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Non si esaurisce con l’elezione del nuovo presidente la carica dell’ultimo film di Michael Moore, girato durante il suo one-man-show teatrale in una cittadina dell’Ohio dove alle primarie i Trumpiani hanno battuto i Clintoniani  4 a 1. Divertimento, profondità, commozione e speranza.

Che cosa mai possono avere in comune le riprese di un monologo politicamente schierato tenuto in un teatro poco prima delle elezioni americane del 2016 come Michael Moore in Trumpland,  e un film di narrazione ambientato in una parodistica e surreale Europa del 1940 come Il grande dittatore di Charlie Chaplin?

 Niente, forse, se non le associazioni di idee di una spettatrice istintiva, consapevole però che le sue reazioni emotive non di rado anticipano quelle razionali. 

 Così è stato ultimamente quando alcune riflessioni hanno fatto seguito alla fulminante impressione di essere catapultata nel discorso conclusivo del film di Charlie Chaplin durante la visione di quello di Michael Moore. 

Un’impressione arrivata verso la fine dell’one-man show di Moore, in un momento che sebbene di forte impatto e coinvolgimento non è né commovente né universale come quello del barbiere ebreo sosia di Adenoid Hynkel, ma che tuttavia ha fatto da cassa di risonanza a più parti più toccanti dello spettacolo. E soprattutto al suo significato complessivo, destinato ad andare oltre la nomina del presidente americano, qualunque dei due candidati fosse in quel momento destinato a diventarlo. 

Montato con le riprese delle due serate tenute il 7 e l’8 ottobre al Murphy Theatre di Wilmington, Ohio, la cittadina in cui alle primarie gli elettori di Trump sono stati il quadruplo di quelli di Hillary e che, ironia della sorte, si trova nella contea di Clinton, il film potrebbe apparire anacronistico nel caso lo si liquidasse come un comizio elettorale a favore di Hillary. La sua sostanza va però ben al di là dell’apparenza, resistendo alla decontestualizzazione e giustificando qualche analogia con Il grande dittatore

 L’appello alla pace, alla ragione, all’umanità e alla gentilezza, che permea il capolavoro di Chaplin girato nel 1940, non è servito ad evitare le tragedie e le atrocità dei cinque anni successivi, ma ha fatto sì che il film sopravvivesse non solo come uno delle opere più importanti della storia del cinema, che sarebbe il meno, ma come un inno universale contro quella brutalità che spesso si impadronisce degli esseri umani, trascinatori o trascinati che siano. 

 Gli Stati Uniti del 2016 non sono la Germania del 1940, né Donald Trump è Adolf Hitler, nonostante i vari attacchi razzisti di cui si è reso protagonista durante la campagna elettorale e i  satirici paragoni che tra i due sono stati fatti. Tuttavia la sua elezione ha calato il suo paese e il mondo intero in uno stato di attesa, che per ora può solo tener conto di pericolose dichiarazioni pre-elettorali e di alcuni discorsi più concilianti immediatamente successivi, a loro volta contraddetti da altri discorsi più cupi e dalla squadra di governo che Trump sta mettendo insieme. 

 "Vorrei aiutare tutti, ebrei, non ebrei, neri, bianchi. Noi tutti vogliamo aiutarci l’un l’altro. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere sulla base della reciproca felicità, non della reciproca miseria. Non vogliamo odiarci e disprezzarci a vicenda. In questo mondo c’è posto per tutti e la buona terra è ricca e può provvedere per tutti. 
Il cammino della vita può essere libero e bello. Ma noi abbiamo smarrito la strada. L’avidità ha avvelenato l’anima dell’uomo, ha rinchiuso il mondo nell’odio, ci ha fatti precipitare nella miseria e nella violenza. Le macchine che producono abbondanza ci hanno lasciato nella povertà. La nostra conoscenza ci ha reso cinici, la nostra intelligenza duri e ostili. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che di macchinari, abbiamo bisogno di umanità. Più che di intelligenza abbiamo bisogno di gentilezza e di dolcezza. Senza queste qualità la vita sarà violenta e tutto sarà perso. 

 Sono le frasi iniziali del discorso di speranza che il finto Hynkel pronuncia al davanti alla folla dei sudditi e che risuona anche al di là del confine della Tomania, dove gli amici ebrei del barbiere si sono rifugiati per sfuggire alle persecuzioni. Sappiamo che non andrà così, ma ancora oggi l’universalità di quelle parole potrebbe contribuire a stemperare universali climi velenosi se quel film circolasse di più. Per quanto riguarda l’Italia per esempio, aperta parentesi da prof, se un requisito indispensabile per poter accedere alla professione di insegnante di qualunque materia, ma anche di politico di qualunque partito e incarico, fosse l’averlo visto, compreso e studiato. Per esempio se la sua conoscenza diventasse parte del programma ministeriale di ogni ordine e grado di scuola. Chiusa parentesi da prof.  

 Un film dove comicità e commozione, divertimento e malinconia, satira surreale e minacce concrete si amalgamano in un insieme che se da un lato conduce a momenti di autentica ilarità, dall’altro non cede mai alla retorica facile e melodrammatica, pur provocando lacrime, brividi o pelle d’oca. E tutto questo grazie al genio di Charlie Chaplin. Punto. Non serve aggiungere altro alle cose dette e stradette nei 76 anni di vita del film. 

 Ecco, Michael Moore in Trumpland è un po’ così.

 

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 Molti potranno non condividere le idee politiche di Moore ma il suo acume, il suo wit, le sue abilità nel far ridere e subito dopo piangere e poi ridere ancora e soprattutto nel portare a riflettere, non dovrebbero essergli negate neppure dai suoi detrattori, a meno che non siano incurabili vittime di odio o di ignoranza. E sebbene Moore non sia un acrobata come  Chaplin, le sue trasformazioni facciali, vocali e gestuali, amplificate dall'aspetto fisico e dall’inconfondibile modo, quasi un tic, di tirarsi su gli occhiali e l’immancabile cappellino, sortiscono effetti simili ai funambolismi di Charlot. 

 Le analogie con Il grande dittatore però si ritrovano soprattutto nell’essenza dello show di Moore, nel tentativo di conciliare le fazioni di un popolo che sembra aver perso il senso di umanità, gentilezza e solidarietà. Un popolo le cui classi sociali più deboli, quelle che maggiormente avrebbero bisogno di unità, sono schierate sui fronti opposti di una guerra pericolosa, infiammata da odio e razzismo, che incombe soprattutto su chi non c’entra nulla.  Come  i giovani, 

 una generazione che non odia. L’avete notato? La maggior parte dei giovani tra i 18 e i 35 anni, non odia gli altri per il colore della pelle, o perché sono innamorati di qualcuno dello stesso sesso (…)
Loro non hanno creato il cambiamento climatico, non hanno mandato le truppe in Iraq. I millennials non hanno causato il collasso di Wall Street. Perché dovrebbe toccare a loro mettere a posto questa situazione di merda che noi gli abbiamo passato? C’è qualcosa, quando avete quell’età e siete ribelli e io voglio che sia così, non voglio che facciate compromessi. Avrete un’infinità di tempo nel mondo reale per scendere a  compromessi,  per il resto della vostra vita (…) 
Perché essere così a 19 anni? E dunque non fate compromessi, però capite anche che qualche volta ci tocca prendere delle medicine per stare meglio e prendere le medicine non è esattamente un compromesso, ma è una cosa intelligente da fare. Perciò sapete che cosa fare.

 E’ un primo velato appello a votare per Hillary rivolto a quei giovani che avevano creduto nella rivoluzione di Bernie Sanders e che ora, traditi e spiazzati, preferiscono astenersi per non perpetuare una politica di intrighi, doppiezza e connivenza con i responsabili della loro “shitty situation”

Ma Michael si rivolge anche a quella “specie in via di estinzione” costituita dai “maschi bianchi sopra i 18”, che le donne hanno defraudato di tutta la loro supremazia, quei maschi bianchi che affollano i comizi di Trump chiedendogli di essere salvati. E’ un crescendo di puro divertimento culminante con le urla da “dinosauro in estinzione” che Michael lancia ripetutamente mentre racconta l’episodio che ha sancito la fine del maschio bianco, avvenuto durante l’avvenimento maschile per eccellenza, il super bowl di quest'anno quando 

 arrivano Beyonce e queste 500 donne con i pugni serrati e alzati e con gli scarponi da kicking e si impadroniscono del campo, oh noooo (…)
Le donne stanno arrivando! Hillary è Gengis Kahn!  (…) 
Otto anni di un presidente nero, ok è andata. Adesso ci saranno otto anni di una donna presidente, oh no, perché sapete che cosa succederà dopo, che ci saranno otto anni di gay. Avremo un presidente gay! Nooo! E poi lo sapete chi arriverà? I transgender! Otto anni di un transgender alla Casa Bianca, non saprà neanche quale bagno usare! Che cosa ci resterà dopo che ci avranno portato via tutto? A noi uomini bianchi eterosessuali?

 Insomma, che si rivolga ai millennials, o ai maschi bianchi o alle donne o ad altre categorie ancora, l’intento è far riflettere su parecchie cose, e c’è da credere che se il progetto Michael Moore in Trumpland fosse stato realizzato qualche qualche mese prima del rush elettorale finale, forse il risultato sarebbe stato differente. In alcuni swing states decisivi forse i democratici sarebbero riusciti ad ottenere quelle poche migliaia di voti necessari per conquistare i grandi elettori, andati invece ai repubblicani grazie a chi ha votato Trump spesso più per protesta ed esasperazione che per convinzione. E per quanto sia vero che i “se” servono a ben poco una volta che i giochi sono fatti, il dubbio permane, poiché non è facile restare indifferenti al tarlo che Michael Moore riesce pian piano ad insinuare, se non tanto nel trumpiano convinto, per lo meno nello spettatore scettico e indeciso.
Una tattica che si avvale di diversi espedienti e che ha diversi picchi durante film.
Uno di grande effetto è verso la fine, quando Moore immagina Hillary che entra alla Casa Bianca, dopo averne impedito l’ingresso al povero Bill spedito a vivere alla Blair House, e che firma uno dietro l’altro e senza bisogno del Congresso una serie di decreti esecutivi, proprio come negli anni 30 aveva fatto Franklin Delano Roosevelt.

 Immigrati, voi restate. Firmato! Flint, Michigan, nuove condutture dell’acqua per voi. Firmato!Amministrazione Alimenti e Medicinali, sciroppo di fruttosio proibito. Firmato! Prigioni, rilasciate tutti i non violenti incarcerati per detenzione di droga. Adesso! Firmato! Dipartimento di Giustizia, perseguite tutti i poliziotti che uccidono neri non armati. Adesso! Firmato! (…)
E poi si infila gli scarponi da kicking che aveva Beyonce nel campo di football, sale a Capitol Hill e dice: ok, sono qui per mettere fine a questo stallo.  Nessun accordo di facciata! Chi ci sta?

 E’ propaganda elettorale, sì, ma è anche un incitamento alla riappacificazione, poiché “la maggior parte degli americani crede nella giustizia sociale”, così come “crede nel cambiamento climatico”.  

"E se questi individui che stanno nel Congresso si metteranno finalmente a lavorare come si deve”, Hillary “glielo lascerà fare”. Ma non deve essere abbandonata, come vent’anni fa “nei giorni della sua campagna per la sanità pubblica. Avrà bisogno di una rivoluzione dietro di lei, la rivoluzione di Bernie, E come dice Bernie, il 9 novembre, il giorno dopo l’elezione sarà nostra responsabilità far sì che mantenga la sua parola (…) ma anche sostenerla e starle accanto. 
E lasciatemi dire che se per qualche motivo lei si rimangiasse la parola e dopo due anni non avesse fatto le cose che ha promesso di fare, io sono qui, questa sera, a Wilmington Ohio, per annunciarvi la mia candidatura a presidente degli Stati Uniti nel 2020.
Correrò, correrò per la la presidenza degli Stati Uniti.” 

 E sull’ ingresso di una musica enfatica, ma che ci sta tutta!, ecco l’exploit finale, ancora una volta tra serio e faceto.  E platea esplode. 

E' una platea mista e Moore non lo vuole nascondere. Anzi all’inizio é proprio lui a chiedere al pubblico di dichiarare la sua appartenenza politica. Ci sono sandersiani indecisi, elettori dei terzi partiti e astensionisti.  Ma il grosso è costituito da pro-Hillary e, sebbene in misura minore, da pro-Donald.
Di questi ultimi le frequenti inquadrature della sala mostrano ripetutamente i più inflessibili, quelli non disposti a concedere nemmeno un sorriso, neppure in alcune delle gag più divertenti, come ad esempio quelle escogitate all’inizio per mettere proprio agio “la gente di Trump un po’ troppo nervosa per la presenza” di “mexican-americans or mexican-looking” e di “muslim-americans or muslim-looking”

Fatti accomodare in due settori della balconata, intorno ai primi viene costruito in diretta un “muro simbolico" , ma che in effetti è molto concreto perché li isola visivamente per tutta la durata dello spettacolo. Ma niente paura, al termine anche loro potranno andarsene, ovviamente dietro pagamento. Quanto ai secondi invece Moore invita i tecnici ad azionare un “drone senza armi ma con una telecamera” che voli sopra di loro “solo per controllarvi e capire che cosa avete in mente”.

Sembra  Woody Allen con almeno un centinaio di chili in più Michael Moore quando imita il proverbiale fair play dei democratici, che diventa paradosso in questioni banali come la scelta di un ristorante: “Dove vuoi andare a mangiare questa sera?, Non mi importa tu dove vuoi andare?, Non lo so tu dove vuoi andare?, No no no l’ultima volta hai scelto tu, No davvero tu dove vuoi andare?”  Finché con un improvviso cambio di direzione da attore consumato Moore si trasforma in un tipico repubblicano “Sali  in macchina che andiamo in bisteccheria!” E batte la mano sul leggio mentre elenca le caratteristiche della specie, “decisi, organizzati, disciplinati!”

 Anche nei confronti di Hillary la tattica è duplice. Per mettere subito le cose in chiaro Moore dichiara di non essere mai stato un “Hillary voter” e snocciola la sua anamnesi elettorale dai tempi di Bill, quando aveva scelto candidati indipendenti, fino al suo supporto per Bernie alle primarie di quest’anno. Racconta del giuramento fatto a se stesso di non votare mai per lei dopo che nel 2001 l’allora senatrice aveva dato il suo appoggio alla guerra in Iraq voluta da W. Bush. 

Ma a volte cambiare idea è una buona cosa e, pur non negando che lo si possa anche fare per pura convenienza, concede a Hillary il beneficio del dubbio per essersi pentita di aver sostenuto quella guerra ed anche per essersi ricreduta nei confronti dei matrimoni gay. 

Ma il momento più intenso, e dolce, arriva quando Moore racconta del suo amore proibito per Hillary Clinton”, citando il titolo di un capitolo del suo libro di esordio Giù le mani! del 1996. Gli ingrandimenti delle fotografie di Hillary studentessa che lo corredavano fanno da scenografia. Moore fa ascoltare un pezzetto della discussione della tesi di laurea di quella ragazza, sono le stesse idee di Bernie Sanders. Ricorda le umiliazioni e le ridicolizzazioni subite da Hillary non tanto per il sexygate di suo marito, non sono gli argomenti piccanti quelli che interessano a Moore, ma per aver essersi rifiutata di fare la first lady stile tè e biscotti e per aver tentato di proporre una legge che desse un’assistenza sanitaria a tutti. 

Le panoramiche confermano che i meno giovani se lo ricordano. 

Allora Michael racconta un episodio accadutogli lo scorso anno in un ospedale dell’Estonia, mentre stava girando il documentario Where to invade next, una specie di invasione al contrario, un viaggio in giro di qua e di là per il mondo con la bandiera Americana da piazzare laddove trovasse cose buone da esportare negli Stati Uniti. La prima invasione del film è proprio da noi, e nonostante l’amore per il personaggio e le sue dichiarazioni sul fatto che l’Italia ha comunque i suoi bei problemi, quella parte è personalmente risultata irritante, poiché ci fa sembrare il paese del bengodi dove tutti hanno ferie a volontà, tredicesime e quattordicesime. Ma questo è un discorso a parte.  

 Si sistema per l’ennesima volta il cappellino, Michael, questa volta seduto in poltrona mentre  ricorda il suo stupore quando nel reparto maternità di quell’ospedale estone vede una fotografia di Hillary di una ventina d’anni più giovane che stringe la mano allo stesso medico che gli sta facendo visitare la struttura. La foto compare sullo schermo mentre Moore riassume le parole del dottore.

 Come, non si ricorda? Mrs. Clinton voleva che voi aveste l’assistenza sanitaria…. se ne andava in giro per il mondo per studiare ed è venuta qui nel piccolo paese dell’Estonia per lo stesso motivo per cui lei è qui adesso, per scoprire perché da noi le donne che sopravvivono al parto sono così tante di più che negli Stati Uniti… ma poi è tornata a casa e voi non l’avete ascoltata, anzi l’avete umiliata e attaccata e avete trascorso 20 anni senza assistenza sanitaria. E noi  ce l’avevamo. 

 E allora Moore rammenta anche di quando durante la lavorazione di Sicko, il documentario del 2006 sul sistema sanitario starunitense, aveva  scoperto  da dati ufficiali del Congresso che circa 50.000 persone all’anno muoiono negli Usa non per colpa della malattia che li colpisce ma per l’assenza o l’inadeguatezza della assicurazione medica. Cinquantamila persone ogni anno all’anno. In vent’anni 

 “un milione di nostri compatrioti morti perché non avevano l’assicurazione sanitaria Se fossero stati canadesi, o francesi o scozzesi o cileni o di quasi qualsiasi altro posto del mondo sarebbero vissuti. Ogni 11 settembre facciamo veglie e onoranze funebri per i 3000 americani che sono morti in quell’attentato, come è giusto. 3000, mi commuovo sempre, uno dei miei produttori era sull’aereo proveniente da Boston che ha colpito la torre nord. 

 La platea è muta e anche Michael fa le sue pause.

 “Non spargiamo lacrime per i milioni di americani che sono morti per quell’atto di terrorismo. Un milione di americani morti perché ci siamo rifiutati di ascoltare Hillary Clinton. Chi siamo noi? E che cos’è il terrorismo? Non pensiamo neanche un secondo al milione di americani morti per colpa di un sistema governato dall’avidità, l’avidità delle compagnie assicurative… 
La gente del Congresso diceva… liberiamoci di lei, non è lei il presidente, nessuno ti ha eletto!… E sono andati avanti fino alla sconfitta e nessuno mai l’ha ricordato fino a che Obama non ha cominciato a ricordarlo… non so c’è qualcosa qui che non va e in un certo senso noi abbiamo la possibilità di redimerci per questo. E’ possibile… non lo so… sapete, quando sentite il papa dire che quello che fate è peccato, che è peccato non aiutare qualcuno che sta male (…) Forse Hillary potrà essere il nostro papa Francesco… 

 La semplicità e la dolcezza, i sorrisi e i momenti di silenzio, l’invito a rivolgere un pensiero a chi ha smesso di andare dal dottore, di comprare medicine, a chi non si è potuto permettere visite specialistiche, smuovono le lacrime di molti in platea. Effetto melodramma? In altri forse, ma non in Michael Moore. In lui, come in Charlie Chaplin, semplicemente effetto verità.

Michael conosce bene i tempi comici e drammatici e li sa usare.  Sa dunque che è il momento di abbandonare le corde della commozione. Si alza e riacquistando la sua vis comica, racconta di papa Francesco prima che diventasse papa Francesco. Racconta della propria delusione per l’elezione di questo prete argentino, talmente silenzioso ai tempi della dittatura che il potentato dei cardinali lo elegge convinto di piazzare a capo supremo della Chiesa un burattino da manovrare a piacere.  E poi, wow, ecco la sorpresa!  Sembra il punto di partenza, con le dovute differenze, trasfigurazioni, sviluppi narrativi e via di seguito, del papa giovane di Paolo Sorrentino.
I successivi riferimenti di Moore sulla rivoluzione di papa Francesco sono un altro pezzo in cui la verità è sparata con un dirompente effetto comico.   

 E poi ci sono i momenti dedicati a Trump, a volte supportati da a contributi visivi reali o di pura finzione.  C’è un’intervista di una ventina di anni fa, realizzata per un programma televisivo di Moore, in cui Donald parla bene sia di Hillary sia del regista. C’è l’apocalittico telegiornale, l’ultimo della storia, che andrà in onda il giorno dopo la vittoria di Trump. C’è un immaginario spot elettorale che ci mostra  Hillary afflitta da tutte le peggiori malattie del mondo, polmonite, mestruazioni, gravidanza, parto, menopausa, con  la voce minacciosa del commentatore che chiede: "volete voi come Comandante Capo delle Forze Armate una donna le cui parti femminili sono fuori controllo?"
E subito ecco apparire Tump su un cavallo insieme a Putin, tutti e due a torso nudo. Donald Trump, il neo Teddy Roosevelt, l’uomo che non si ammala mai, padre di una generazione di veri bianchi americani in grado di perpetuare la specie. Anzi di più.  Uno che, e dopo le immagini di Theodore e dell'orsachiotto,  di Ivanka e degli altri figli di sana e robusta costituzione c’è la celeberrima clip, non perderebbe un elettore neanche se nel mezzo della quinta strada tirasse fuori una pistola e uccidesse qualcuno.

 Prima di concludere queste incursioni un un po’ alla rinfusa in Trumplandia, qualche accenno e citazione sulle doti divinatorie di Michael Moore che l’elezione di Trump l’aveva prevista con largo anticipo.

Fin dal 2015, quando i candidati repubblicani erano ancora un mezzo battaglione, ne aveva pronosticato la vittoria alle primarie, e nel luglio di quest’anno aveva anticipato che ce l’avrebbe fatta anche alle presidenziali. Tra un pronostico e l’altro molteplici sono stati gli ammonimenti lanciati ai media mainstream affinché non sottovalutassero la portata  di quel clownesco candidato.

 Ma Michael Moore non è un profeta alla Cassandra, Michael Moore è un profondo conoscitore del mondo che lo circonda. L’analisi in cinque punti che supportava le sue previsioni presidenziali, (http://michaelmoore.com/trumpwillwin/) non aveva dunque nulla a che vedere con doti divinatorie e neanche con sfere di cristallo, ma con ineccepibili principi di causa-effetto, esposti con logica consequenzialità. 

 Ragioni ben articolate, che Moore riprende continuamente nello show, come ad esempio nel già citato riferimanto agli uomini bianchi arrabbiati che riprende il punto numero 2 della sua scientifica dissertazione,The Last Stand of the Angry White Man. 

 Ma è forse nel primo dei suoi 5 punti, Midwest Math, or Welcome to Our Rust Belt Brexit  l’analisi-previsione che più di ogni di ogni altra gli ha dato palesemente ragione. Era preoccupato Michael per il prevedibile  passaggio a “rossi” di quei quattro stati della zona dei Grandi Laghi, ossia Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin, “blu” per tradizione. Sono gli stati della “cintura della ruggine” in cui l’industria dell’auto e del suo indotto hanno fortemente risentito  della crisi del 2008 e ai cui lavoratori le politiche di Obama non hanno dato le risposte che si sarebbero aspettati. Sono quegli stati che attuando la versione americana della brexit hanno dato a Trump il poker vincente.  Perché Trump è andato a Detroit dai dirigenti della Ford  che stavano pianificando di portare parte della produzione in Messico  e li ha minacciati di imporre una tassa del 35% sulle automobili provenienti da lì. 

Moore li riprende pari pari i  concetti di quel primo punto, sebbene drammaturgicamente e recitativamente trasformati, in un altro momento clou dello spettacolo, uno stralcio del quale riportiamo a definitiva conclusione di questo intervento su un film che vale davvero la pena di vedere.

 E’ stata una cosa stupefacente da sentire. Nessun politico, repubblicano o democratico, aveva mai detto nulla del genere a quei dirigenti, ed è stata musica per le orecchie della gente del Michigan e dell’Ohio e della Pennsylvania e del Wisconsin, gli stati della Brexit. 
Voi vivete nell’Ohio, sapete di cosa parlo. Che Trump lo pensi per davvero o no è irrilevante, perché queste cose le dice a persone che stanno soffrendo. Ed ecco perché ogni diseredato, sfruttato, licenziato, dimenticato che un tempo faceva parte della cosiddetta middle class, ama Trump. Lui è il cocktail esplosivo umano che stavano aspettando. La bomba a mano che possono lanciare legalmente sul sistema che gli ha rubato la vita. (…)    

Hanno perso tutto tranne l’unica cosa che gli è rimasta, quella che non costa un centesimo e che gli viene garantita dalla costituzione americana, il diritto di voto. Possono essere senza soldi, possono essere senza casa, possono essere rovinati o distrutti, non importa perché quel giorno sono tutti uguali. Un milionario ha lo stesso numero di voti di uno senza lavoro. Uno! E ci sono molte più persone  della ex classe media che in quella dei milionari. Così l’8 novembre  i poveracci andranno nella cabina elettorale con la scheda in mano, chiuderanno la tenda e prenderanno la leva o la penna o il touch screen e metteranno una grossa fottuta X nella casella col nome dell’uomo che ha minacciato di stravolgere e ribaltare il sistema che gli ha rovinato la vita, Donald J. Trump. 
Hanno visto che l’elite che gli ha rovinato la vita odia Trump, che gli americani capitalisti odiano Trump, che Wall Street odia Trump, che i media odiano Trump, dopo che l’hanno amato. E creato. Ed ora lo odiano. Grazie media. (…)

E dunque tutti voi dovete andare a fare saltare per aria questo dannatissimo sistema, perché è un vostro diritto. L’elezione di Trump sarà il più grosso vaffanculo registrato nella storia dell’umanità! “

http://www.cineblog-01.cc/film-streaming/michael-moore-trumpland

Gli autori di Vorrei
Elisabetta Raimondi
Author: Elisabetta Raimondi
Disegnatrice, decoratrice di mobili e tessuti, pittrice, newdada-collagista, scrittrice e drammaturga, attrice e regista teatrale, ufficio stampa e fotografa di scena nei primi anni del Teatro Binario 7 e, da un anno, redattrice di Vorrei.
Ma soprattutto insegnante. Da quasi quarant’anni docente di inglese nella scuola pubblica. Ho fondato insieme ad ex-alunni di diverse età l’Associazione Culturale Senzaspazio.

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