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La “rossa” Mantova degli anni Cinquanta, l'Unità e i suoi giornalisti. I valori: la moralità, l’esempio, la passione politica, il disinteresse, la competenza, la giustizia sociale. E oggi?

Una sera della scorsa estate ho trascorso alcune ore alla festa di Rifondazione Comunista di Brugherio. Ero stato invitato da mio nipote Massimo che proprio quella sera avrebbe esordito come cameriere – volontario. La circostanza mi incuriosiva non poco, per tante ragioni, non ultima quella che questi  appuntamenti nel tempo si sono talmente rarefatti  che volevo rinfrescarne la memoria. E assaggiarne le tradizionali salamelle.

Niente musica dal vivo, niente dibattiti, scarsa presenza. Un gazebo di Emergency, un piccolo stand di libri, ambiente nel complesso disadorno. Il programma prevedeva una esibizione di writers, ovvero di graffitari,  una sorta di madonnari laici, di sinistra. Niente Santi e Madonne ma un arcigno Martin Luther King, una effigie di Rosa Parks, l’attivista nera che nel 1955 a Montgomery, nell’Alabama, osò su un autobus rifiutare il proprio posto ad un bianco. E fu guerra civile. Alla fine vittoriosa, se è vero come è vero, che oggi gli Usa hanno un Presidente di colore. Su un terzo cartellone un giovane artista stava riproducendo lo strumento fondamentale del writer, la bomboletta. Una bomboletta che in quel caso scoppiava come una bomba, sprigionando un denso fumo all’interno del quale spuntava in grande evidenza la parola Paix. Idea bella ed efficace. Ma per il resto una serata certamente non esaltante.

E così mi ritrovai a pensare ai miei 18 anni, quando decisi, fra non pochi contrasti in famiglia,  di fare il militante comunista, prima nella Fgci, poi nel Pci di cui divenni ben presto un dirigente di base, poi un poco più in alto. Perché feci quella scelta? Fui invitato a raccontarlo su Il Progresso, il settimanale della Federazione di Mantova. Ne uscì un articolo senza alcun dubbio ingenuo ma molto appassionato. Raccontavo che la colpa era anche della scuola, nel mio caso il prestigioso Liceo Scientifico intitolato ai Martiri di Belfiore. La redazione titolò: “Mi insegnavano ad odiare il marxismo, invece imparai ad amarlo“.  Quante volte in questi ultimi anni ho letto e riletto quel pezzo! Così come ho letto e riletto il testo del mio primo discorso pubblico, pronunciato nel Teatro del Bibiena, attualmente una deliziosa bomboniera, allora sbrigativamente chiamato Teatrino Scientifico, malconcio in ogni ordine di posti e trasformato in balera. Ospitava in quei giorni il congresso provinciale della Federazione dei giovani comunisti italiani, presieduto nientemeno che da Ruggero Grieco, un pezzo da novanta sia della storia del Pci che della politica agricola nazionale. Tentavo nell’occasione di sensibilizzare i dirigenti della Fgci provinciale sulla necessità di promuovere iniziative verso il mondo studentesco. Un mondo che conoscevo bene ma che ci ignorava.

Cominciai a scorrazzare su e giù per la provincia che da cittadino qual’ero, conoscevo poco. E scoprii la lotta di classe. In carne ed ossa. Da una parte i grandi proprietari terrieri, i capitalisti della terra, gli agrari tanto per intenderci; dall’altra i braccianti che erano una moltitudine e in gran parte alla ricerca di occasioni di lavoro, e poi i salariati fissi ovvero i mungitori che invece di lavoro ne avevano tantissimo, troppo. Dall’alba al tramonto e per 364 giornate all’anno. Erano ininterrottamente impegnati al punto che la nascita di un figlio, la morte di un congiunto, il matrimonio di un familiare diventavano spesso un problema, tanto difficile era trovare un rimpiazzo. E ancora: da una parte le ricche dimore dei padroni, i loro assurdi vizi( sui tavoli del Circolo cittadino trasformato in bisca spesso si giocavano a chemin de fer pezzi di aziende, biolche di terra buona o il prestigioso e costosissimo toro da monta dell’epoca), dall’altra le case dei braccianti, spesso con pavimentazione in terra battuta frequentata da scorpioni, senza servizi igienici e senza acqua corrente (l’alternativa era il pozzo oppure la “tromba” dell’abbeveratoio), e senza  corrente elettrica in più di un caso.  Proprio la completa elettrificazione delle campagne fu una delle mie prime inchieste come redattore de Il Progresso.

Meglio stavano i contadini, i coltivatori diretti, ma pure essi venivano  strangolati dall’affitto che annualmente pagavano ai proprietari terrieri, che, salvo poche eccezioni, erano dei grandi assenteisti. Dare la terra a chi la lavora, gridavamo allora sulle piazze, assieme alla richiesta di pane e lavoro.

E poi la discriminazione. La Dc e i preti non  ci andavano leggeri. La scomunica, certificata all’ingresso di ogni chiesa e seguita dall’invito perentorio di non leggere l’Unità organo del Pci, considerato atto peccaminoso, completavano un quadro, che ora può apparire surreale. Ma che nel mantovano, definito in quegli anni la macchia rossa della Lombardia, rappresentava — se mi si consente il rafforzativo — la vera realtà. E quando vennero le fabbriche (la Belleli, la Montedison, l’Icip), le parrocchie si trasformarono in  esclusivi uffici di collocamento. In chiave, ovviamente, antisindacale, anti Cgil, in una parola: anticomunista. Tuttavia la macchia rossa è rimasta indelebile, non si è rimpicciolita né scolorita grazie anche a quelle lotte e ai loro protagonisti. Ora Mantova è diventata un sito culturale di primo ordine, un appuntamento prestigioso, conosciuto anche all’estero.

Ma non eravate dei servi di Mosca? Gli anziani soprattutto erano legati da un rapporto di amore sviscerato per l’Unione Sovietica. In buona fede si intende. Ma come non ricordare quel numero de Il Progresso, uscito in edizione straordinaria il 31 ottobre del 1956? L’intera prima pagina era dedicata ai gravi fatti di Ungheria e di Polonia. Sotto una grande foto di Antonio Gramsci, affiancato dalla manchette “La verità è sempre rivoluzionaria”,  si poteva leggere il documento del Comitato Federale, riunito assieme ai segretari di Sezione. Quei tragici avvenimenti – si affermava con coraggio e controcorrente –   non andavano imputati a provocatori o a elementi controrivoluzionari, bensì  “a  movimenti tendenti a ripristinare il fondamento democratico e nazionale della costruzione socialista”. In quei giorni i comunisti mantovani ebbero il loro momento di notorietà e furono al centro di aspre discussioni, dentro e fuori il Partito.

Eppoi i valori. Innanzitutto la moralità, l’esempio, la passione politica, il disinteresse, la competenza, la giustizia sociale. È vero, l’anticomunismo era forte ma altrettanto il riconoscimento della nostra dirittura morale.  “Se tutti i comunisti fossero come te” era il ritornello che ha spesso punteggiato la mia carriera di giornalista comunista e del quale anche adesso vado fiero. Ci fu addirittura un tempo in cui noi giornalisti de l’Unità eravamo invidiati da nostri colleghi e stimati dai loro editori. Eravamo considerati diversi. D’altra parte bastava andare ad una delle nostre Feste per accorgersene.

 Ora quelle sono diventate rare e le imitazioni  stanche. Quella di Brugherio, ad esempio, ne era una  dimostrazione. In essa era evidente lo sforzo di continuare una tradizione, di volere essere in linea con un passato probabilmente irripetibile. Era un’altra cosa. Anch’io come Massimo avevo servito ai tavoli, in un contesto profondamente diverso. E  con diverso risultato.

E allora? La sinistra è fatta di valori e di comportamenti. È a quelli che bisogna essenzialmente riferirsi, imporli all’agenda politica. Oggi, ad esempio, la corruzione acquista una dimensione centrale, è diventata un problema ineludibile. Ha raggiunto persino il Vaticano e il Papa ne parla con forza e di continuo. Essa rappresenta un cancro che si batte solo con la rivolta degli onesti. Costoro devono rassegnarsi alla estinzione? si chiedeva Italo Calvino nel 1980 a conclusione del suo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. No, non devono estinguersi. A farli rivivere e moltiplicare deve essere la sinistra. E non chi dice di esserlo solo a parole, ignorandone però le sue  radici.

        

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