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Restituire alla Politica il suo valore ricominciando da una Scuola di Politica per i ragazzi, definendo un vocabolario della Politica, restituendone il senso, definendo il significato del suo linguaggio

Chi è Raffaele Mantegazza è facile scoprirlo, dal suo sito/blog www.raffaelemantegazza.com dove si apprende che è nato a Como nel 1966 e ha vissuto a Cermenate (CO) per oltre 30 anni. Oggi vive ad Arcore (MB).
Con una laurea in Filosofia all'Università di Milano e un dottorato di ricerca in Pedagogia nelle Università di Milano e Bologna, ha insegnato Italiano, Storia e Cultura Civica nei Centri di formazione professionale Mantegazza7 Enaip di Cantù e Como.
Personaggio poliedrico, ex allenatore di pallacanestro di squadre giovanili nella provincia di Como, insegna anche Pedagogia Interculturale alla facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Milano Bicocca. Ha pubblicato oltre 40 libri e circa 200 articoli su riviste specializzate, ha studiato la Shoah, soprattutto nelle sue declinazioni pedagogiche. Studia la mistica ebraica e cristiana e la storia della religione giudaico-cristiana dalle origini con qualche incursione nella mistica sufi. Si è occupato dell'uso pedagogico dei fumetti e di educazione sportiva.
Si occupa di educazione alla politica e di dialogo interculturale e interreligioso, organizza corsi di formazione per insegnanti, educatori, operatori sociali e sanitari, delegati sindacali. Dal mese di giugno 2011 al mese di settembre 2012 è stato Assessore alla cultura, istruzione, sport e politiche giovanili del Comune di Arcore (MB).
Lo incontriamo (io e il collega Pino Timpani) a casa sua.

Facciamo subito la prima domanda, quella fondamentale: perché proprio una Scuola di Politica?
L’idea è nata artigianalmente, quando ero assessore all’istruzione. Come politiche giovanili avevamo fatto la Consulta Giovanile, raccogliendo l’adesione di una decina di ragazzi dai 18 ai 20 anni. Con loro abbiamo cercato di costruire questa consulta, attualmente ancora attiva.
Dopo le mie dimissioni da assessore nel 2012, ma indipendentemente da questo, ho pensato di creare una scuola di politica “fatta in casa”, riunendo questi ragazzi una volta al mese, cercando di confrontarci sui temi politici.
Questa esperienza è andata avanti per tutta l’estate e grazie all’intervento di altre persone, abbiamo pensato di farla diventare qualcosa di un po’ più grande, di più strutturato: con la Casa Della Cultura di Monza ci vogliamo rivolgere a ragazzi dai 15 ai 25 anni, allargando l’iniziativa verso un territorio più vasto, includendo quindi anche il Vimercatese.
A me piace tanto la parola scuola. L’intento non sarà di spiegare a questi giovani “cos’è la politica”, approccio visto sempre con diffidenza, ma partire dalle loro rappresentazioni, cominciando fin dai primi giorni con un laboratorio di parole chiave, per esempio “Partito”: che cosa suscita a vent’anni questa parola? Allo stesso modo con la parola “ideologia“ o “laicità”, e così via.
Partendo da questo, ascoltando le loro spiegazioni, confrontandole con le nostre di adulti, si andrebbe a definire un vocabolario, coinvolgendo altri personaggi in una serie di incontri e definendo un vero e proprio “Vocabolario della Politica”, in cui la stessa parola viene definita dai giovani e poi definita da persone “dentro la politica” come per esempio un sindacalista, un deputato, insomma una persona adulta che ha fatto o fa politica.
Credo insomma che sia molto interessante capire in che modo parole come “democrazia” siano interpretate da un ragazzino di 15 anni o una ragazza di 20 e fare un confronto con la definizione che ne dà il Sindaco di Monza.

Il punto cardine, dunque, sta nel linguaggio, nella corretta definizione delle parole utilizzate in politica. Che esempio concreto può proporci?
Quando si pone un problema politico, la risposta che viene sempre formulata è che si tratta di un problema “ideologico”: una parola utilizzata negativamente, come squalifica, quasi come un insulto: se ragioni in modo ideologico sei uno stupido.
Sarebbe opportuno però [prosegue contrariato] quantomeno ricostruire il significato di questa parola, prima di utilizzarla come una clava. La parola “ideologia” ha una storia molto importante, bisognerebbe studiarne il significato. Poi eventualmente potremmo decidere di non utilizzarla più: prima di buttare via una parola, cioè, bisogna conoscerne il vero significato, per sapere che cosa si sta abbandonando.
Altro esempio, “laicità”: che vuol dire vivere in un paese laico? Sembra impossibile, ma dalla mia esperienza personale ho riscontrato che molti politici ignorano il significato di questa parola, insieme a molte altre e questo ci dà un’idea, il quadro della preparazione politica, della cultura di tanti nostri politici.

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Quindi, intraprendete una strada non dissimile da quella presa dal segretario della CGIL di Monza e Brianza Maurizio Laini, che prevede l’apertura di una scuola con docenti del livello di Camusso, Bertinotti, Zagrebelsky...
Potendo disporre di oratori di questo calibro, preferirei aprire e allargare con incontri sul tema aperti al pubblico e poi chiedere a questi personaggi di dedicare del tempo ai soli ragazzi per un approfondimento (in effetti è proprio quello che il progetto della CGIL prevede, Ndr).
Allo stesso modo, penso a incontri periodici dei ragazzi fissando delle date con tutta una giunta comunale, dove non si parla di governo della città o di temi attuali, ma dove sindaco e assessori della maggioranza e dell’opposizione spiegano ai ragazzi i motivi personali della loro “discesa in campo” in politica.
Oggi è praticamente impossibile (salvo eccezioni) per un ventenne immaginare coloro che furono ragazzi negli anni Settanta o Ottanta impegnati freneticamente a volantinare, ciclostilare, attaccare manifesti ai muri per un partito o partecipare a riunioni di collettivi studenteschi, discutendo animosamente e spesso accapigliandosi.
In modo contradditorio, da una parte non riescono a capire come fosse possibile allora per un ragazzo buttare via il proprio tempo cosi, dall'altro poi si scopre che loro stessi sono impegnati nel volontariato, che non sono estranei alla sensibilità verso la sofferenza o il disagio. Ciò che ignorano è che anche pulire un canile è fare politica, però bisognerebbe essere in grado anche di scrivere e preparare un esposto al sindaco se si si viene a conoscenza di un canile lager.

Da molti anni insomma si assiste a un vuoto, a una profonda lacuna tra il mondo della politica e i giovani, un vuoto fatto appunto di parole che sono diventate incomprensibili. Che ne pensa?
Colgo una differenza enorme rispetto a qualche decennio fa, quando la partecipazione giovanile in politica era pressoché implicita, anche se nella brutta classificazione rossa-nera-bianca: per un ragazzo allora era vitale partecipare attivamente alla vita politica magari in piccoli partiti che seppure detenevano piccole percentuali rappresentative in parlamento contro giganti come l’ex PCI o DC, avevano però un peso determinante nelle scelte del paese come il nucleare, l’aborto, i contratti di lavoro, la scuola, la famiglia...
Oggi si osserva il nulla, il vuoto assoluto nel rapporto giovani e politica. Anche i tentativi fatti da alcuni partiti e movimenti politici di queste ultime legislature non hanno portato i risultati voluti e sperati, benché alcune di queste scuole politiche abbiamo beneficiato di forti finanziamenti.
In sostanza: o facciamo noi una scuola politica o c’è il rischio concreto che davvero un giorno si presenti il populista, il demagogo forte di turno, o peggio ancora, e se li porti tutti via.

Ritorna forte il tema delle parole e delle ideologie e una scuola di politica vera dovrebbe insegnare la storia, i pensieri filosofici da cui molte ideologie sono nate.
Infatti, bisognerebbe chiedersi seriamente cosa vuol dire comunismo o fascismo nel terzo millennio, cosa vuol dire capitalismo, consumismo. Se dobbiamo tenere conto del giudizio estremamente negativo che si dà oggi alla politica ma soprattutto ai politici, vogliamo dire ai ragazzi, ai giovani, che questa schifezza andrà avanti per sempre? Si assiste tra l’altro a una tendenza a limitare, porre dei confini geografici alla politica, nonostante l’esperienza più che decennale nella UE, si assiste a riformismi che sono solo di facciata, che escludono temi di valenza planetaria.

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La politica è definita da sempre una cosa sporca. Come intende superare questo sillogismo nel contesto di una scuola di politica?
È indubbio che oggi entrare in politica, fare politica, richiede stomaci forti, perché si assiste sempre più ad attacchi mirati alla persona e non al partito o all’ideologia che si rappresenta per quel partito o movimento. Lo scontro cioè è diventato molto personale. Dunque, chiedere a una persona giovanissima, onesta e “pura” di entrare in politica ed esporsi personalmente comporta dei rischi non indifferenti, rischi che possono essere attenuati dotando il ragazzo di un'opportuna corazza.
La prima protezione in assoluto, la più robusta e vitale, dovrebbe essere la protezione che il proprio partito o movimento dovrebbe fornire, facendo quadrato intorno e difendendo le posizioni in caso di attacco frontale e personale.
Fare politica oggi, significa essenzialmente mediare in continuazione, ma bisognerebbe insegnare ai giovani politici la coerenza, l’onestà, specie quella intellettuale, evitando di suscitare dubbi e perplessità con il proprio comportamento, laddove ci si accanisce quasi con brutalità per esempio con un oppositore politico in un aula, per poi uscire a braccetto nella vita normale e fare vacanza insieme.
E dovrebbe essere d’obbligo parlare con i propri elettori onestamente, dire le cose come stanno. Spesso il sommerso della politica non sta nelle tangenti o negli scandali, ma nel non dire le cose, nascondere i problemi, tenerseli per sé.

Una Scuola di Politica che dovrebbe quindi incuriosire i giovani e farli più partecipi in quelli che sono i luoghi della politica, come per esempio i consigli comunali?
I consigli comunali senza pubblico, a cui si assiste ormai da decenni, fanno piacere a qualsiasi giunta di qualsiasi colore politico, nel senso che non avere persone che ascoltano, che forse criticano e magari protestano proprio nel luogo dove si prendono decisioni importantissime per la vita politica e sociale di una città, fa comodo a chiunque. Il mestiere dei giovani dovrebbe essere invece esattamente questo, rompere le scatole agli adulti per poter crescere e ottenere i propri benefici oltre che avvicinare la politica ai giovani e i politici alle persone, nel ruolo che dovrebbe essere più stringente, quello di un dipendente pagato dalla comunità per servire e assistere la stessa collettività.
E il politico deve saper ascoltare le persone, accettare critiche e complimenti da chiunque evitando di dare la sensazione orribile di essere infastidito dalle richieste dei propri cittadini, dall’opposizione o da un membro dello stesso partito.

Questa è la politica che tutti ci auguriamo di vedere, fatta da persone normali, dedite alla comunità, non VIP isterici e inavvicinabili. Ci racconta un episodio della sua esperienza politica come assessore?
Quando ero assessore ad Arcore, un giorno io e il mio collega Bedendo, assessore al territorio, siamo andati in una scuola media a trovare un ragazzino che durante un gioco aveva rotto il vetro di una finestra e questo gli aveva procurato una ferita con un grosso taglio. Ovviamente volevamo capire come mai la finestra si fosse rotta in quel modo e avesse procurato un danno fisico, cosa che non dovrebbe accadere.
Arrivati lì, siamo entrati in classe e abbiamo salutato il ragazzo, chiedendo come stava, ironizzando sul numero dei punti con la squadra di calcio, insomma, scherzandoci sopra, ci siamo presi cura di un ragazzino. La madre, ci ha poi raccontato che appena entrati in classe, il ragazzino si era molto spaventato perché pensava fossimo lì per sgridarlo o dargli una punizione ed è rimasto stupito, molto sorpreso che fossimo andati a trovarlo proprio perché si era fatto male.
Ecco, in quel momento mi era perfettamente chiara la bruttissima immagine che i cittadini hanno dei propri politici, anche in una città piccola come Arcore dove in pratica ci si conosce tutti.

 


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