosi tra gli oggetti esposti. Tra questi, il piccolo cubo nero quasi rubato di soppiatto dal bambino, li sorprende aprendosi e mostrando il suo segreto di simboli rivelatori. (video)

L’approccio dei ragazzi a una tematica così impegnativa è stato molto significativo: mentre il senso dell’oggetto  artistico è stato colto con immediatezza, e condiviso senza alcun problema il richiamo alla comune radice delle tre religioni del Dio Unico, la lettura di pagine tratte dai rispettivi testi sacri, per quanto intendesse mostrare la stessa idea, ha messo in difficoltà le ragazze, che si sono trovate di fronte ad una visione del rapporto tra uomo e Dio lontana dalla loro sensibilità. Pronti, insomma, questi giovani, non alla devozione, ma alla comprensione e allo scambio, alla valorizzazione di ciò che può unire gli uomini anziché dividerli. Proprio in linea, cioè, col messaggio dello stesso Papa Francesco, la cui lettura, non a caso affidata al più giovane fra loro,  ha concluso la presentazione:

Gesù Cristo, il Signore, Allah. Questi sono tutti nomi utilizzati per descrivere un’entità che è decisamente la stessa in tutto il mondo. Per secoli, il sangue è stato versato inutilmente a causa del desiderio di separare le nostre fedi…. Siamo in grado di realizzare cose miracolose nel mondo unendo la nostra fede, e il tempo per farlo è adesso.”

Come dicevo, questo è solo un primo intervento: altri ne seguiranno, secondo una concezione di museo che va decisamente in controtendenza rispetto a quella che di solito si annette all’idea delle raccolte etnologiche. Custodire gli oggetti di una  cultura materiale ormai morta a scopo identitario, o per alimentare qualche operazione nostalgia? Non è certo questo che si propongono da quarant’anni le straordinarie animatrici del MEMB: dalla sua presidente Anna Sorteni, alla vice Silvana Giacovelli, alla segretaria Elena Finzi Caimi, alle altre non molte ma preziose collaboratrici.  Ma loro, la loro costante e generosa attività di raccolta, documentazione, custodia ed esposizione di un vasto e interessantissimo materiale (illustrato da un bellissimo libro edito nel 2011 da Bellavite: Le collezioni del MEMB. Un patrimonio per tutti ) che non ha ancora una sede degna, meritano un nuovo incontro e un nuovo racconto. Al più presto, è un impegno.

Gli autori di Vorrei
Carmela Tandurella
Author: Carmela Tandurella

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