20261023 scippo

 

II successo dei santificatori di Silvio Berlusconi nella contesa sull’imposizione del nome del Cavaliere all’Aeroporto della Malpensa mi ha fatto riflettere ancora, sia pure indirettamente, sul ruolo della proprietà privata nelle vicende politiche.

Mi guardo bene, ovviamente, dal trattare l’argomento a livello ideologico, con il rischio di scoprire l’acqua calda, già scoperta a suo tempo da Carl Marx. Farei soltanto qualche richiamo storico e qualche riferimento a vicende attuali per le quali sono particolarmente sensibile.

La storia è disseminata di fatti caratterizzati dalla sottrazione di territori di proprietà pubblica con espedienti legali per attribuirli esclusivamente a soggetti privati.

Il colonialismo, che ha assoggettato mezzo mondo a poche potenze europee, ha comportato una progressiva erosione della proprietà collettiva dei territori.

Ma anche in Europa la proprietà privata non era la regola: Con il passaggio dal Medio Evo all’età moderna, la sottrazione di terre alla proprietà collettiva costituì un processo continuo.

In Inghilterra le leggi che favorirono la “enclosure”, cioè le recinzioni di terreni per trasformarli da pubblici a privati, raggiunsero il culmine nei secoli XVII e XVIII, aprendo la strada al capitalismo e alla prima rivoluzione industriale.

Le due grandi rivoluzioni del settecento, americana e francese, e la visione culturale dell’Illuminismo, non furono sufficienti a contrastare gli aspetti iniqui di questo processo. Dei tre grandi ideali della Rivoluzione Francese, Libertà, Uguaglianza, Fraternità, solo il primo venne esaltato nel bene e nel male. Molto si ottenne per quanto riguarda l’Uguaglianza, grazie ai grandi movimenti sociali, ma sempre da conquistare, come vediamo ancora oggi. La Fraternità è stata ed è la grande dimenticata. Cosicché la libertà assomiglia ancora a un privilegio, nel quale il valore della Proprietà ha spodestato quello della Fraternità.

Racconti del passato?

No, attualissimi. Il neo-liberismo ne è permeato, attraverso i sofismi della finanziarizzazione sfrenata dell’economia. Ma vorrei citare alcuni aspetti che ci e mi toccano da vicino.

 

20261023 Foto di Emad El Byed

Gaza, Foto di Emad El Byed

 

Il primo è la politica dello Stato di Israele, ultimo caso sopravvissuto, sia pure in piccolo, di potenza colonialista. Da quando è nato per una sciagurata decisione dell’ONU, sottoposta alla pressione emotiva della Shoa attizzata dai sionisti anche con atti terroristici, contro la volontà degli abitanti palestinesi, fin dalle origini i governi israeliani hanno perseguito sistematicamente una politica di appropriazione di territorio da parte del nuovo Stato e di privati ebrei. Le lacerazioni ancora aperte con la creazione dello Stato di Israele, dagli arabi definita con ragione con la parola “Nachba”, cioè catastrofe, sono testimoniate ancora oggi dalle centinaia di migliaia di morti, distruzioni e campi profughi permanenti.

Ma anche nel nostro Paese ci sono casi di usurpazione di beni pubblici o altrui escogitati da specialisti di pratiche causidiche e di manipolazione legislativa.

Un esempio è costituito dagli articoli del Codice dei contratti pubblici, che si pongono in aperto contrasto con il regime delle concessioni di beni pubblici a privati.

Queste norme prevedono la possibilità di stipulare partenariati pubblico-privati, nei quali le prerogative della proprietà pubblica, di indirizzo strategico, pianificazione e controllo, vengono fortemente ridimensionate e potenzialmente trasferite a soggetti privati. Non a caso in Parlamento qualcuno ha proposto di applicarlo alle tanto discusse e discutibili concessioni balneari, baypassando le gare. Ma non solo.

 

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Progetto del Parco di Monza di Luigi Canonica, 1815

 

Il partenariato pubblico-privato è stato proposto anche nel Master Plan finalizzato al restauro, in realtà alla distruzione come grande monumento storico italiano ed europeo, della Villa Reale e Parco di Monza, soprattutto con riferimento alle concessioni all’Autodromo (ACI) e al Golf Club Milano, che occupano e snaturano circa la metà del Parco di 700 ettari decretato da Napoleone e disegnato unitariamente nel 1805 dall’urbanista e paesaggista Luigi Canonica. Concessioni che da oltre un secolo sono occupate dagli stessi concessionari, i quali si sono permessi qualche anno fa, senza nessun ostacolo, di “rinchiudere” le loro concessioni con recinzioni permanenti.

Ma lo scippo non si limita ai territori. Sta progressivamente invadendo tutto il campo dei valori e dei beni intangibili. La manipolazione dell’informazione che consente l’appropriazione delle narrazioni, già imponente, sta ricevendo un ulteriore grande apporto con la diffusione dell’Intelligenza Artificiale.

Anche in questo caso non mi azzardo a entrare in questo vasto e scottante campo, che va dall’editoria alla comunicazione politica.

 

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Merita però di essere ricordato il protagonismo di Silvio Berlusconi nella politica dello scippo.

Nel 1991 la sua Fininvest scippò la Mondadori alla CIR di Carlo De Benedetti, corrompendo il giudice Vittorio Metta nel “Lodo” sull’acquisto della maggiore società editrice italiana. La condanna di Berlusconi andò in prescrizione,

Ma la strategia di maggiore importanza, sviluppata a cavallo degli anni ottanta-novanta, fu quelle della conquista del monopolio delle televisioni private, violando le leggi sul monopolio pubblico della RAI sull’informazione a raggio nazionale. Per la realizzazione del suo disegno Berlusconi ottenne il sostegno di Bettino Craxi. Nel 1994 il Parlamento, con il Governo di Giulio Andreotti, legittimò le illegalità berlusconiane. Fu la fine sostanziale della Repubblica nata dalla Resistenza e la nascita dalla seconda Repubblica, di cui Berlusconi e Meloni sono gli autentici interpreti.

Ma vorrei concludere con due citazioni apparentemente marginali.

Quando Berlusconi “scese in campo”, scippò a tutti gli italiani la popolare espressione “Forza Italia”, approfittando del fatto che evidentemente non aveva un copyright. Fu un furto a vantaggio di un personaggio e di un partito, a cui corrispose però l’annientamento del valore dell’espressione per la generalità degli italiani.

Lo stesso hanno fatto gli attuali epigoni del fascismo, con la loro innata spregiudicatezza provocatoria nell’ appropriarsi di significanti altrui, stravolgendone il significato: si sono appropriati del primo verso dell’inno nazionale, “Fratelli d’Italia”.

In questo caso, tuttavia, il valore e la proprietà del bene scippato si sono rivelati intangibili e inalienabili.

Speriamo non soltanto nelle manifestazioni sportive.

Gli autori di Vorrei
Giacomo Correale Santacroce
Giacomo Correale Santacroce

Laureato in Economia all’Università Bocconi con specializzazione in Scienze dell’Amministrazione Pubblica all’Università di Bologna, ha una lunga esperienza in materia di programmazione e gestione strategica acquisita come dirigente e come consulente presso imprese e amministrazioni pubbliche. È autore di saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali economici. Ora in pensione, dedica la sua attività pubblicistica a uno zibaldone di economia, politica ed estetica.

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