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 20171119 Zsuzsa Vincze

Immigrazione e propaganda nella testimonianza di una cittadina ungherese residente in Italia: Zsuzsa Vincze e il suo progetto didattico per gli studenti di Seregno e Desio.

Che l’immigrazione sia presentata come un problema drammatico per i paesi di accoglienza anzichè per i migranti stessi non è solo un ovvio problema di punti di vista, ma il risultato di scelte politiche inadeguate, quando non interessate ed ipocrite: e le politiche dell’informazione sono ovviamente responsabili quanto quelle dei partiti e dei governi nel creare una percezione distorta del fenomeno. Contrastare queste distorsioni può e deve essere un compito che spetta alla scuola, e qualcuno per fortuna se ne fa carico.

Zsuzsa Vincze è una cittadina ungherese che da molti anni vive in Brianza, fa parte del Tavolo per i migranti istituito a Seregno dalla Caritas e da altre associazioni del territorio, ed è impegnata in un progetto educativo sul tema delle migrazioni presso il Liceo di Scienze Umane “Giuseppe Parini” di Seregno; progetto che verrà presto proposto anche agli istituti superiori di Desio.

Tra gli stranieri residenti in Italia, Zsuzsa appartiene di sicuro a una categoria non immediatamente distinguibile come tale: a parte il suo nome e la leggera inflessione esotica del suo perfetto italiano, appare in tutto e per tutto come una nostra concittadina, attiva e impegnata nella comunità a cui appartiene insieme alla sua bella famiglia italo-ungherese. Inizio perciò col chiederle innanzitutto questo:

Forse nel discorso sull’immigrazione non viene mai considerato il caso di chi viene in Italia non per necessità, ma per scelta. Tu che genere di immigrata sei? Quando e perchè sei venuta in Italia?

Sono arrivata a Trieste nel ’99 come borsista del Ministero degli Affari Esteri italiano, dopo essermi laureata in Italianistica e in Estetica all’Università Statale di Budapest. Ma avevo già studiato l’italiano frequentando uno dei licei bilingui statali istituiti nel mio paese dopo la caduta del Muro di Berlino, per offrirci la possibilità di comunicare col resto d’Europa, dato che l’ungherese è una lingua appartenente al gruppo ugrofinnico, che non ha alcuna parentela con le lingue “occidentali”. Per me, insomma, l’Italia è stata una scelta dettata da un interesse culturale, che si è poi radicata nel territorio innanzitutto per ragioni familiari, e poi perchè dell’Italia, della diversità e della bellezza dei suoi paesaggi, della sua arte, della sua gastronomia, mi sono innamorata. Altrimenti adesso sarei in Ungheria a fare Italianistica! Ma quel che sento, riguardo al mio status di immigrata, è di appartenere a quella che è in realtà la maggioranza dell’immigrazione in Italia, che è donna, europea, cristiana, integrata: a differenza di quel che si crede, ossia che essa sia fatta di uomini, africani, musulmani, irregolari. Sì, sono appassionata dell’Italia, sono stata ben accolta, sto bene qui, ma sono comunque un’immigrata.

La maggioranza dell’immigrazione in Italia è donna, europea, cristiana, integrata: a differenza di quel che si crede, ossia che essa sia fatta di uomini, africani, musulmani, irregolari.

 

Non hai chiesto la cittadinanza italiana? Come mai?

Dal 2005 l’Ungheria fa parte della UE: sono dunque una cittadina europea residente a Seregno. Voto in Italia per le elezioni amministrative e per le europee, ma per le elezioni politiche voto in Ungheria, e mi sembra giusto così. Non posso dire di sentirmi italiana: penso che la cittadinanza originaria uno non se la scelga, e che adottarne, aggiungerne un’altra sia un fatto burocratico-amministrativo. Qualcosa che ha a che fare col passaporto, e dunque coi confini, e che perciò può diventare importante ai fini del diritto alla mobilità, una sorta di involucro di protezione. Per questo tengo alla cittadinanza europea. Sono stata, prima del 2005, “un’extracomunitaria”: so cosa vuol dire essere fermati ad un confine (dovevo attraversarne più d’uno spostandomi dall’Ungheria all’Italia) da un funzionario che può arrogarsi il suo piccolo potere di ricatto trattenendo il tuo passaporto. In quella condizione, anche il fatto di parlare bene l’italiano diventava sospetto, nonostante i miei permessi di studio! Ed è perciò che riesco ad identificarmi con le difficoltà dei migranti extraeuropei e che, da un altro canto, temo il vento antieuropeista che soffia in Ungheria, con la prospettiva di diventare europei di serie B qualora si realizzasse l’Europa a due velocità, per non parlare della Huxit, l’uscita dell’Ungheria dall’Europa.

So cosa vuol dire essere “extracomunitari”, e quindi essere fermati ad un confine da un funzionario che può arrogarsi il suo piccolo potere di ricatto trattenendo il tuo passaporto.

Ecco: la drastica svolta a destra dell’Ungheria di Orban, una inclinazione che sembra possa dilagare in tutta Europa. Cos’è accaduto? C’è davvero un diffuso sentimento di destra nella popolazione? Si tratta, come temiamo possa avvenire in Italia, del riemergere di un passato che ha continuato a covare sotto la cenere?

Orban in realtà proviene da un partito centrista e non si definisce “euroscettico”, ma “eurorealista”. Quel che è accaduto è che dal momento che ha iniziato a perdere consensi, si è spostato sulle posizioni più a destra, togliendo voti allo Jobbik, che è il partito dell’estrema destra ungherese: si è trattato di un calcolo politico, per guadagnare i consensi di un elettorato più schierato a destra. Nel 2010 Orban parlava ancora della necessità di accogliere 4 milioni di immigrati per favorire la crescita economica del paese, per poi arrivare nel 2015 a sostenere con forza: “L’immigrazione deve essere fermata!”. La sua dialettica nazionalista ha avuto buon gioco nel richiamare il sentimento radicato negli Ungheresi di appartenere ad un paese che ha sempre subito poteri sovranazionali, come i grandi imperi, prima ottomano, poi asburgico, per non parlare di quello sovietico. Così la polemica contro i cosiddetti grandi burocrati europei, quelli che stabiliscono quote per gli ingressi dei rifugiati nei diversi paesi, è diventata una retorica in cui l’appartenenza alla UE viene vista non più come una condivisione, ma come una nuova dominazione dall’esterno, rispetto alla quale bisogna difendere gli interessi nazionali, quell’ identità di cui gli Ungheresi vanno fieri. Ma questo mi sembra un po’ assurdo, dal momento che siamo parte dell’UE, che abbiamo dei nostri rappresentanti nelle istituzioni europee!

  

20171114 caccia al migrante

 

E la crisi dei profughi ha poi esaltato il discorso identitario attraverso una nuova contrapposizione? Come è stata gestita quella che alcuni ritengono una legittima difesa dei “confini orientali dell’Europa”?

La cosiddetta difesa dei confini viene realizzata con una tattica che consente il respingimento dei profughi basandosi su due decreti, approvati nel 2015, secondo cui la Serbia, dalla quale provengono quelli che seguono la rotta balcanica, è un paese sicuro: così chi si presenta a quel confine viene rispedito indietro. Ma il numero di rifugiati a pieno titolo in Ungheria si aggirava nel 2016 intorno ai 150, per l’esattezza 154, che si sono ridotti nel 2017 a 75! Pertanto, tutta la retorica contraria all’immigrazione è una retorica da paranoia. Sono stati introdotti nuovi reati:

  • tentativo di “attraversare illegalmente il confine”: punibile con 3 anni di reclusione
  • danneggiamento delle barriere di filo spinato: 5 anni di reclusione
  • ostacolo alla costruzione delle barriere: 1 anno di reclusione

Il tentativo di passare illegalmente la frontiera prevede l’arresto immediato, il trasferimento in campi di detenzione e il processo per direttissima in tribunali speciali!

 

20171114 la rete al confine

Una bambina rifugiata sorride mentre strisca sotto il filo spinato verso l'Unione Europea.
Attila Kisbenedek/AFP/Getty Images

 

Ogni sei mesi arrivano a casa di tutti i cittadini dei questionari in cui il termine immigrato è collegato al termine terrorista o al rischio criminalità. Domande del genere:

  • “ Secondo lei, c’è relazione tra terrorismo e immigrazione?”
  • “ Appoggerebbe una politica migratoria più severa?”
  • “ Dobbiamo fare tornare gli immigrati nei loro paesi d’origine”?
  • “ La politica migratoria di Bruxelles è fallita?”

Solo il 15 per cento della popolazione risponde di fatto, dicendo parzialmente quel che il governo vuol sentirsi dire, ma ovviamente questa forma di “consultazione” non ha altro risultato che diffondere sospetto e paura. C’è poi una insistente campagna condotta attraverso enormi manifesti che segnalano i rifugiati come persone non disposte ad obbedire alle nostre leggi, o delle quali non ci si può fidare perché non hanno documenti. Come se chi fugge da una guerra, magari coi soli vestiti che ha addosso, potesse mettersi prima a cercare di ottenere i documenti in un paese sconvolto! Senza tener conto del fatto che ai profughi, proprio perchè sono tali, i documenti non sono richiesti e che inoltre non avrebbero alcun interesse a farsi identificare da un paese di transito, dove non intendono fermarsi. Eppure, dopo la rivoluzione antisovietica, anche gli Ungheresi saltavano su un camion all’uscita dal lavoro, coglievano la prima occasione che si presentava per rifarsi una vita altrove: in due settimane sono uscite così dal paese duecentomila persone! Ma nessuno vuole ricordarselo. Oppure la percezione élitaria di sè che hanno gli Ungheresi, come di un popolo che ha saputo restare sé stesso resistendo ad ogni assimilazione, fa sì che le proprie vicende, le proprie motivazioni, siano sentite come diverse, migliori delle altre.

 

20171114 keleti1

 

Accade anche in Italia, quando dicono “ma i nostri migranti non si facevano mantenere, rispettavano le leggi.” Ignorando, come sempre, la storia. Ma da voi, quanto conta, nel sospetto o nel disprezzo verso i migranti, l’identità religiosa, la tradizionale opposizione degli stati del confine orientale d’Europa all’invasore musulmano?

L’Ungheria ha fatto parte nel suo passato dell’impero ottomano, e comunque fino alla fine della Prima Guerra Mondiale era parte di un impero multietnico. Col Trattato di Trianon ha perduto due terzi dei suoi territori, e questa è stata una grande perdita, perchè con quei territori l’Ungheria ha perso quei due terzi della popolazione che avevano un carattere multiculturale: è rimasto solo quel nucleo esclusivamente ungherese che ne fa un’isola culturalmente omogenea. Da cento anni perciò vive una storia diversa dalla sua storia precedente, e in questo momento è il paese più omogeneo all’interno dell’UE. Gli immigrati che arrivano sono per lo più Ungheresi provenienti da quei territori staccati nel 1920, dove rappresentano una minoranza, e che si riversano perciò nella madrepatria. Abbiamo vissuto anche noi negli anni ’90 l’arrivo dei cinesi e dopo la guerra balcanica quello di musulmani bosniaci, ma nessuno ha fatto caso alla loro diversità religiosa, e stiamo parlando di un paese cristiano, in maggioranza cattolico e con una componente protestante; ma allora non è stata imbastita nessuna propaganda contraria nè tanto meno si è posto un problema di accoglienza: il mercato ha assorbito e integrato quegli immigrati senza problemi. Eppure i cinesi hanno trasformato drasticamente la fisionomia di alcuni luoghi, ad esempio acquistando Ganz Ansaldo, un’intera fabbrica che era fallita dopo il comunismo, impiantando al suo posto un numero spropositato di negozi. Nel mio quartiere c’è un panettiere venuto dai Balcani, ma nessuno si é chiesto di che religione sia. Invece il meccanismo dell’accoglienza dei richiedenti asilo fa sì che la loro condizione ristagni nell’attesa del riconoscimento di questo diritto, privandoli della possibilità di lavorare e di integrarsi e mettendoli a carico del welfare.

 

20171114 profughi sul ponte elisabetta

Migranti attraversano il Ponte Elisabetta sul Danubio andando verso Austria dalla Stazione Keleti, il 5 settembre 2015 Migrants walk across Elizabeth Bridge over River Danube on their way to Austria from Keleti railway station in Budapest, on 5 September 2015. Photo: AP/Zsolt Szigetvary/MTI

 

20171114 marcia dei profughi

 

20171114 profughi in Ungheria

Zsiros Istvan 2015

 

in tutta Europa la propaganda svolta dai media sta giocando un ruolo determinante nel creare la percezione pubblica di questo fenomeno.

Insomma, avete vissuto prima di noi quella chiusura delle frontiere che anche qui, a Como, a Ventimiglia, ha creato una massa di profughi bloccati senza poter proseguire il loro viaggio verso altri paesi europei. In più, hai avuto nel tuo paese un esempio impressionante di come agisca la propaganda nel creare ostilità nei confronti dei migranti. E’ da questa tua esperienza che è nata la voglia di impegnarti in un progetto didattico con gli studenti del Parini?

A lanciarmi su questa strada è stata la marcia dei migranti da Budapest a Vienna, nell’estate del 2015. Lì la storia ungherese ha toccato uno dei suoi livelli più bassi. Quella marcia, 200 chilometri in autostrada, è stata il frutto di una non volontà dell’Ungheria di affrontare la propria storia: non si è voluti intervenire, lasciando quella gente che fuggiva dalla guerra ammassata nelle stazioni in quell’estate caldissima, fornendo loro solo false promesse di mezzi con cui attraversare il nostro territorio, finchè non si sono avviati a piedi, famiglie con donne, anziani e bambini sfiniti, diretti alla frontiera austriaca. Quando finalmente sono arrivati dei pullman, quando l’Austria ha aperto le frontiere, nessuno si fidava più, chi poteva controllava l’itinerario sul cellulare...Lì mi sono sentita parte di quella umanità, lì ho deciso che dovevo fare qualcosa, che non volevo essere solo un’osservatrice. Ho collaborato con le associazioni che fornivano un minimo di assistenza e quando mi si è presentata l’occasione ho voluto testimoniare sulla realtà dell’emigrazione anche in Italia.

 

20171114 commenti studenti

 

Come è strutturato il progetto didattico in cui sei impegnata, e come sei arrivata a farne parte?

Nel piano didattico-pedagogico rivolto alle quarte del liceo di Scienze Umane di Seregno é previsto uno spazio tematico di due ore per classe. Si tratta delle classi che hanno già nozioni di sociologia e antropologia e che hanno svolto letture preliminari sull’argomento. E’ stato uno degli insegnanti con cui ero entrata in contatto negli anni scorsi, quando mi occupavo per lavoro delle rassegne teatrali per le scuole, a propormi questo intervento, anche perchè mi sapeva impegnata nella collaborazione con le associazioni che organizzavano l’assistenza ai profughi durante la crisi del 2015. D’altra parte, l’Ungheria e l’Italia hanno in comune la condizione di frontiera dell’Europa verso l’esterno e di prima tappa del percorso europeo della migrazione, da qualsiasi motivo originata, e per questo un confronto può essere produttivo.

Intorno a quali argomentazioni si sviluppa?

In Ungheria la parola “migràns”, migrante, è diventata un insulto, un termine offensivo. Ma anche io sono una migrante e sento di doverlo dire, di doverlo ricordare a tutti. Quel che vorrei far comprendere é che tutti noi siamo in qualche modo migranti, perchè se riesci a spostare il punto di vista, a cambiare prospettiva mettendoti nei panni degli altri, puoi capire che è solo un gioco della storia se tu ti trovi dove ti trovi, nelle condizioni in cui ti trovi. Io sono un’immigrata per scelta, mi trovo bene in Italia, e questo mi ha permesso di acquisire il surplus di un’altra cultura, di un altro modo di essere, ma anche di immedesimarmi nelle difficoltà di chi si sposta da un paese all’altro e ancor più da un continente all’altro. Così invito gli studenti a cercare nella loro storia familiare o personale quanto anche loro siano stati toccati dalla necessità o dalla scelta dell’emigrazione, per poterla comprendere negli altri, per potersi avvicinare alla loro condizione. Inoltre fornisco loro dei dati comparativi sulla realtà dei diversi paesi, aggiornandoli attraverso le statistiche sulla situazione oggettiva. L’altro punto su cui invito alla riflessione è l’accezione mediatica dell’immigrazione. Ritengo che in tutta Europa la propaganda svolta dai media stia giocando un ruolo determinante nel creare la percezione pubblica di questo fenomeno. In Ungheria si tratta di un fatto eclatante: non ci sono praticamente immigrati da noi, ma i telegiornali segnalano comunque sempre qualche notizia di cronaca nera che li riguardi, immagini di arresti, di fughedalle forze dell’ordine. L’impostazione è sempre quella che fa degli immigrati un problema di sicurezza, di ordine pubblico, un’impostazione che li tratta da trasgressori della legge, mai da un punto di vista umanitario.   Così provo a mettere in guardia gli studenti italiani da questa deriva. Cerco di sottolineare quei segnali a cui dobbiamo essere attenti quando ci viene proposta una notizia che riguardi gli immigrati. Nel presentare la propaganda governativa, segnalo il modo in cui la comunicazione viene impostata, chiedo di individuare il reale destinatario di un messaggio, faccio in modo che possano leggere fra le righe. Se ad esempio un grande manifesto dice in ungherese: “Chi viene in Ungheria deve rispettare le nostre leggi”, il destinatario non può essere, come vuol sembrare, l’immigrato, che quasi certamente non conosce ancora la lingua, ma è l’ungherese stesso, al quale viene instillato il pregiudizio che lo straniero non è disposto ad adeguarsi alla legge e quindi viene suggerito l’atteggiamento da tenere verso di lui. Un altro fatto su cui attiro l’attenzione è un dato relativo all’Italia che non circola molto nel discorso pubblico. Si tratta del fatto che il numero di immigrati regolarmente residenti in Italia corrisponde perfettamente al numero di italiani, quasi cinque milioni, emigrati all’estero. A mascherare l’analogia, si usa per la nostra emigrazione la denominazione “ mobilità europea”, così è facile non renderci conto che anche noi creiamo emigrazione verso altri paesi e che il numero di stranieri residenti in Italia, ad esempio i Rumeni, è in calo a causa delle difficoltà della nostra economia, il che favorisce una sorta di emigrazione di ritorno. Lo stesso accade in Ungheria, da dove fin dal 2013 i giovani, la forza lavoro che abbiamo istruito e formato fin dalla culla, emigra per trovare migliori opportunità. Anche i ragazzi italiani hanno spesso il sogno di andare all’estero ad arricchire il proprio curriculum e la propria esperienza, me lo confermano, e a partire da questo diventa più facile capire.

 

20171114 commento ottimo

 

 è solo un gioco della storia se tu ti trovi dove ti trovi, nelle condizioni in cui ti trovi

Dunque i ragazzi rispondono bene a queste sollecitazioni?

In due ore di tempo è difficile costruire un rapporto con qualsiasi tipo di pubblico, specie se d’un colpo lo sottoponi a una massa di informazioni nuove. Occorrerebbe uno spazio di discussione successivo, che viene sostituito dalla possibiltà di scrivere anonimamente i loro commenti. In questo i ragazzi sono molto comunicativi, mi scrivono dei biglietti in cui esprimono i loro sentimenti, le loro valutazioni. Trovo che siano umanamente molto sensibili, si sentono toccati, coinvolti. Io mi rendo sempre disponibile a tornare nelle classi per un dialogo più approfondito, ma il lavoro di rielaborazione per ora viene svolto dagli insegnanti dopo il mio intervento.

Certo è più facile intervenire in una fase di formazione, quando ancora si può essere aperti ad una nuova visione del mondo, piuttosto che quando i pregiudizi siano ormai radicati..

E’ proprio su questo che confido molto: certo è difficile interpretare i fatti del presente, che non sono ancora codificati ufficialmente nei libri di testo. Quel che faccio è di propormi come testimone, come chi ha riflettuto sulla propria esperienza e può integrare le loro conoscenze fornendo dati su cui riflettere, su cui operare connessioni per interpretarli. Pensiamo di essere informati su tutto, mentre la realtà è che siamo intrappolati nell’algoritmo dei social network, e in particolare di Facebook che sa tutto di noi, dei nostri interessi, di ciò che ci piace: è una specie di grande selfie, quella che Bauman chiama l’eco-camera, perché ci ripropone argomenti che ci sono familiari, non ci propone notizie che ci permettano di confrontarci con una realtà diversa da quella che già conosciamo. Anche su questo invito i ragazzi a riflettere.

Ci segnali qualcuna delle fonti di cui ti servi, qualche testo o documento che ritieni più significativo di altri per comprendere meglio tutto questo?

Riguardo all’Ungheria, seguo il Blog della Accademia Scientifica Ungherese (diritto e sociologia) e il sito Index.hu, HVG; in italiano segnalo il libro di Massimo Congiu: L’Ungheria di Orban (Ediesse, 2014). Per quanto riguarda l’emigrazione, oltre ai principali quotidiani e alle riviste L’Internazionale e Limes, consulto il Sito ufficiale dell’UE ( Eurostat) e quello dell’UNHCR nonchè i notiziari Euronews. Di grandissimo aiuto nell’approccio con gli studenti è stato, per il suo linguaggio, simpatico e facilmente comprensibile per loro, il libro di Zigmunt Bauman, Vita liquida (Laterza, 2008-2017) che tratta il fenomeno da un punto di vista sociologico. Ma quello che ho trovato il migliore e il più utile per la lucidità con cui i dati vengono messi in relazione con la loro interpretazione è il recente libro di Maurizio Ambrosini, Migrazioni (Egea,2017), la cui anteprima è consultabile consultabile anche on line su books.google.it , e che smonta in modo radicale i peggiori luoghi comuni che circolano sul tema.

occorre considerare da una parte che gli immigrati mettono in conto, accettandolo preventivamente, un abbassamento del loro status sociale, e dall’altra dovremmo riflettere su quale spreco sia per la nostra società la sottoutilizzazione del loro capitale umano.

Ad esempio?

Ad esempio il famoso “Aiutiamoli a casa loro”. Ambrosini, che insegna sociologia all’UniMi, fa notare che la maggior parte degli immigrati non proviene dai paesi più poveri e appartiene alla classe media dei paesi di provenienza: l’aiuto economico in queste circostanze non blocca i fenomeni migratori, e lo dimostra, ad esempio il fatto che il boom economico italiano ha visto aumentare il numero dei nostri emigranti. Riguardo a questo, occorre considerare da una parte che molti di coloro che vengono in Europa mettono in conto, accettandolo preventivamente, un abbassamento del loro status sociale, e dall’altra dovremmo riflettere su quale spreco sia per la nostra società la sottoutilizzazione del loro capitale umano. Cosa che avviene specialmente in Italia. Ho conosciuto un’insegnante serba emigrata in Germania dopo essersi laureata in tedesco, che, in una cittadina delle dimensioni di Monza, insegna tedesco agli immigrati, dato che in Germania i corsi di lingua e di conoscenza delle leggi sono obbligatori per gli stranieri e finanziati dagli enti pubblici, proprio in vista di una integrazione utile a non disperdere le opportunità rappresentate da persone che hanno competenze e professionalità spesso molto alte. Trattarle invece da vittime significa bloccarle in una condizione di inferiorità e di emarginazione dalla quale è difficile uscire.

 

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Prevedi nuovi sviluppi di questo progetto didattico?

Nella prospettiva di proporlo anche agli istituti superiori di Desio, ho pensato di far incontrare agli studenti anche un rifugiato in attesa del riconoscimento del diritto di asilo. Si tratta di un giovane che fa parte di un gruppo ospitato al Don Orione di Seregno: proviene dal Gambia, è arrivato in Italia nel 2014 attraverso il Mediterraneo, approdando a Napoli, dopo aver stazionato in Libia per tutto il tempo che è stato ritenuto utile ad accumulare i soldi per il viaggio. Vorrei proporre una doppia intervista in cui metterei a confronto il suo passato, il suo presente e i suoi progetti per il futuro, quelli di uno dei giovani maschi africani di cui si ha tanta paura, con quelli di una donna europea, una badante, ad esempio, il volto accettato di un’altra immigrazione, della quale però si tendono ad ignorare le possibili difficoltà e lacerazioni. Metterei le due storie in parallelo attraverso una serie di domande, per evidenziare poi come anche in questo caso siano le risposte dei governi, le condizioni imposte all’accoglienza, e non le caratteristiche di chi viene accolto, a creare una percezione tollerabile o intollerabile dell’immigrazione.

 

Gli autori di Vorrei
Carmela Tandurella
Author: Carmela Tandurella

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