Vorrei | Rivista non profit

Dal 2008 rivista non profit di cultura, ambiente e politica. Senza pubblicità.

20160130 migranti ue est 

Siamo invasi? Dobbiamo difendere le nostre radici? Diventeremo l'Eurabia profetizzata dalla Fallaci? Stiamo accogliendo davvero tutti? Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, cerca di abbattere con i dati i principali luoghi comuni sul tema, restituendone i confini precisi.

 

Ospite al ciclo di incontri “Le migrazioni del Mediterraneo”  - organizzato da Fondazione Serughetti – Centro studi e documentazione “La Porta”  presso il liceo “Mascheroni” di Bergamo - Fulvio Scaglione, vice direttore di Famiglia Cristiana, per anni attento osservatore del Medioriente, apre la sua relazione chiarendo subito che: «dalle nostre parti il dibattito sul tema delle migrazioni è spesso viziato da un cattivo punto di osservazione, dalla diffusa tendenza a prendere il fenomeno per la coda, cioè quando il grosso  è già accaduto». SCAGLIONEQuesto punto di osservazione dà adito alla diffusione di luoghi comuni che il vice direttore di Famiglia Cristiana cerca di smontare sin dall'inizio: «Oggi nel mondo ci sono 232 milioni di persone che vivono in un paese diverso da quello natìo.  A questa categoria vanno aggiunti 740 milioni di profughi. Sono almeno 30 anni che il 3% della popolazione mondiale vive muovendosi lontano da proprio luogo d'origine. In questi anni la percentuale è rimasta invariata perché è cresciuto il numero di profughi, ma è cresciuta  anche la popolazione mondiale nel suo complesso. Sentiamo dire spesso che non c'è mai stato un fenomeno migratorio come quello attuale. Potremmo al più affermare che non ci sono mai state migrazioni che  abbiano interessato noi europei tanto come quelle di questi anni. Ben diverso».

«Ci sono zone del mondo – prosegue Scaglione – in cui migrazioni di questa portata sono da molto tempo la norma: il  Golfo del Bengala è stato attraversato da 90.000 persone nel corso dell'ultimo anno. Nel solo 2005 la polizia di frontiera statunitense ha arrestato 1,2 milioni di Messicani che tentavano di introdursi negli USA. Negli anni successivi i numeri sono scesi leggermente, parlando comunque di un fenomeno di dimensioni decisamente superiori a quello a cui facciamo fronte noi europei oggi. Della Siria si è molto parlato in questi ultimi mesi: un paese che oggi ha 8 milioni di rifugiati su 23 milioni di abitanti. I siriani sono finiti ovunque nel corso di questa guerra: quasi due milioni sono in Turchia. In Libano attualmente un abitante su quattro è un profugo siriano. Partiamo dunque da qui: iniziamo a riconoscere che le migrazioni non sono un fenomeno italiano, né europeo, ma mondiale».

 

L'età: un continente giovane e povero  e uno vecchio e ricco

Ci sono alcune questioni “strutturali” di cui la politica europea oggi non parla o, peggio, non sa. In primo luogo, il tema della disparità anagrafica e di reddito: «Osserviamo l'età media dei paesi di tutto il mondo: i cinque paesi con l'età media più giovane sono tutti in Africa, sono Niger, Uganda, Mali, Malawi, Zambia e l'età media lì è di 15-16 anni. In Italia l'età media è di 44. Siamo terzi dopo Giappone e Germania, dove l'età media è di 46. L'aspettativa di vita media in Africa è di 58 anni, da noi di 88. La percentuale di quelli con più di 65 anni in Europa, in quarant'anni,  è passata dall'8 al 20%; la percentuale di quelli che hanno meno di 24 anni è passata dal 46 al 25%. Con differenze non rilevanti nelle varie regioni del Vecchio continente. Siamo di fronte, insomma, a due vasi comunicanti, l'Africa e l'Europa,  uno pieno di ragazzini poveri, l'altro di vecchi ricchi: ci si può realmente stupire se i primi si spostano verso le terre dei secondi?

In Medioriente la situazione non è diversa: i giovani tra i 15 e i 21 sono 1/3 dei 350 milioni di persone che popolano la regione, con l'aggravante del tasso di disoccupazione: il 90% dei giovani che ha un titolo di studio è oggi senza lavoro. Questi ragazzi li abbiamo ritrovati tutti dentro i movimenti che diedero origine alle cosiddette Primavere arabe».

 

IMMAGINE 1

 

La crisi economica e quella alimentare

Le politiche economiche speculative dell'Occidente hanno la loro importante quota di responsabilità e sono alla base di molte delle partenze che avvengono oggi dall'Africa: «La crisi alimentare 2007-2008 rappresenta un altro fattore importante di cui si parla poco: tra marzo 2007 e aprile 2008 i prezzi sul mercato mondiale di grano e riso sono cresciuti rispettivamente del 77% e del 18%. L'aumento del prezzo di questi due pilastri alimentari ha innescato ovviamente un incremento dei prezzi di tutta una serie di prodotti derivati, gettando molte persone nel dramma.

La crisi alimentare non è arrivata di colpo, ma è stata preparata nei decenni:  le grandi corporation dell'agroindustria, quasi tutte occidentali, su richiesta dei mercati consumatori del nord, hanno spinto sempre di più su monocolture interamente dedicate all'esportazione, annichilendo così le forme di agricoltura tradizionale, che erano principalmente orientate alla sussistenza delle popolazioni locali. Le grandi quantità di prodotti monocolturali che giungevano sul mercato occidentale hanno fatto crollare i prezzi mettendo in ginocchio i produttori, rimasti senza fonti economiche e alimentari integrative.

Alla crisi alimentare va affiancata la crisi finanziaria che, non a caso, si è propagata negli stessi anni. I grandi operatori del mercato dei prodotti finanziari, presagendo la crisi, nel 2007 iniziarono a ritirare di colpo migliaia di miliardi di dollari di prodotti finanziari dal mercato. Grandissima parte di questi liquidi venne rinvestita in quelle che vengono definite “commodities”, ovvero nelle borse dei generi alimentari. Una massa di denaro speculativo si è riversato dal mondo dei prodotti finanziari a quello dei prodotti agricoli. Risultato: i grandi operatori del mercato agroalimentare hanno visto crescere in un biennio  il loro fatturato anche del 45%».

 

Invasione?

Di ragioni per lasciare i Paesi d'origine i migranti ne hanno da vendere, e molte possono anche imputarcele. E noi come reagiamo? Secondo Scaglione, piuttosto male. Questo anche per via di politica e media che agiscono con scarsa responsabilità. «Dove finiscono i migranti su scala mondiale? Questo 3% della popolazione mondiale che vive lontano dalle proprio zone di origine? Ci sono 10 paesi nel mondo che da soli ospitano il 50% dei migranti complessivi. Non c'è l'Italia tra questi, nonostante sia ancora oggi l'8° potenza industriale del mondo.

L'UE nei giorni scorsi ha fatto i conti e ha stabilito che entro il 2017 arriveranno circa 3 milioni di richiedenti asilo. Se la metà di questi verrà accolto - cosa che normalmente non succede – e considerando che la maggior parte di quelli che arrivano sono in età da lavoro, la forza lavoro in UE aumenterà dello 0,7% complessivamente.  Ricorderete bene le polemiche sul fatto che “ci portano via il lavoro”. Le Pen padre arrivò al ballottaggio delle presidenziali in Francia sulla base dell'incubo “dell'idraulico polacco”! Oggi i polacchi credo stiano infinitamente meglio a casa loro e di idraulici polacchi in Francia non se ne sono visti. Ma così funziona, questa è la moneta corrente del dibattito politico contemporaneo.

A fine 2017 quando i tre milioni previsti saranno arrivati l'aumento della popolazione dovuta ai fenomeni migratori sarà dello 0,4%. Questa è la dimensione dell'“invasione”».

 

IMMAGINE B

 

Eurabia?

«Uno degli altri cambiamenti che sono stati molto agitati e propagandati davanti allo sguardo di un'opinione pubblica sotto “stress mediatico” è quello inerente l'invasione islamica. Vediamo anche in questo caso se si tratta di una mutazione reale o di uno dei fantasmi immaginari costruiti in questi anni.

Osserviamo l'immagine 2 che mostra quale sarà la percentuale di musulmani in diversi paesi dell'UE: in Italia nel 2010 i musulmani erano il 3,7%, nel 2050, se i flussi resteranno inalterati, la percentuale dovrebbe arrivare al 9,5%. Senza migrazioni saremmo comunque al 7,2%. L'apporto delle migrazioni vale  quindi solo per il 2,2%.  9,5% è tanto? E' l'Eurabia che ci ha prospettato la Fallaci? Mi pare di no».

 

IMMAGINE 2

 

Di quale identità parliamo?

I problemi per Scaglione, quando parliamo di difendere le nostre radici cristiane, vengono dall'interno e non sono certo frutto dell'islamizzazione europea.

«Vediamo cosa succederà in termini assoluti alla popolazione mondiale in termini di proiezioni. Intanto, se i trend verranno confermati, al 2050 saremmo complessivamente 9,3 miliardi di abitanti: 35% in più rispetto al 2010. Nello stesso periodo il numero di cristiani nel mondo crescerà proporzionalmente del 35%, mentre il numero di musulmani del 75%. Se le cose andranno così nel 2050 avremo una sostanziale parità tra i numeri assoluti di cristiani e musulmani: ad oggi la comunità cristiana è più vasta. Questo pareggio avverrà per due ragioni: i musulmani fanno più figli e sono più giovani. Il tasso di fertilità nelle famiglie musulmane è di 3,1 figli per donna e in quelle cristiane di 2,7%. Tra i musulmani la popolazione sotto i 15 anni è del 34%, per i cristiani del 27%.

Poi c'è un'altra ragione su cui noi cristiani faremmo meglio a interrogarci: le proiezioni indicano per i musulmani un guadagno netto di fedeli, mentre per i cristiani una perdita di quasi 67 milioni di persone. Questi sessanta milioni di persone abbandoneranno la loro identità cristiana, ma noi non ci interroghiamo, siamo tutti preoccupati dal fatto che in Europa, nel 2050, ci sarà un 10% di popolazione musulmana.  Ulteriormente, non che conti molto, ma per onestà intellettuale, sarebbe opportuno specificare che su scala mondiale sono molti di più i cristiani che migrano: tra il 2006 e il 2015 il 46% degli spostamenti era cristiano e il 30% musulmano».

 

IMMAGINE 3

IMMAGINE 4

 

Il fenomeno per la coda

Il vicedirettore di Famiglia Cristiana concentra poi la sua analisi sulle risposte della politica italiana ed  europea, risposte – secondo il suo punto di vista - inadeguate  perché pretendono di risolvere il fenomeno cercando di coprire i suoi sintomi più superficiali. «Le migrazioni sono per noi incarnate dall'eritreo e dal somalo che sbarcano a Lampedusa. Niente di più deleterio: quando questo sbarco avviene  il processo di migrazione è già al termine. Uno dei luoghi comuni degli anni passati - quante volte l'ho letto sul forum di discussione di Famiglia Cristiana - era questo: “loro arrivano al largo delle nostre coste perché sanno che noi con l'operazione Mare Nostrum andiamo a prenderli”. Risultato: abbiamo chiuso l'operazione Mare Nostrum, non andiamo più a soccorrere le persone in mare e ne muoiono più di prima; il numero dei migranti in arrivo è comunque stabile. Pensare di risolvere il fenomeno ostacolandolo alla fine del percorso è un atteggiamento irrazionale».

Su Vorrei avevamo già analizzato, grazie al contributo di Enrico Casale, i lunghi percorsi di migrazione a cui sono oggi costrette molte persone dell'Africa centrale, Scaglione sottolinea: «chi sa che dovrà superare dozzine di ostacoli ben prima di arrivare alle coste dell'Africa settentrionale, non si fa condizionare in alcun modo dalle dichiarazioni dure o morbide dei politici europei. Partirà comunque, perché non ha altra scelta. Giovani che devono resistere alle guerre, a regimi autoritari difficili da cambiare, a difficoltà lavorative. Come si fa a non capire che finché non si pone rimedio ad alcuni di questi problemi strutturali questi giovani, ad ogni costo, proseguiranno a partire?».

 

IMMAGINE 5

 

 

Li accogliamo tutti?

Difficile pensare di risolvere il problema vincolando i traffici del Mediterraneo. Eppure attualmente le nostre politiche migratorie si limitano a questo. «L'Italia ha una delle leggi sull'immigrazioni più restrittive che ci siano. Quando si dice “accogliamo tutti” raccontiamo una frottola, perché la legge Bossi-Fini, ancora in vigore, non è permissiva, si proponeva e si propone semplicemente di tenere alla larga i migranti con ogni mezzo. Il migrante, secondo le norme, prima di venire in Italia dovrebbe essersi già trovato un posto di lavoro: una prospettiva realistica quanto quella di un nostro imminente sbarco su Marte. Una legge fatta per tenere lontano chiunque, che non guarda in faccia a nessuno, al giovane statunitense di belle speranze e all'eritreo che scappa dal suo regime.  Una legge che agisce, perché gli organi di sicurezza si muovono in base alle regole vigenti: nel 2014, in Italia, abbiamo avuto 25000 espulsioni.

Nel 2014 l'UE ha accolto 650.000 persone, ma ne ha respinte 400.000, un saldo positivo di 250.000 individui su una popolazione totale di più di 500 milioni di abitanti. Questi sono i modesti termini di quello che siamo soliti definire come “invasione”. Naturalmente è arduo il compito di stabilire quale migrante abbia diritto a una protezione internazionale e quanti siano solo migranti economici. Specie davanti a quei fattori strutturali citati prima, che spesso rendono difficili molte situazioni di vita in quei paesi».

 

Effetti concreti

«L'arrivo di migranti nel nostro paese ha una storia lunga abbastanza da valutarne i primi effetti. Un recente report pubblicato dalla Fondazione Moressa ha evidenziato ad esempio che i contributi previdenziali versati dai 2,3 milioni di lavoratori immigrati in Italia mantengono già oggi  620.000 dei nostri pensionati; gli immigrati con contratti regolari di lavoro hanno versato nell'ultimo anno 10 miliardi di euro di contributi previdenziali. Sono giovani, tutti in età da lavoro e hanno lunghe carriere lavorative davanti. E' fondamentale dare la possibilità di regolarizzare la propria posizione».

Un altro dato concreto è quello sui tassi di urbanizzazione, negli ultimi anni i flussi migratori hanno confermato la tendenza allo spostamento a senso unico dalle aree rurali a quelle urbane: «Nel Rapporto mondiale sulle migrazioni dello scorso anno  - sottolinea Scaglione – si conferma il trend costante progressivo dell'urbanizzazione. Già oggi il 54% della popolazione vive in città e ogni settimana, nel mondo, 3 milioni di persone si stabiliscono dalla campagna nelle città. Le nostre pianificazioni dovranno tenerne conto».

Da ultimo, il pesantissimo nodo delle perdite umane: «Inutile commentare poi il dato di fatto più drammatico, basta l'immagine riportata di seguito, elaborata dall'UNHCR poche settimane fa: la mappa di chi non è mai arrivato. Nel 2015 sono arrivati meno migranti, ma ne sono morti di più. Il picco degli arrivi in Grecia, il paese più investito.  In Italia sbarchi soprattutto di persone di Eritrea, Nigeria, Sudan e Siria. Difficile sostenere siano migranti economici. Chi scappa da questi paesi ha indiscutibili motivazioni alle spalle».

 

IMMAGINE 7

 

Per concludere: informazione e senso

«Il quadro che volevo trasmettervi è quindi questo: credo abbia pochissimo senso l'informazione che ci viene quotidianamente distribuita sul tema, così come credo che non si possa affrontare razionalmente il fenomeno trattandolo dalla cima e non dalla base. I migranti di Lampedusa sono solo il sintomo finale di un processo molto lungo, intervenire costantemente  sull'ultimo anello della catena significa che non solo il problema non lo abbiamo risolto, ma non lo abbiamo nemmeno riconosciuto, non l'abbiamo compreso. Avere meno morti e arrivi sulle nostre coste è possibile  provando a lavorare sulle questioni strutturali citate all'inizio, nei luoghi di origine. Le dichiarazioni fatte dalla società e dalla politica europea qui, che risuonano solo qui, valgono poco più di strilli nel vuoto».

Per approfondire:

UNHCR - Global Trends - 2014

Missing Migrants Project

La foto di apertura è tratta da www.lindro.it

Gli autori di Vorrei
Alfio Sironi
Author: Alfio SironiWebsite: alfiosironi.wordpress.com

Mi occupo di tematiche geografiche dentro e fuori la scuola.

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.


Untitled Box

Su Vorrei.org utilizziamo i cookie perché ci aiutano a migliorare la rivista. Se continui a leggere dichiari di aver capito. Va bene?