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Dossier. Il consumo consapevole. Quando l’etichetta di un capo di abbigliamento diventa la carta d’identità di quel capo: trasparenza e consapevolezza di ciò che indossiamo.

 

Foto di Daniele Cavallotti

Di norma l’etichetta di un capo di abbigliamento finisce tra le lame di una forbice al primo lavaggio, non prima di averne accuratamente letto le istruzioni per effettuare il suddetto lavaggio, onde evitare di ridurre a brandelli non solo l’etichetta, ma anche il capo che a quella etichetta ne affida l’identità. Di norma, se non si è sconsiderati. Di norma, se si è attenti però, uno sguardo a quell’etichetta lo si dà ancora prima del lavaggio, quando, capo in mano, non ci si affida al solo tatto che, a onor del vero, riconosce il tipo di tessuto, ma non le sottigliezze numeriche di percentuali calibrate e ben nascoste all’interno di trame fitte e sottili. Ebbene, l’occhio legge 20% di questo, 50% di quello e 30% di quell’altro. Adesso sì, sappiamo che cosa stiamo accarezzando. Ma sappiamo da dove arriva ciò che indosseremo? Tutt’al più possiamo scoprire il paese che ha prodotto quel capo, ma nulla sulle sue radici, “consapevolmente” ignorate.

 

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Eppure in un periodo in cui si chiede trasparenza alle cose, perché non pretenderla anche per ciò che indossiamo? È stato questo uno degli obiettivi di un progetto partito del 2009, Progetto Raffin, La rete artigiana per la filiera delle fibre naturali, promosso da Bic La Fucina e Agrimercati, finanziato da un bando di Unioncamere Lombardia e Regione Lombardia e supportato dalla cooperativa sociale Scret (per lo sviluppo di relazioni con la rete dei GAS) e la cooperativa REA che da anni collabora con l’Associazione pecora brianzola. Il progetto, che ha coinvolto all’incirca una quindicina di aziende del settore tessile, piccole imprese artigiane per lo più la cui produzione si fonda sulla valorizzazione delle risorse e delle materie prime del territorio in cui operano, si è difatti focalizzato sul recupero di una materia prima presente sul territorio brianzolo che rischiava l’estinzione non più di 20 anni fa: la pecora brianzola.

 

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Da sempre utilizzata per la produzione di carne e per una discreta quantità di lana per piccole produzioni locali, durante gli anni Cinquanta rischiava di scomparire se non fosse stato per l’impegno di un gruppo di persone, costituitosi in Associazione pecora brianzola, che durante gli anni Ottanta hanno reintrodotto e cominciato ad allevare questa specie autoctona per passione. Pochi sanno che la lana, se non utilizzata come materia prima e quindi come risorsa, diventa un costo, e anche elevato, perché è un rifiuto speciale da smaltire secondo procedure specifiche. Da qui la volontà del progetto Raffin di unire e mettere in comunicazione aziende locali specializzate nel tessile al fine di sperimentare una produzione a partire da una materia prima locale, la lana della pecora brianzola, e distribuire i prodotti nel circuito dei gruppi d’acquisto solidali.

La grande distribuzione è ancora lontana dagli obiettivi. La lana appena tosata viene pagata agli allevatori a prezzi irrisori, tra i 20 e i 50 centesimi al chilo, e allevamenti di modeste dimensioni non raggiungono i quantitativi di lana richiesti da un mercato potenzialmente ampio che preferisce importare lana a prezzi ancora più bassi dall’estero, a discapito della qualità e della provenienza. I risultati finora raggiunti dal progetto sono tangibili, importanti e soprattutto continuativi. Il progetto infatti si è chiuso, ma la collaborazione e le relazioni nate tra la cooperativa REA, i consumatori dei GAS e le imprese artigiane locali persistono e si continua a sperimentare insieme nuovi prodotti e forme di produzione “sostenibili” e “trasparenti”, sia nell’utilizzo di materie prime sia nelle politiche di prezzo. Da qualche anno la cooperativa REA insieme ad altri partner, ha registrato il marchio Vivilana che contraddistingue la produzione di capi e oggetti in pura lana o in lana vergine mista ad altre fibre naturali, attraverso una filiera artigianale e industriale totalmente rintracciabile utilizzando la lana della pecora brianzola. Un’etichetta che spiega chiaramente l’origine delle cose. Per essere consapevolmente informati, sempre.

 


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