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Dossier. Brianza che vieni, Brianza che vai. Sempre più numerosi i bimbi stranieri che nascono e crescono fra noi. I dati statistici e le testimonianze di Mariolina Redaelli, responsabile dei servizi della sala parto del San Gerardo, e di Siham Farkoujat, giovane mamma marocchina

 

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Le due linee del grafico in basso riportano l'andamento delle nascite e dei decessi negli ultimi anni.

Anche senza volerci addentrare nella selva dei dati che riguardano il bilancio fra nascite e decessi nella popolazione del nostro paese, possiamo dire che la percezione di un progressivo invecchiamento demografico è netta e generalmente condivisa: basti pensare alla continua richiesta di personale di assistenza agli anziani che è uno dei motivi del sensibile aumento del flusso migratorio di donne straniere verso la nostra provincia. Sulla composizione della presenza femminile straniera fra la popolazione monzese si può consultare il rapporto del 2013 Stranieri a Monza.

 

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Dalla tabella di pag. 40, in particolare, risulta evidente come da alcune nazioni dell’Est Europa provenga un maggior numero di donne rispetto agli uomini, proprio quelle donne che dei nostri anziani si occupano come badanti, mentre da altri paesi (Algeria, Sénegal, Egitto, Pakistan fra i primi), preponderante è la presenza maschile; in mezzo, molte nazionalità presentano un maggiore equilibrio nella distribuzione per sesso (dal 45% delle donne marocchine al 54% delle rumene). In alcune fasce d’età, poi, (dai 20 ai 29 anni, quelle in genere corrispondenti alla maggiore fertilità femminile), le donne straniere residenti a Monza sono più numerose degli uomini. Molte giovani donne, insomma, molte famiglie, della stessa nazionalità o miste: questa composizione demografica della popolazione immigrata, unita ad altri fattori di tipo economico e culturale, ha avuto come risultato un costante incremento dell’incidenza di nuovi nati fra gli stranieri che vivono accanto a noi.

L’idea che sia soprattutto questa, dopo tutto, la Brianza che viene, e magari anche l’Italia del futuro, impone un’attenzione verso questa realtà, una conoscenza delle sue implicazioni. In verità, non è facile trovare una documentazione di sintesi che riguardi tutta la provincia piuttosto che il solo comune capoluogo. È possibile però cominciare da questo, e in particolare, da un incontro con la caposala del reparto in cui bambini di ogni colore vengono al mondo a Monza: la signora Mariolina Redaelli, responsabile della sala parto del Nuovo San Gerardo.

È lei che mi conferma: la percentuale delle nascite da donne straniere a Monza è in costante aumento, dal 14% circa del 2009— anno in cui la sala parto si è trasferita dal vecchio San Gerardo al Nuovo — all’odierno 26% sul totale di circa 3000 parti all’anno. 

Quali problemi questa nuova realtà comporta per il vostro reparto?
Si tratta di un fenomeno che ci ha imposto di attrezzarci soprattutto sul piano della mediazione culturale. Nella vecchia sede mancava questo servizio, mentre qui è stata assunta una mediatrice culturale dedicata all’assistenza delle partorienti di lingua araba. Per le donne di altre lingue assumiamo a richiesta, dalle cooperative operanti sul territorio, mediatrici che rendano possibile o facilitino il nostro rapporto con le madri straniere. L’assistenza preparto è continuativa, anche perchè spesso si presentano gravidanze patologiche. Al di là di questo, riusciamo anche a tenere un corso di preparazione al parto per le donne di lingua araba e accogliamo anche i mariti in sala parto.

In che cosa, secondo la sua esperienza, la condizione delle neo-mamme straniere è diversa da quella delle italiane?
Credo che la loro principale difficoltà sia l’assenza dell’appoggio della famiglia d’origine, della possibilità di essere sostenute e guidate in questa esperienza dalle loro madri, dalle donne più esperte e più vicine dal punto di vista affettivo e culturale: la solitudine, insomma. E’ per questo che è molto importante il sostegno che può offrire loro la rete dei consultori. A Monza, in particolare, opera, sostenuto dalla Caritas, Il cortile delle mamme, un gruppo di incontro tra mamme italiane e straniere, che offre, oltre alla consulenza di un’ostetrica, una psicologa e una mediatrice culturale, anche la possibilità di uno scambio, di una condivisione emotiva con le altre donne.

E dal punto di vista economico? Non è difficile supporre che anche su questo piano vivano delle difficoltà.
Per questo aspetto, la Regione Lombardia offre dei fondi di supporto alla gravidanza e alla nascita (il fondo Nasko) e per le necessità dei neonati (il fondo Cresco). Cerchiamo di fare in modo che le mamme straniere usufruiscano degli aiuti senza per questo sviluppare un atteggiamento passivo, di dipendenza dall’assistenza pubblica.

Come spiega il fatto che, nonostante questi problemi, la natalità fra la popolazione immigrata sia in crescita?
Oltre al mio lavoro qui in sala parto, faccio la volontaria in consultorio: questo mi ha dato l’opportunità di seguire da vicino molte donne straniere, anche per tre-quattro gravidanze consecutive. Ho constatato che si tratta di persone con le quali, superata una iniziale diffidenza, si crea un legame molto forte, che permette loro di aprirsi, di uscire dal senso di isolamento che la loro condizione può comportare. Tra loro ci sono certo donne con più figli rispetto alle italiane, perché la loro cultura è comunque più aperta alla maternità. Si tratta di gravidanze non sempre cercate, ma sempre bene accolte.

Quante ulteriori domande, quante curiosità apre questo breve squarcio sulla realtà delle mamme straniere nella nostra provincia! Per cominciare ad avvicinarle, posso sentire una giovane marocchina che lavora come OSS proprio qui nello staff della sala parto del San Gerardo e che è riuscita a conciliare la sua maternità con lo studio prima e col lavoro adesso; si chiama Siham Farkoujat. L’ho conosciuta 10 anni fa alla scuola di italiano per stranieri della Caritas di Seregno, quando era appena arrivata in Italia per raggiungere il marito: oggi ha una bambina di otto anni, una dei tanti “stranieri” nati in Brianza, che frequenta la scuola elementare.

Una bella storia di integrazione la sua: ce la vuole raccontare?
Sono stata fortunata, devo dire: soprattutto perché ho incontrato tante persone che mi hanno aiutato a realizzarmi, a superare i momenti di maggiore difficoltà, quelli che ti fanno venire voglia di gettare la spugna, di rinunciare a tutto. Quando mi sono sposata, frequentavo all’Università di Casablanca il secondo anno di Letteratura Francese: un ripiego, perché il mio sogno era andare in Germania per studiare psicologia! Ma mio padre si opponeva. Quando sono venuta in Italia, desideravo soprattutto poter riprendere i miei studi: oltre a imparare bene l’italiano, avrei dovuto ottenere il riconoscimento dei miei titolo di studio, cosa non facile soprattutto allora. Nel frattempo, avevo capito che la mia voglia di studiare psicologia nasceva dal desiderio di aiutare le persone a star meglio, perciò accettavo con entusiasmo lavori saltuari di mediazione culturale in scuole e consultori. E’ stato grazie al lavoro per una cooperativa di assistenza ai disabili (ero addetta alla mensa e al trasporto) che ho conosciuto Piera Perego, allora direttrice della cooperativa, la persona che più mi ha aiutata, incoraggiandomi a seguire il Corso di OSS, regalandomi, con la concessione di permessi, con sostituzioni e integrazione del personale, con tutta una serie di interventi, la possibilità di conciliare lo studio, gli esami, la preparazione professionale, col lavoro e con la maternità che nel frattempo era intervenuta. Le sarò sempre grata per questa sua grande generosità!

Evidentemente credeva in lei, nelle sue possibilità di riuscita… Mi parli appunto della sua maternità. Una scelta consapevole, no?
Sì, ho deciso che era il momento di diventare mamma quando mi sono trovata temporaneamente senza lavoro e nell’impossibilità di riiscrivermi all’Università in Italia, perché il mio diploma originale era andato perduto: l’ho preso come un segno del destino, allora..

Come ha vissuto, da straniera in Italia, gravidanza e maternità? Chi l'ha aiutata?
Quando non hai l’appoggio della tua famiglia, l’inesperienza la vivi come un grande problema, pensi di non riuscire a far fronte da sola ad ansie e timori. Ma avendo lavorato, seppure in modo precario e saltuario, nelle cooperative di mediazione culturale, sapevo a quali istituzioni rivolgermi per farmi seguire e avevo già sentito molte donne raccontare di nausee, di ecografie, di parti. Insomma, ho partorito senza alcun problema all’Ospedale di Carate, dove sono stata bene accolta e assistita, anche se in quei giorni ero l’unica mamma straniera in reparto. Oggi, al San Gerardo, ho sette colleghe straniere che fanno i turni in sala parto con altrettante ragazze italiane. E di mamme straniere ne vediamo in continuazione, fanno parte della routine.

E la sua bambina? Difficoltà nel crescerla?
Come ti dicevo, la difficoltà è stata quella di conciliare le sue esigenze col mio lavoro, che comporta anche turni di notte. Mio marito se ne occupa volentieri, specie adesso che è cresciuta, ma quando era necessario per uno dei due chiedere permessi al lavoro, il rischio di scontrarsi sulla responsabilità genitoriale è stato grande…

Ora Ghita va a scuola, è un tipico esemplare della seconda generazione!
Nessun problema con la sua integrazione, in effetti. Ha iniziato a dieci mesi con l’asilo nido e ha imparato l’italiano fin da piccola: spesso parliamo con lei in italiano anche a casa e adesso qualche volta è lei a correggermi! Ha sempre avuto ottimi rapporti con le maestre, e frequenta molte amichette italiane. Anch’io, peraltro, ho buoni rapporti con le altre mamme.

La differenza religiosa non è un problema, dunque?
Affatto. Già dalla scuola materna ho fatto richiesta per la dieta religiosa, priva di carne di maiale, e questo non comporta per lei nessun problema: non si sente certo “diversa” perché mangia la bresaola anziché il prosciutto..! Con le sue amichette italiane condivide tutto quello che per lei è importante: le sue passioni sono il disegno, i cartoni animati, la danza (le piace l’hip hop, desidera praticarlo); ha già fatto un anno di ginnastica artistica che ha lasciato quando l’amichetta insieme a cui la frequentava ha cambiato scuola. Spero che tutta questa sua vivacità non vada sprecata, che trovi uno sbocco adeguato.

Crede però che si debba fare in modo che la cultura d’origine, soprattutto la lingua, non vada perduta?
Certo sarebbe importante anche la semplice alfabetizzazione nella lingua d’origine, ma questa possibilità per i bambini di lingua araba esiste solo a Milano. Accade talvolta che che chi ritorna in patria, per scelta o per necessità, trovi serie difficoltà a reinserire i figli cresciuti in Italia. Spesso è proprio questa difficoltà ad ostacolare il rientro, che però diventa sempre più un obiettivo desiderabile; tanto che il governo marocchino sta pensando a progetti di sostegno al reinserimento.

Divisi fra due realtà come quasi tutti gli immigrati? O cittadini del paese dove si è nati, senza rifiutare le proprie radici? Come pensa che possa essere il futuro dei bambini stranieri che nascono oggi in Italia?
Credo che sia importante innanzitutto aiutare le madri ad integrarsi, come sono stata aiutata io. Ma vedo che anche in altri paesi della provincia, a Carate, a Cesano, oltre che a Seregno e, naturalmente, a Monza, c’è molto impegno da parte del personale dei consultori nel seguire le donne sia pia prima che dopo il parto. E’ una grande risorsa, questa, per noi, e penso che dobbiamo essere molto grate di questo aiuto e utilizzarlo al meglio. Se ti senti bene accolta, se ti vengono riconosciuti dignità e diritti, starai bene dovunque.

 


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