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#amoriresistenti. Si conobbero nel 1961 a Gerusalemme, lei fiorentina, lui monzese. Il racconto di una lunga vita insieme. Una navigazione “a volte col vento in poppa, a volte contro”

 

Sono passati tre anni da quando, su Vorrei, abbiamo dedicato uno dei nostri dossier all’amore (di questi tempi). Allora provai a ragionare sulle relazioni al tempo del lavoro precario, della politica precaria, della società precaria, ponendo la domanda: è inevitabile anche l’amore precario? Oggi invece ho pensato di guardare a quelle relazioni che resistono al tempo, alle intemperie, agli alti e bassi della vita. Ho pensato di intervistare coloro i quali da molti anni hanno deciso di “navigare” insieme, provando così a carpirne i segreti o, se segreti non ce ne sono, il mestiere. Perché dividere la propria vita con un’altra persona pare proprio essere un mestiere, con tanto di studio, apprendistato, impegno e applicazione.

20151115 internazionaleAl tempo di Tinder — una delle app per rimorchiare istantaneamente a cui è dedicata la copertina dell’ultimo numero di Internazionale — mi faccio raccontare come si tenevano in contatto due quasi ventenni dei primi anni Sessanta. Annalisa Bemporad (la B. delle risposte) e Alberto Colombo (la C.) sono insieme da allora. Lei bibliotecaria e — dal 2002 al 2007 — assessore alla Cultura a Monza, lui architetto; sono un po’ l’anima dell’associazione Novaluna, una delle realtà più importanti del mondo culturale cittadino. Entrambi di famiglia ebraica ma non religiosi, mi hanno accolto nella bella casa alle spalle del duomo e hanno ripercorso per i lettori di Vorrei più di cinquant’anni di vita e di amore resistente.

 

Quando vi siete visti la prima volta?
B. A Gerusalemme nell’estate del 1961, in una scuola adattata a dormitorio per studenti. Mia sorella si era sposata ed era andata a stare là. La raggiunsi perché eravamo molto legate e mi sentivo sola. Poi mi sono unita ad un gruppo di studenti in viaggio, di cui faceva parte Alberto.

Dove vivevate allora?
B. Io a Firenze, dove sono nata.
C. Io a Monza.

E tu, Alberto, cosa ci facevi a Gerusalemme?
C. Eravamo studenti ebrei in Israele, per conoscere il posto e trovare parenti. Era uno stato agli inizi, nato da solo 13 anni.
B. Dopo il viaggio ognuno è tornato a casa sua. Quando ci siamo visti lì non è ci sia stato chissà che.
C. Non è divampato!
B. Io ero piccola, non avevo ancora 18 anni. Volevamo solo divertirci. È nata un’amicizia di gruppo, loro sono venuti a Firenze e io sono stata a Milano per la prima volta.

Come eravate in contatto? Non c’era certo Skype.
C. Ci si scriveva.

Con quale frequenza?
C. Piuttosto spesso. Anche due volte al giorno. La posta allora funzionava.
B. Ma non da subito. Agli inizi ci scrivevamo in amicizia, così come con gli altri. Per circa un anno e mezzo.
C. La cosa è maturata poi così: un bel giorno è arrivata una partecipazione di nozze di un’amica che si sposava a Milano. Ero in Polonia per uno stage da studente di architettura. Ho realizzato che ci sarebbe stata anche lei e allora mi sono detto beh, perché non proviamo.

 

20151116 bemporad colombo 1963

Annalisa e Alberto nel 1963

 

Siamo dunque nel 1963.
B. Alberto è tornato precipitosamente dalla Polonia, probabilmente senza neppure sapere perché. Io ce l’avevo con lui perché sì, maturava qualcosa ma pensavo: se questo non si esprime… Avevo un altro amico che stava diventando qualcosa di più a Firenze, allora ho deciso di andare a Milano a vedere: se esplode qualcosa bene, sennò lascio andare.
C. Ci siamo rivisti ed è maturata la voglia di provarci.
B. Molto faticosamente. La comunicazione era molto faticosa.

Perché lui era introverso?
B. Era di poche parole e allora non si era per niente abituati.
C. Eravamo anche poco più che bambini.
B. La sua vita a Monza era tutta in un gruppo molto maschile. Le compagne di scuola non venivano neppure considerate.
C. Però si facevano le festine, si ballava. Non è che fossimo nel monastero!

Quindi di fatto nei primi due anni quanto tempo avete trascorso insieme?
B. Pochissimo. Anche perché allora non si usava fare troppe cose insieme.

Dopo il matrimonio dell’amica le cose sono cambiate.
B. Sono cominciate le mie letterine rosa che i suoi gli facevano trovare a sorpresa sotto il piatto. Io mi lamentavo perché non mi scriveva abbastanza.
C. Andavo a Firenze con la Cinquecento, stavo a casa di Renzino.
B. La prima volta che si è presentato a mia madre ha detto “vengo da Monza, vicino a Milano”. Mia madre si è offesa tantissimo perché sapeva benissimo dove fosse Monza. E mio nonno, senese dalla lingua molto pulita, ha detto “Io ci sono stato in codesta picciola città”. Si ricordava in effetti di essere stato in galera a Monza. Era industriale tessile a Prato e veniva a vendere ai cappellifici. Era qui quando fu ammazzato il re (Umberto I, il 29 luglio del 1900, ndr). Fermato, passò una notte in guardina.

Al ritorno, nel ’45, trovammo la casa occupata e depredata, i nonni erano stati denunciati, deportati e ammazzati ad Auschwitz.

Alberto, la tua che famiglia era?
C. Borghese. Mio padre era avvocato. Radiato dall’albo nel ’38 perché ebreo, finita la guerra non volle reiscriversi. Iniziò a lavorare in un’azienda grazie ad un socio galantuomo. Producevano compensati curvati, si aiutarono a vicenda alternandosi alla guida dell’attività. Quando lui partì soldato, toccò a mio padre. E viceversa dopo l’8 settembre, quando fuggimmo. Fino al ritorno, nel ’45. Trovammo la casa occupata e depredata, i nonni erano stati denunciati, deportati e ammazzati ad Auschwitz.

Dove eravate stati?
Alla Piaggia di Sellano, un posto implausibile al confine fra Umbria e Marche. Nella casa di un parente, alla fine di una strada dove speravamo i tedeschi non sarebbero arrivati. Dopo circa un anno siamo stati un po’ anche a Roma.

 

 

Torniamo agli anni Sessanta. Quando vi siete sposati?
B. Nel ‘64. Alberto si è laureato in maggio e in giugno ci siamo sposati.
C. Il 24 di giugno, giorno di San Giovanni patrono sia di Monza che di Firenze. Così i nostri amici erano disponibili.
B. Ci siamo sposati in sinagoga. Noi non ci tenevamo per niente, ma i nostri genitori sì.

E siete venuti a vivere a Monza.
C. In via Frisi. In una casa affittataci da amici.
B. Non avevamo paura. Desiderosi di libertà.

Eravate voi così, o lo era la vostra generazione?
C. Un po’ lo era la generazione, anche se noi abbiamo fatto prima degli altri. Il mondo dava l’idea di essere solido.
B. Molto prima del Sessantotto ci trovammo a partecipare all’occupazione della facoltà di Architettura. C’erano i La Pietra, i Seassaro, gente che poi sarebbe diventata preside. Un’atmosfera molto allegra. Per me, che venivo da una Firenze molto chiusa e da una famiglia alto borghese che teneva le briglie molto tirate, venir via è stata una liberazione.

Com’era Milano allora?
C. Era molto piacevole e vitale.
B. Erano i primi tempi di Jannacci e Gaber, tutte le sere in Parco Sempione c’era qualcosa. Una città effervescente e di facile accesso.

Non usava l’idea di avere una casa perfetta: avevamo due sedie a sdraio in soggiorno, un letto fatto da me…

Quindi le vostre serate le trascorravate a Milano. E Monza?
B. Non è che ci fosse chissà che.
C. Non c’era stato ancora l’assessore Bemporad! (Scherza, ndr)
B. Era un posto addormentatissimo. Le donne stavano in casa, se non lavoravano come operaie o impiegate. Era comunque una vita molto piacevole grazie ai tanti amici. Venivano tutti da noi perché eravamo gli unici ad avere una casa.
C. Una casa un po’ approssimativa. Non usava l’idea di avere una casa perfetta: avevamo due sedie a sdraio in soggiorno, un letto fatto da me…

Ma come, non siete stati all’Ikea (scherzo)?
B. …una cucina rimediata da una zia.
C. L’abbiamo messa insieme col tempo.

E tu, Alberto, hai cominciato da subito a lavorare?
C. Sì, per un anno nello stabilimento di mio papà, poi è arrivata una proposta interessante dall’azienda degli Isman che realizzava scuole prefabbricate.

Tu, Annalisa, che studi hai fatto?
B. Alle medie dormivo, non ero in me. Tutti erano convinti che non avrei potuto fare il liceo. Poi ho fatto un tecnico commerciale a indirizzo mercantile andato benissimo, anche oltre le aspettative. Finito il quale ho lavoricchiato non sapendo bene cosa fare, ma sapendo benissimo che non volevo occuparmi di ragioneria. E poi ci siamo sposati. Abbiamo avuto subito una bambina, Susanna, e dopo quasi due anni è nato anche Giò. È arrivato un periodo difficile, una depressione post parto che allora ancora non era diagnosticata. Ho fatto psicoterapia d’appoggio e lo psicologo mi ha consigliato di fare qualcosa per me. Ho fatto la scrutatrice e in quell’occasione ho conosciuto Alessandro Alberti che lavorava in biblioteca e mi ha segnalato un corso per bibliotecari. Lì si è accesa la lampadina, i miei interessi erano molto più verso la letteratura e i libri. Fatto il corso e gli esami sono stata chiamata dal direttore della biblioteca di Monza, Beppe Colombo, per un part time. Ho lavorato per il Servizio nazionale di lettura: a Roma compravano libri — con un criterio assolutamente sballato rispetto alle esigenze delle biblioteche di piccoli centri — e noi li portavamo in 30 comuni, con i camioncini della Soprintendenza. Beppe Colombo è stato un ottimo maestro per me. Lui è stato un innovatore, fra gli artefici della leggere regionale sulle biblioteche comunali del 73.

 

 

Come si superano i momenti difficili, come quello di una depressione, di difficoltà sul lavoro o nel far crescere i figli?
B. Io ho avuto la fortuna di avere una suocera con cui andavo molto d’accordo. Una persona straordinaria di grande sensibilità. Soffriva di depressione in modo abbastanza continuativo ma non lo faceva pesare, per lo meno non a me. Non mi ha mai creato problemi, per esempio, riguardo la volontà di lavorare, così come tutta la larghissima famiglia di Alberto. Questa dei forti legami è forse una caratteristica ebraica a cui si aggiunge pure quella italiana. Un’ancora di salvezza per i momenti difficili. E comunque Alberto è stato molto bravo; allora la depressione post parto era considerata solo una menata delle donne. Non so come avrei reagito senza il suo appoggio e quello della sua famiglia.
C. Così come della sua. In quel periodo abbiamo portato il bambino a Firenze dove è rimasto con la nonna materna.

Allora la depressione post parto era considerata solo una menata delle donne. Non so come avrei reagito senza il suo appoggio e quello della sua famiglia.

Entrambe famiglie ebraiche.
B. Che ne hanno viste tante. Quando pensavano di aver raggiunto una certa stabilità e si erano integrate completamente nella società italiana, hanno dovuto affrontare le leggi razziste anti ebraiche. Rendevano la vita molto complicata ma ancora si pensava che, prima o poi, quella follia sarebbe passata. E poi invece c’è stato il resto. Nella sua famiglia ci sono stati i deportati, il padre che ha perso il lavoro… La mia era una ricca famiglia di industriali del Pratese i cui stabilimenti sono stati fra i più bombardati. Il loro mondo è andato in pezzi. Questo forse ha insegnato loro a relativizzare le difficoltà.
C. Veniamo tutti e due da coppie molto forti e l’esempio è importante.

Siete mai stati sull’orlo della rottura, avete mai pensato al divorzio?
C. Prima di sposarci.

In che senso?!
C. Prima di sposarci mio padre ha suggerito ad Annalisa di scrivere una lettera ad un’amica (che avrebbe fatto la stessa cosa) in cui dichiarava di essere costretta a sposarmi.

E quindi avrebbe potuto tirarla fuori all’occorrenza?
C. Proprio così.

Come le dimissioni in bianco che taluni chiedono all’assunzione…
B. La cosa interessante è che erano i suoi genitori a suggerirmela!

Quali altri sono stati i momenti di difficoltà?
B. Ce ne sono tanti. Quella di nostro figlio è stata una crescita complicata. Era un bambino vivacissimo, con deficit di attenzione.
C. Che allora non si conoscevano. Le dislessie e cose così si sono conosciute dopo.
B. Io sono una che tende sempre a intervenire, a far qualcosa. Lui invece aspetterebbe per vedere come va. Questa differenza avrebbe potuto diventare molto difficile. Per fortuna le nostre famiglie sono state di grande aiuto.

 

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Il NEI di Monza

 

Andiamo avanti. Siamo negli anni Settanta.
B. Io ho cominciato a lavorare al NEI. Un periodo di grande socialità. Si pensava di poter cambiare le cose. Che fossero a portata di mano una serie di cambiamenti positivi della società. Eravamo lì fino alle 11 di sera. Vivevamo praticamente in comunità con tutta una serie di famiglie e amici. Dagli Zucchetti ai Vito Ciriello ai Di Tommaso, i Verpelli, gli Isman eccetera. C’erano i comitati civici, in via Bergamo la sede di Lotta Continua. Realtà che avrebbero voluto la gestione sociale del NEI. La gente veniva ad offrire aiuto e sostegno. Una situazione, penso, irripetibile. Ad un certo punto però mi è stato detto che avrei dovuto lasciare il NEI per un avvicendamento. Sono stata spostata in Biblioteca Civica, a lavorare sulla sezione ragazzi. Dopo alcuni mesi con poca motivazione ho cominciato anche lì a rivoluzionare le attività.

Nel frattempo, che città era Monza?
B. Continuava ad essere molto legata alle tradizioni. Amministrata praticamente da un monocolore democristiano che però non aveva un atteggiamento preconcetto. C’è stata l’apertura delle altre biblioteche cittadine.

E tu, Alberto?
C. Continuavo a costruire scuole in tutta Italia.  Salvo una breve parentesi, quando ho dovuto occuparmi dell’azienda di mio padre, scomparso improvvisamente. Un’esperienza andata male, complicata, che ancora oggi mi provoca malessere ricordare. Vissuto come un fallimento personale. C’è chi si sogna l’esame di maturità per tutta la vita, i miei sogni — almeno quei pochi che ricordo da sveglio — continuano a riguardare quel periodo. Una volta ripreso il lavoro di sempre, ho proseguito fino ai primi anni Novanta, quando l’azienda ha cambiato proprietà e nel giro di un paio di anni, gestita malissimo, è fallita. Mi sono così ritrovato senza lavoro.
B. Quello è stato un altro momento molto difficile. Meno male che io lavoravo, perché noi abbiamo sempre vissuto del nostro. I nostri genitori, che pure sembravano avere una situazione solida, si sono ritrovati ad avere loro stessi bisogno del nostro aiuto.

Non è stato semplice, uscivamo di casa la mattina per andare a lavoro mentre lui rimaneva a letto e non sapevamo cosa facesse.

Un sostegno famigliare reciproco quindi, protratto a lungo. È così anche con i vostri figli?
C. Per fortuna la maggiore, che adesso ha tre figli, non ha avuto bisogno. L’altro ci ha messo un bel po’ a trovare la sua strada. Ha lasciato la scuola a 16 anni, ha provato a imparare un mestiere, cambiandone un po’. Non è stato semplice, uscivamo di casa la mattina per andare a lavoro mentre lui rimaneva a letto e non sapevamo cosa facesse.
B. Ancora una volta, il nostro approccio diverso (io che penso sempre che si debba fare qualcosa, lui attendista) è stato motivo di tensione.

E come risolvete in quei casi: tu Annalisa vai avanti per conto tuo, fai quello che pensi sia giusto fare, mentre tu, Alberto, stai a guardare?
B. E si litiga furiosamente. Ma mai sulle questioni di fondo. Per esempio l’onestà non è mai stata in discussione. Non avrei mai sopportato uno che facesse delle porcherie, discutibili dal punto di vista morale. Oppure il substrato politico comune, orientato a sinistra, affinità culturali, un certo gusto per le vacanze avventurose…
C. una cosa molto importante è lasciarsi degli spazi di libertà per le cose che interessano a uno e non all'altro, perché il matrimonio non diventi una prigione.

Non avendo vissuto insieme prima, queste affinità le avete scoperte dopo il matrimonio?
B. Beh no, non è che prima non ci si parlasse.
C. Ci vuole duttilità, bisogna mettersi in gioco. Sperimentare, fare prove, anche errori.
B. Io capisco che se c’è incompatibilità di fondo, se deve essere un inferno, meglio che due si separino. E io conosco situazioni di questo tipo, che non si sciolgono solo per motivi religiosi.

Torna alla mente quella storiella che recita «Noi ci siamo messi insieme quando, se qualcosa si rompeva, l’aggiustavamo. Non lo gettavamo via come ora».
B. È una questione, anche, di educazione sentimentale. C’è stato un cambiamento nelle aspettative. Ora la gente si aspetta di trovare una situazione in cui star bene sempre, di avere la soddisfazione personale senza soluzione di continuità: “Devo star bene, essere contento, realizzarmi” come priorità assoluta. Ma questo non succede.
C. L’idea di una navigazione, durante la quale si può avere in vento in poppa ma anche contro così come la bonaccia, per noi era consapevolezza acquisita. Ci sono periodi buoni e periodi meno buoni, con prove da affrontare giorno per giorno.
B. Mi sembra che adesso ci sia l’esigenza di “essere sempre al top”, di essere sempre soddisfatti da tutti i punti di vista: dalla sessualità all’avere case perfettamente arredate… e poi tre mesi dopo il matrimonio si rompe. Per noi l’idea è sempre stata quella di mettere insieme le cose piano piano. Essere pronti anche a prendere in mano la situazione quando l’altro è in difficoltà.

Sembra che adesso ci sia l’esigenza di “essere sempre al top”, di essere sempre soddisfatti da tutti i punti di vista: dalla sessualità all’avere case perfettamente arredate

Tentazioni e distrazioni?
C. Non parlo se non davanti al mio divorzista!

Si dice che una delle cause delle rotture sia la facilità di trovare nuove relazioni.
B. Che è  una facilità di fatto ma molto superficiale. La costruzione del sentimento e la sua lesione non viene messa in conto. E invece è la parte più importante.
C. Sono legnate dure, lasciano strascichi e segni profondissimi.

Farsi travolgere dalla passione non costa fatica, costruire il sentimento, passare al livello successivo è ben altra cosa.
C. L’esperienza è uguale a quella dell’edilizia: le demolizioni costano pochissimo e si eseguono alla svelta. Le costruzioni sono cosa più complicata e faticosa.

La precarietà, non solo lavorativa, incide realmente sulle relazioni? Voi vi siete sposati senza star lì a fare i conti: se vogliamo fare due figli dobbiamo guadagnare così, se vogliamo avere la casa dobbiamo fare cosà…
C. Il mondo appariva granitico, immutabile. Sembrava che potesse esserci un percorso, magari un po’ tortuoso ma con un punto di partenza che conoscevamo e un punto d’arrivo un po’ più in alto e un po’ più florido. E anche se non era vero niente, questo ci ha aiutato. Mentre i ragazzi di oggi sono molto più penalizzati.

Quindi li assolviamo?
B. Fanno sicuramente una vita molto difficile. Poi c’è un discorso di compensazione di caratteri, per cui c’è chi ha più bisogno di sicurezze e chi meno.

 

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Annalisa e Alberto nel 2015

 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Grafico e art director, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Siti web per testate, istituzioni, aziende, enti non profit e professionisti.
Sono giornalista pubblicista dal 1996 e dirigo Vorrei.

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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