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Esiste ancora l’Articolo 49? Esistono ancora i partiti “liberamente associati”? In futuro si chiuderanno ulteriormente gli spazi partecipativi, oppure troveremo nuove modalità di “esercizi di democrazia”.

Costituzione italiana: Art. 49

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”

Sono molti gli articoli della nostra Costituzione poco applicati, ma in tempi di grandi dispute referendarie sulla costituzione, possibile che nessuno si sia accorto che uno degli articoli principali per la nostra democrazia è praticamente scomparso? Ma esiste ancora l’Articolo 49? Esistono ancora i partiti “liberamente associati”?

Prima però facciamo un passo indietro.

Erano i mitici anni 90.

La cosiddetta Prima Repubblica, cadeva sotto la scure dei colpi di Tangentopoli contro la corruzione e il malaffare insediatisi nei partiti, sia di governo che di opposizione.

Nel giro di pochi mesi scomparvero dalla scena politica la Dc e il Psi; lo stesso Pci fu costretto ad una radicale cosmesi (PCI, PDS, DS). A questa degenerazione, si arrivò dopo decenni di partiti (di governo) organizzati in correnti e sottocorrenti, capi bastone e voti di scambio, congressi ed elezioni vinte a colpi di pacchetti di tessere e di preferenze pilotate. Nel maggior partito di opposizione vigeva ancora un resistente centralismo democratico.

È giusto ricordare che, ieri come oggi, “non tutti i partiti e le persone erano uguali”.

I partiti dell’Articolo 49 esistevano: con leader che nobilitarono la politica, con migliaia di iscritti e militanti, con organizzazioni capillarmente presenti nei territori, con congressi veri, nei quali si discuteva, anche ferocemente, sui destini del mondo e della nazione.

E oggi?

Come per una sfortunata giocata a Monopoli, si torna alla casella precedente della Prima Repubblica? Se pensiamo all’attuale modello elettorale, proporzionale e con alta probabilità di ingovernabilità, sembrerebbe proprio di sì!

Ma dopo la Seconda Repubblica, la “democrazia dei partiti”, affermata dall’art.49, esiste ancora?

Sembrerebbe proprio di no! Ma allora cosa ci aspetta per il futuro? La fotografia scattata con questa riflessione sembra far emergere una immagine che evidenzia tre parole chiave: involuzione, confusione, transizione.

Una mutazione genetica: la “personalizzazione” della politica e dei partiti.

Dopo Tangentopoli, con la discesa in campo di Berlusconi, la presenza del maggioritario e l’avvento delle primarie del Pd, ecco che l’identificazione tra il leader e la forza politica rappresentata, diventano un tutt’uno, un automatico riconoscimento da parte di stampa ed elettori.

Sempre di più il consenso o il dissenso nei confronti del leader, sono dettati da giudizi “personali”, simpatico o antipatico, arrogante o umile, uomo o donna, capace o incapace di comunicare.

Le idee e le proposte, l’aver governato bene o male, sembrano giusto una marginale appendice nella valutazione da parte della maggior parte degli elettori. È avvenuta così una netta separazione tra la persona leader e i contenuti proposti, tra competenze reali o millantate.

La conferma di questa mutazione genetica la ritroviamo in questi giorni.

La stragrande maggioranza dei simboli che verranno presentati alle prossime elezioni, avranno nel simbolo stesso i nomi di questo o quel leader.

Una situazione paradossale.

Il PD di Matteo Renzi, “maggior imputato” (con buone ragioni) per avere contribuito a personalizzare la politica, sarà l’unico (l’ultimo?) a chiamarsi partito e a non mettere il nome del proprio leader sulla scheda elettorale. Tutti gli altri, da Salvini alla Lorenzin, da Grasso alla Meloni (accusatori della personalizzazione), metteranno invece in bella mostra il proprio nome nel simbolo, come modalità attrattiva per avere più voti.

Questo sta avvenendo con un sistema elettorale (proporzionale) e una repubblica (parlamentare), dove non è prevista nessuna forma di indicazione e di scelta su chi dovrà diventare il premier.

Quale democrazia nei “partiti” del futuro?

Quando parliamo oggi di partiti parliamo di una “razza in estinzione”, di una tipologia molto differenziata e in trasformazione.

C’è chi, come il Movimento 5 Stelle, ha costruito parte delle sue fortune sul “non essere partito”, anzi nell’essere contro il sistema dei partiti.

C’è chi, come Forza Italia, un partito non è mai stato; qualcuno ricorda un loro congresso?

C’è chi, come la Lega, i congressi ogni tanto li fa, giusto per incoronare in maniera plebiscitaria il proprio leader.

C’è chi, come la “sinistra-sinistra”, di congressi ne fa anche troppi; istanze convocate per sancire periodiche scissioni e riunificazioni.

C’è infine chi, come il Pd, ha scelto le primarie come strumento congressuale per eleggere il proprio segretario e candidato premier, concentrati nella stessa persona. Primarie, delle quali si ricordano le persone candidate, ma non le diverse tesi sostenute.

In questo quadro, sempre più ristretti appaiono gli spazi reali di partecipazione dei cittadini alla vita politica. Diminuiscono iscritti e volontari e aumentano disaffezione e distanza tra periferia e centri della democrazia.

C’è ancora spazio per democrazia e partecipazione con e nelle forze della politica? Forse.

Resistono sacche di militanza tradizionale nei territori, in particolare nella Lega, nel Pd e nella nuova destra estrema. La prospettiva però sembra prevedere per il futuro diversi modelli di democrazia partecipata.

Tra la “democrazia delle primarie e la web democracy”

Il primo modello, che definirei schematicamente “all’americana”, è un modello nel quale, attraverso le primarie, gli elettori scelgono candidati e premier. I volontari assumono e svolgono un ruolo di supporter con la costituzione dei comitati elettorali. Il Pd (ma non solo) sembrerebbe andare in questa direzione.

Il secondo modello è quello che viene definito “della web democracy”: i candidati e i contenuti vengono scelti dagli iscritti attraverso il web. In questo caso, pur nelle sue grandi ambiguità, il Movimento 5 Stelle appare il protagonista di tale forte innovazione.

Tutte e due i modelli si rifanno, pur con strumenti diversi, a una forma di “democrazia diretta”, che non prevede livelli di partecipazione intermedi. Eletti nelle istituzioni e forze politiche non hanno praticamente distinzioni di ruolo.

Come in tutte le transizioni e le innovazioni, le esperienze reali stanno facendo emergere complessità, contraddizioni e problemi irrisolti. Per questo sono tuttora modelli incompiuti e quindi da modificare.

In quello delle primarie del Pd, a differenza dell’esperienza americana, il soggetto che perde non sostiene il vincitore e le sue politiche, svuotando così funzione democratica e consenso popolare. Nel PD comunque è ancora però presente una domanda di partecipazione “rappresentativa”, su contenuti e decisioni.

In quello della web democracy dei 5 Stelle stiamo assistendo a una gestione uni-direzionata (piattaforma Casaleggio), poco trasparente e che si scontra con la realtà. Il web, quando è chiamato con un sì o un no a decidere su temi complessi, non sembra essere lo strumento più adatto.

Gli stessi 5 stelle, organizzati e presenti nei territori, si sentono svuotati e scavalcati da vertici e dal web.

Ma c’è sempre una “terza via”per la democrazia

Nella fase futura si potrà prevedere una ulteriore chiusura di spazi partecipativi, oppure l’elaborazione di nuove e diverse modalità, nelle quali riprendere “esercizi di democrazia”. Molto dipenderà dalle spinte e dalle sollecitazioni interne alle forze politiche.

Per tenere aperta una prospettiva democratica, sarà necessaria una forte capacità di elaborazione, sapere tenere assieme in maniera complementare forme di democrazia diretta (primarie e web) con presenza e attivazione di organismi “rappresentativi” territoriali, con reali poteri decisionali.

Questo orientamento di “modello complesso” dovrà però sapere, come in passato, tenere bene distinti i ruoli istituzionali da quelli svolti dalle forze politiche.

Se vogliamo salvare l’Articolo 49 di costituzionale memoria, ci vorrà tempo, coraggio e capacità di mediazione, ma credo sia una sfida che sarà necessario raccogliere e vincere.

Gli autori di Vorrei
Author: Sergio Civati
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