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L'incontro con Gianfranco Pasquino per la terza e ultima serata di Novaluna. La via d'uscita dalla crisi politica italiana: «fine del Bicameralismo imperfetto, eliminazione delle province, ma soprattutto nuova legge elettorale»

“S
entinella, a che punto è la notte?” È la seconda volta quest’anno che a Monza si sente citare il passo della Bibbia (Isaia 21, 1-12, La caduta di Babilonia), la prima da parte di Enzo Bianchi, priore di Bose, quando ha parlato ad uno degli incontri organizzati da Il Cittadino nel maggio scorso. E poi da Gianfranco Pasquino nella terza ed ultima serata (21 novembre) della serie “Democrazia tra crisi e futuro”, preparata da Novaluna.
Ambedue i relatori  parlavano ovviamente dello stato della nostra repubblica, Enzo Bianchi delle implicazioni etico-morali e del ruolo dei cristiani  per la sua rinascita, Pasquino si è invece concentrato sulla situazione politica-istituzionale. Da parte di entrambi, comunque, la speranza  che “passi ‘a nuttata” come direbbe Eduardo e anche delle indicazioni su come tentare di riuscirci. Ma concentriamoci sull’incontro più recente.
Gianfranco Pasquino è un politologo che oltre a possedere una grande competenza teorica (ha insegnato Scienza Politica per più di quarant’anni), su luci ed ombre dei sistemi politici mondiali, è stato per più di dieci anni Senatore della Repubblica, quindi ha sperimentato dall’interno il funzionamento delle istituzioni ed ha conosciuto direttamente le personalità politiche più significative dagli anni ’80 in avanti.
Le  cause della crisi, dice Pasquino, sono note e molteplici, investono le istituzioni e la società italiana tutta. L’elenco è ahimè lungo, ma va sempre tenuto presente. Costi della politica, mancato ricambio generazionale, qualità del personale politico, difficoltà di riforme condivise e, dulcis in fundo, legge elettorale, costituiscono patologie serie. D’altra parte nella società italiana riscontriamo frammentazione (o disgregazione sociale, come la chiamano i sociologi), corruzione, familismo amorale (e ne abbiamo esempio anche in questi giorni) e, aggiungo io, evasione fiscale a livelli intollerabili (se fosse a livelli fisiologici come nella media europea  non avremmo il debito pubblico che schiaccia come un macigno le possibilità di ripresa della nostra economia). In  questa combinazione malapolitica – società corrotta  cresce la sfiducia di tanti cittadini, da cui astensionismo alle stelle e antipolitica che trova ottima linfa.

 

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Giorgio Casera e Gianfranco Pasquino (Foto tratta dal blog di Novaluna)


Come se ne esce? Intanto, dice Pasquino, ci sono le istituzioni che funzionano, come la presidenza della Repubblica.  Pasquino ripone molta fiducia in Giorgio Napolitano, che secondo lui ha tenuto in piedi la Repubblica in questi anni difficili. Basterebbero a raddrizzare la situazione alcune riforme, anche costituzionali. Le cita: fine del Bicameralismo (imperfetto, secondo lui), eliminazione delle province, ma soprattutto nuova legge elettorale e, in funzione di questa, eventuale cambiamento di alcuni assetti istituzionali, quelle che riguardano il Presidente della Repubblica e/o il Capo del Governo. In sostanza i modelli a cui fare riferimento sono due, il tedesco e il francese che dalla data della loro istituzione, per i tedeschi dal dopoguerra, per i francesi dalla Quinta Repubblica (De Gaulle) funzionano benissimo.    Se si opta per un sistema proporzionale (modello tedesco) per eleggere il Parlamento, allora si deve introdurre la sfiducia costruttiva (se si sfiducia il Capo del Governo bisogna proporre un nuovo Capo e una nuova maggioranza entro 48 ore (!) altrimenti si va al voto). Se si opta per un sistema maggioritario con ballottaggio (modello francese, che piace al PD) allora va associato il semipresidenzialismo — che piace al (fu) PDL —. In ambedue i modelli, vale la pena ricordarlo, sono gli elettori che scelgono i candidati da eleggere,  non le segreterie dei partiti.
Si tratta di un do ut des che Pasquino giudica ragionevole. A conforto della sua tesi porta l’incontestabile fatto che Francia e Germania hanno goduto e godono tuttora di un’invidiabile (da noi) stabilità, che ha portato benefici alla vita economica e sociale.  Resta da vedere se un innesto straniero possa attecchire da noi, con le nostre numerose anomalie e con la tradizione dei cento campanili. E, non ultimo, l’incredibile vocazione alla divisione dei politici italiani (non solo a sinistra, come eravamo abituati), che ha trovato l’apoteosi proprio in questi giorni: nei quotidiani è diventata una costante il titolo o sottotitolo “Il Pd si divide” per qualsiasi argomento, Alfano si è staccato da Berlusconi (e prima era toccato a Fini), Casini si è diviso da Monti e forse ne vedremo delle altre prima che finisca la legislatura (cominciata 9 mesi fa!). Con tutto questo Pasquino dice che varrebbe la pena provarci, e per questo critica le persone, anche autorevoli,  e i movimenti che si battono per l’intoccabilità della Costituzione.
Nel corso della serata sono stati rievocati momenti storici significativi della Repubblica, come la discussione in sede costituente per la definizione dei poteri dello Stato (è in questa fase che, memori della recente esperienza del fascismo, si preferì un Capo del Governo “debole”); sono state fatte  valutazioni su uomini  e donne della politica passati e presenti.  Soprattutto rispetto al passato Pasquino rimpiange l’assenza  di veri partiti nazionali, come la DC e il PCI, radicati nella società, che portavano in Parlamento persone competenti. Tutto questo è cessato nei primi anni ’90, come sappiamo, ed è un vero peccato perché senza veri partiti non c’è governabilità, la democrazia ha bisogno di partiti (decenti). Quanto a Grillo e al successo del suo movimento (alle ultime elezioni è risultato il primo partito), lo giudica un problema e non una soluzione.
In ognuno dei paesi europei paragonabili al nostro ci sono fondamentalmente due grossi partiti che si fronteggiano per governare, uno di orientamento socialdemocratico – laburista e l’altro conservatore – liberale. In questi paesi chi vince le elezioni governa, normalmente per tutta la legislatura; chi perde si prepara a vincere le elezioni successive. Ci arriveremo anche noi?

 


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