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Vorrei | Rivista non profit

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Una lunga intervista sulla cementificazione della città, la Villa Reale e il Parco, Viale Lombardia, l'Autodromo, la biblioteca di piazza San Paolo, i giovani, Renzi e la politica.

 

Alcune associazioni ambientaliste affermano che a Monza, nonostante si sia già troppo costruito in passato, l’Amministrazione stia ponendo le basi perché si costruisca ulteriormente.
Ci sono due questioni distinte. Una è la riqualificazione del tessuto urbano e una il bisogno abitativo. Per dare una risposta alla seconda è necessario costruire nuove edificazioni con caratteristiche completamente diverse dalle attuali.  Per questo stiamo puntando moltissimo sull’housing sociale. Accanto a ciò occorre mettere in gioco lo sfitto presente. Le nostre proposte, come un’Agenzia per la casa, cercheranno di conciliare le esigenze dei proprietari che attualmente non vogliono affittare con quelle di chi cerca.
La riqualificazione del territorio, poi, è fondamentale. In tutti i progetti di recupero delle aree dismesse che stiamo licenziando non c’è solamente edilizia libera, ci sono spazi verdi rigenerati in aree che sono fondamentalmente inquinate. Non considerare che nel recupero delle aree dismesse c’è anche un recupero ambientale significa non voler affrontare la questione. Posto che sono aree private, qual è l’alternativa? Che continuino a rimanere lì così come sono? Diventano zone di degrado e così facendo il consenso sociale si sposta verso la speculazione, perché i cittadini che abitano difronte a un’area abbandonata preferiscono che ci si costruisca su una casa.
Ad alcune associazioni ambientaliste dico di non fare di tutta l’erba un fascio.  Questo è il momento di prendere decisioni, altrimenti il rischio è che si crei un consenso opposto a quanto loro — e anche io, se permettete — vogliamo portare avanti.

Case: ci sono sempre più alloggi sfitti e allo stesso tempo aumenta il bisogno. A noi non basta prenderne atto.

Ma non ce sono già troppe di case?
È una verità. Ci sono 4.000 alloggi sfitti. A Monza come in tutta la Lombardia c’è una forbice che si allarga sempre di più: ci sono sempre più alloggi sfitti e allo stesso tempo aumenta il bisogno. A noi non basta prenderne atto. Cerchiamo di mettere in campo strumenti come l’Agenzia della casa. Perché i proprietari non affittano? O è una questione di natura speculativa, e in quel caso quello che possiamo fare è aumentare al massimo l’aliquota per loro (come abbiamo già fatto), o è una questione di preoccupazioni: non so se l’inquilino mi paga l’affitto, non so se alla scadenza lui se ne andrà e infine non so in che condizioni mi lascerà la casa.
Quello che stiamo facendo è costituire un elemento di intermediazione, dotato di un fondo, che consenta di intercettare almeno una parte di quel bisogno abitativo.
In definitiva quello che stiamo facendo è favorire l’affitto, diminuire al massimo l’edilizia libera e indirizzare le nuove costruzioni verso funzioni come l’housing sociale, il canone a riscatto, patti di futura vendita; soluzioni innovative per Monza.

L’attrito con le associazioni ambientaliste forse nasce dalla questione Esselunga di via Lecco.
In quel caso un privato ha acquistato dal Comune a un prezzo elevato un’area libera ma da sempre destinata a uso industriale. Non si può tirare una riga e dire da un giorno all’altro che quell’area deve restare libera o diventare agricola. Lo possiamo pure fare, ma sanno tutti che in una causa il privato vincerebbe, potrebbe costruire e noi dovremmo pure dargli dei soldi.

Quando sarà licenziato il nuovo Documento di piano?
Dovendo adeguare anche il Piano delle regole e il Piano dei servizi, nei primi mesi del nuovo anno saremo pronti ad aprire la procedura e il confronto.

Siete soddisfatti del risultato ottenuto in superficie per il tunnel di Viale Lombardia?
Sì, se pensiamo a quello che sarebbe stato! Se pensiamo al progetto inizale dell’Anas, chi mai avrebbe immaginato che ci sarebbero state due piste ciclabili. Io rivendico questo lavoro. Adesso dobbiamo farlo vivere, perché merita una “riappropriazione”. Edicole, chioschi, bar, una festa di quartiere in primavera, mercatini a tema. Così come devono tornare a vivere le attività commerciali e le case che vi si affacciano.

Davanti all’Ospedale San Gerardo si è sottratto un altro pezzetto di verde.
Come ho sempre fatto, io continuo ad esprimere tutta la mia perplessità sul progetto e non solo perché ha invaso uno spazio verde. Ma lì sarebbe stato come andare contro un treno in corsa. Ancor più mi preoccupa la gestione della fase due, quando dovranno svuotare un settore per volta per i lavori di ristrutturazione. Il rischio è che l’ospedale si dequalifichi, che le famiglie preferiscano andare altrove. Purtroppo la precedente amministrazione con l’ospedale ha preferito questa soluzione e ormai non era più possibile fermare tutto.

Nell'area dell'ospedale vecchio sorgerà la cittadella del Comune, con tutti gli uffici

Invece sull’area dell’ospedale vecchio cosa succederà?
Stiamo faticosamente concludendo la rivisitazione dell’accordo di programma, dimezziamo le volumetrie previste originariamente e modifichiamo radicalmente le destinazioni d’uso. Quello che rimane per metà sarà housing sociale. Già mi aspetto critiche anche lì, ma intanto quella è probabilmente la più grossa operazione di housing sociale in Lombardia e la fa la Regione, che porterà a  casa meno della metà di quello che aveva previsto. Anche questa è una dimostrazione di come con una Amministrazione comunale molto determinata si possono ridurre gli appetiti speculativi e finanziari.

È possibile pensare lì dentro ad un campus della creatività, con co-working, atelier, gallerie, fab-lab?
Quello lo stiamo pensando altrove. Lì c’è una inevitabile riduzione degli spazi universitari, ma una parte rimarrà comunque dedicata a formazione post-laurea sull’economia sanitaria; il resto vogliamo che diventi una cittadella del Comune, con tutti gli uffici concentrati. Adesso sono disseminati, con costi incredibili. Abbiamo stimato risparmi gestionali altissimi. In più c’è il vantaggio della vicinanza della caserma della Polizia locale. Al Palazzo di piazza Trento e Trieste resterebbero le funzioni di rappresentanza.

Di che tempi parliamo?
Già a gennaio potremmo esserci con la modifica dell’accordo di programma, si va poi in Consiglio comunale per la ratifica. Poi i bandi. Si può immaginare che nella seconda metà dell’anno comincino i lavori.

E gli ambulatori rimarrebbero?
Sì, il presidio sanitario resterebbe.

 

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La firma dell'intesa con le scuole monzesi per “Io lavoro e penso a te”, l'assessore al Bilancio Debora Donvito, il Sindaco e l'Assessore all'Istruzione Rosario Montalbano

 

Con i tagli ai trasferimenti agli enti locali e con la spending review a quanto ha dovuto rinunciare Monza?
Come Amministrazione, grosso modo, abbiamo a disposizione 12 milioni in meno rispetto alla precedente. Ma il problema è il fardello che abbiamo trovato: 8 milioni di spese non coperte, per cui lo sforzo sostenuto in questi due anni è di circa 20 milioni.

Nel concreto a cosa si è dovuto rinunciare?
Alla manutenzione ordinaria, com’è ahimè visibile e non solo a Monza. Ma c’è stato un processo di tagli e ottimizzazione delle spese che va da elementi minori come le auto blu fino all’unificazione delle figure del Segretario e del Direttore in una e con uno stipendio inferiore a quello di una sola delle due figure. Abbiamo un numero di dirigenti inferiore, abbiamo rinunciato ai consulenti, abbiamo rinegoziato i contratti di telefonia, abbiamo azzerato Scenaperta, ridotto all’osso i consigli di amministrazione e tagliato i compensi. Tutte cose non visibili all’esterno che ci hanno permesso di compensare in parte la diminuzione di risorse disponibili. Abbiamo recuperato i tempi di pagamento ai fornitori, tornando nella media.
Abbiamo rivoltato come un calzino l’organizzazione di questo Comune avviando anche un sistema di controllo della gestione che prima non c’era e con risorse tutte interne. Siamo ora  in grado di monitorare tutti i progetti e di restituire alla città un resoconto oggettivo di come vengono impiegati i loro soldi.

Cosa è più in affanno?
Gli investimenti. Se non ci sono i soldi è impossibile. Nonostante ciò abbiamo appena lanciato un piano da 8 milioni destinati alle scuole. Le scuole sono e restano la nostra priorità.

Il Presidente della Giunta regionale Maroni ha parlato di 20 milioni che potrebbero essere destinati al Parco di Monza parlando però sempre e solo dell’Autodromo. Dobbiamo rassegnarci a pensare che per la Regione il Parco sia solo la pista?
Assolutamente no. Maroni ha dichiarato che vorrebbe investire anche nel Parco, per poterlo fare vorrebbe condividere la proprietà così come successo con la Villa Reale. Quindi l’ha chiesto al Comune di Monza e a quello di Milano. Ovviamente se un soggetto pubblico fa la proposta io dico va bene. Ma sin dall’inizio ho detto che gli investimenti vanno fatti sulla quota di proprietà, quindi sul Parco. C’è, è vero, una esigenza urgente dell’autodromo, ma è quella di mettere mano alla manutenzione straordinaria non di convincere Ecclestone a non portare via la Formula 1. A quella dovrà pensare la concessionaria.
L’impegno di Regione Lombardia sarebbe pluriennale e non solo per l’Autodromo e devo dire che su questo, da parte di Maroni, non c’è mai stata opposizione. Adesso però c’è la strumentalizzazione politica.

Se il Gran Premio di Monza resta o meno dopo il 2016 è affare del gestore, che deve trovare soldi o motivazioni per convincere Ecclestone.

Cioè?
Con l’entrata nella proprietà del Parco della Regione, anche se non c’è un passaggio di azioni o di denaro,  la legge stabilisce che l’imposta di registro sul valore del trasferimento sia pagata ugualmente. Facciamo conti grossolani: diciamo che il Parco vale 200 milioni, il 30% equivale a 70 milioni, l’imposta sarebbe di 7 milioni. Con Pisapia e Maroni abbiamo inviato una lettera a Renzi chiedendo la neutralizzazione fiscale, cioè di non pagare l’imposta di registro. Questa cosa era stata messa nella legge di stabilità ma sappiamo tutti come sono andati a finire quelli che Renzi ha chiamato “emendamenti marchetta”. Apriti cielo! Ecco la strumentalizzazione politica della Lega: Renzi contro il GP. Non c’entra niente. Se il Gran Premio di Monza resta o meno dopo il 2016 è affare del gestore, che deve trovare soldi o motivazioni per convincere Ecclestone.
Io, anche pubblicamente, ho detto a Maroni che la Regione già in passato ha finanziato il Parco con la legge 46/90, per cui si potrebbe attivare un meccanismo analogo. Lui dice di no, che deve poter intervenire su qualcosa che sia di proprietà della Regione, così come è stato fatto con la Villa Reale. Da proprietario può investire. Da questo punto di vista non ha torto.

Quindi ora che succede?
Vediamo di capire bene. Il polverone scenderà e vedremo se esistono altri strumenti per arrivare allo stesso risultato: soldi per finanziare il Parco. Chiaramente deve esserci la volontà politica. Monza e Milano l’hanno dimostrata, la Regione anche ma se tutto diventa una strumentalizzazione politica, chiaramente la cosa si complica.

 

steve mc carry monza by antonio cornacchia 000

Roberto Scanagatti con Steve McCurry

 

Milano continua a latitare?
No, abbiamo un ottimo rapporto ed è presente. Abbiamo rinsaldato un rapporto che di fatto non c’era. Questo è un merito di quel Consorzio che alcuni avrebbero voluto ridotto ad ameba. Invece il Consorzio è un soggetto attivo, che è riuscito a modificare alcuni indirizzi per le attività della Villa Reale, che impedisce passi falsi come quello di Halloween (una festa in Villa poi saltata, su cui a fine ottobre è nata una polemica in città, Ndr), che promuove la mostra di De Chirico al Serrone, è Accademia+ per la realtà aumentata, è quello che ha rinegoziato tutti i canoni per le affittanze nel Parco e sta imbastendo il recupero delle cascine.

Villa Reale: nei fatti però un Comitato scientifico c’è già: la Soprintendenza.

C’è chi però lamenta l’assenza di una regia generale, di una visione di insieme sul complesso Parco Villa e invoca la presenza del Comitato scientifico previsto dallo statuto del Consorzio.
Il Consorzio segue e controlla tutto quello che si fa. Le mostre di McCurry e quella per l’Expo vengono discusse con noi. Piuttosto c’è un problema di crescita. Con l’esplosione delle attività della Villa Reale, il Consorzio si ritrova con poco personale. Quanto al Comitato scientifico c’è da considerare che non è previsto alcun compenso (e così non è facile coinvolgere personalità di peso) e per come è delineato dallo statuto, è un supporto al direttore in buona sostanza. Nei fatti però un Comitato scientifico c’è già: la Soprintendenza. È il soggetto che sta guidando tutto quello che accade lì dentro.
Io non dico che non dovrà esserci un Comitato scientifico, ma cerchiamo di andare per gradi. Cerchiamo di capire come mettere lì dei ruoli, delle persone che siano davvero un valore aggiunto.

Si può pensare ad un momento, un luogo di confronto con e nella città sugli orizzonti più ampi e non su quello che accade giorno per giorno, mostra per mostra? Io credo che le sollecitazioni maggiori arrivino più su questo aspetto.
Su questo sono d’accordo. Con l’Expo di mezzo sarà difficile pensarci nei prossimi mesi, ma un ragionamento su come varare un master plan dell’intero complesso Reggia di Monza andrà fatto. Non c’è mai stato ma sono il primo a dire che sia necessario. Vorrei un confronto molto aperto e senza la necessità di pensare a chissà che, perché sono d’accordo con chi rivendica il diritto di vivere il Parco per il Parco.

Questo potrebbe ridare alla città il peso che le spetta. Perché nel vuoto poi ognuno in passato ha fatto quello che ha voluto, per esempio l’Autodromo.
Certo, anche se devo confessare che da quando sono Presidente del Consorzio mi rendo conto che i problemi del Parco non sono legati al Golf, all’Autodromo come molti di noi immaginavano. Loro bene o male i lavori li hanno sempre fatti, il canone lo pagano (si può essere d’accordo o meno sulle concessioni). Il resto era un disastro.

Ci fanno notare una certa confusione sui biglietti per visitare la Villa e tutto quello che c’è al suo interno.
Al momento, con la mostra di McCurry in corso, per visitare tutto c’è il biglietto cumulativo di 18 euro. Appartamenti reali e Museo del design incluso. Dopo e senza la mostra sarà probabilmente di 12. Per visitare solo gli appartamenti il biglietto è di 10 euro. Il Serrone è a parte.

Molta gente crede che l’operazione Villa Reale sia tutto merito del privato.
Questo è profondamente sbagliato. Credo che in parte derivi dal non voler valorizzare i risultati positivi che si sono ottenuti. Dalla contrapposizione. Con chi? con il privato e con tutto quello che ha fatto. In realtà lì il privato ha preso 20 milioni di euro da Regione Lombardia. Poi certo ci metterà 5 milioni nel corso degli anni e curerà la manutenzione. Ma i 20 milioni sono pubblici.

Cosa che su Vorrei continuiamo a sottolineare da anni.
Bisogna uscire dalla logica di “contrapposizione” per valorizzare il ruolo del pubblico e, se mi è consentito, di chi ha cercato di mediare rispetto alla situazione di prima. Il ragionamento è, sempre di più, come dare un senso di carattere pubblico al bene e come collegare la Villa alla città.

A questo proposito è facile notare come l’Isa, o meglio il Liceo artistico Valentini, sia tagliato fuori da quanto accade nella Villa Reale. Anche all’inaugurazione del Design Museum a parte un tuo accenno e l’intervento di Anty Pansera, non ha trovato molto spazio.
Intanto rivendico di aver posto un punto fermo appena eletto: l’Isa rimane in Villa Reale e  questo non era affatto scontato fino a quel momento. Detto questo, vediamo ora di portare a casa il finanziamento per rimettere a posto la sede. La Giunta regionale si è di recente riunita qui a Monza e il primo punto all’ordine del giorno è stato proprio sulla questione Isa. Uscendo dalla rivendicazione sugli spazi fisici, è fondamentale trovare il modo in cui l’Isa possa tornare a dialogare in maniera diretta con la Villa. In una parte dell’ala nord (quella ancora da restaurare, Ndr) io vedrei un centro di alta formazione legata al design e al restauro, il cui legame con l’Isa sarebbe naturale. Chi potrebbe curarlo? Non so, una fondazione, anche una realtà privata, visti per esempio i rapporti con Autodesk e con Cisco. Sta anche all’Isa trovare le forme, i modi.

Si parla di 600.000 euro per la mostra dell’Expo. Non è uno sproposito in tempi di vacche magre? La città potrebbe produrre cultura per mesi con quei soldi.
Questo è un ragionamento che non vale. Le grandi mostre hanno costi importanti.

Sono contrario alle mostre civetta. Lo abbiamo visto a Brescia, a Treviso come va a finire.

Qual è a proposito il tuo punto di vista sulle grandi mostre?
Sono contrario alle mostre civetta. Lo abbiamo visto a Brescia, a Treviso come va a finire.

Passate le mostre, rimane il deserto.
Qui si sta facendo altro. Si è costituita una società in cui troviamo il concessionario e Civita, cioè il maggior organizzatore di mostre in Italia. Un soggetto presente con continuità, il che significa che la produzione può partire da qui. Ovviamente costa di più. Oltre Regione Lombardia con i 600.000 euro, contribuiranno anche il ministero e il concessionario stesso.
Ma attenzione, sono costi che devono rientrare. Sono un investimento. Con McCurry si sta facendo un test. McCurry va in pari con circa 70.000 visitatori, la mostra dell’Expo con 100.000.

Va bene, dal punto di vista economico l’operazione ha una sua logica. Ma c’è un ritorno non economico? Ha più senso fare mostre enormi oppure tante operazioni capillari che fanno crescere il tessuto culturale cittadino e territoriale?
La dimensione delle mostre in Villa Reale non può che essere quella. Poi stiamo cercando di capire come collegare la mostra alla città, all’Arengario, al Museo. Come diffondere l’appuntamento sul territorio. E in un modo che renda sostenibile quella operazione.

Non corriamo il rischio Linea d’ombra insomma.
Assolutamente.

 

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La mostra di Steve McCurry in Villa Reale a Monza

 

A che punto siamo con la Biblioteca in piazza San Paolo?
La situazione che abbiamo trovato è pazzesca, un Accordo di programma secondo cui dovremmo costruire la caserma della Guardia di Finanza più l’Ufficio unico delle entrate e non abbiamo i soldi nemmeno per la sola caserma. Faticosamente stiamo rivedendo tutto e pensiamo di chiudere nel mese di gennaio. Finalmente entreremo in possesso dell’edificio, a quel punto bisognerà trovare i soldi per farne una biblioteca. Perché è vero che la precedente amministrazione ha fatto il progetto (che io non ho ancora visto) ma non c’è nemmeno un quattrino. Probabilmente potremo intervenire, almeno in parte, sempre nell’ambito dell’Accordo dell’ex IV novembre. Lì c’è un’area di cui entriamo in possesso e attraverso la sua valorizzazione vedremo di trovare i soldi per la caserma della Guardia di finanza e in più una parte significativa dei fondi per la biblioteca.

Parliamo di un paio di anni?
Come minimo. Di promesse in questo momento non ne faccio. Quel rudere grida vendetta e sono il primo a dirlo, dovremo dargli una sistemata ma per coerenza vengono prima le scuole, le strade e i marciapiedi.

Si dice che Monza non sia una città per giovani.
È molto vero, soprattutto giovani di una certa fascia e di una certa età. Si è persa una grande occasione per il progetto della Giunta Faglia sull’area dell’ex macello. Un project financing già assegnato che prevedeva spazi di aggregazione, sale prova per la musica eccetera. Chi è venuto dopo (la Giunta Mariani, Ndr) ha gonfiato come una rana il progetto al punto da cedere aree edificabili. Siamo in contenzioso con la società che di fatto non ha realizzato quello che doveva fare. C’è una causa, vedremo come finisce. Dopo di che rientreremo in possesso dell’area e torneremo a parlarne. Ci vorrebbe qualche idea importante perché quella è un’area davvero strategica.

Cosa vedi nel futuro della Provincia di Monza e Brianza?
Rischia di essere una grande occasione perduta. La legge Delrio dice che le vecchie province per come le conoscevamo vanno dimenticate e ha dato un grande ruolo ai sindaci e agli amministratori. Le province possono diventare i consorzi dei comuni, il luogo dove possono cooperare fra di loro. Un’occasione straordinaria per modernizzare il paese e la burocrazia. Collaborare, cooperare, mettersi a sistema, creare degli ATO (Ambito Territoriale Ottimale, Ndr) sui rifiuti, sui trasporti. Penso ad una centrale acquisti provinciale grazie alla quale anche i comuni piccoli possano spuntare prezzi vantaggiosi.

E perché potrebbe essere un’occasione mancata?
Perché con il taglio del 50% del personale di cui si sta parlando, il rischio è che si faccia una riforma partendo dalle risorse disponibili e non dagli obiettivi. Tutte le province rischiano di andare in default.

 

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Roberto Scanagatti, Margherita Brambilla, Marta Galli, Roberto Escobar e Roberto Rampi

 

La sinistra oggi è Renzi? Quella che fa quanto lo stesso Berlusconi non ha fatto in venti anni con l’abolizione dell’Articolo 18 e attacca la magistratura.
La sinistra ha una colpa, quella di non aver capito che questo Paese andava ammodernato quando ancora era possibile, negli anni Ottanta. Ora i conti li dobbiamo fare, non si possono eludere. Da questo punto di vista Renzi è di sinistra perché non si ferma all’esistente. Io non condivido la sua idea di superamento dei corpi intermedi. I sindacati hanno colpe come tutti, partiti, magistratura, le rappresentanze, forse anche la Chiesa. Ma non è vero che i sindacati tutelino gli interessi di pochi, ma di milioni e milioni di lavoratori. E cosa c’è di male in questo?
È vero che oggi, alla luce dei cambiamenti della società, questi criteri di tutela e rappresentanza sono venuti meno ed è anche frutto della crisi dei sindacati. Ma credo che questa questione i sindacati se la siano posta.

La sinistra deve rassegnarsi ad essere questo?
La sinistra non deve mai rassegnarsi. Però non deve essere nemmeno nostalgica di se stessa. Renzi è in sé un fenomeno ma non mi pare neppure corretto il sillogismo con Berlusconi.

Se i modelli di società sono gli stessi per tutti e due è difficile vedere differenze.
Uno ha sempre sostenuto che dello Stato si può fare a meno.

Classica visione di destra, quella di Reagan o della Thatcher.
Renzi non lo ha mai detto, anzi rivendica un ruolo dello Stato e la vicenda di Terni è emblematica. Se lo avesse fatto un figlio della sinistra, apriti cielo! Nei comportamenti, negli atteggiamenti, negli slogan la differenza è quasi nulla. Ma alla fine per Berlusconi lo Stato è un impiccio, per Renzi un elemento su cui fondare una prospettiva.

Ma a te non sembra che tutto si sia spostato a destra?
Dagli anni Novanta ci è cresciuta intorno un’erba così alta da impedirci di vedere cosa stesse succedendo. I diritti dei lavoratori non li sta mettendo in discussione Renzi ora, da dieci anni a questa parte nelle aziende non puoi più parlare, le condizioni di lavoro sono quelle che sono, i licenziamenti sono all’ordine del giorno.

E a chi spetta allora bilanciare?
Quando Renzi dice che a lui non spetta fare trattative, ma spetta il compito di porre le condizioni per lo sviluppo in questo Paese, che è il sindacato che deve tutelare i diritti dei lavoratori, dice una cosa vera. Dice quello che c’è nella Costituzione.

Quindi non c’è alternativa. L’unica possibilità è mitigare.
La mia posizione è questa: all’interno del PD chi non condivide le posizioni di Renzi ha l’obbligo di fare una battaglia all’interno. In modo da tenere la barra su posizioni progressiste.

Quali sono gli spazi della politica oggi?
Non ci sono. Ci sono i talk show, i titoli. Tutti elementi di immagine dove non c’è più il contenuto. Il dibattito è sulla forma. Però se dai opportunità, come con “Pulizie di Primavera” e “Io lavoro e penso a te” (due iniziative di volontariato civico a Monza, Ndr),  la partecipazione cresce in maniera incredibile. E non è la supplenza alla politica. È che i cittadini sono disposti a fare qualcosa per il bene comune.

Non sono forbici che si allargano? Da una parte la gente che vorrebbe far qualcosa per il bene comune e dall’altra, quella politica, un allontarsi.
In questo momento la politica non è una risposta. Non è in grado di farlo. Ed è molto pericoloso.

Certo, quando ci sono i vuoti…
Quando ci sono i vuoti vengono fuori fenomeni inquietanti. Quando si taglia sui comuni, si rischia di far venire meno gli unici elementi di coesione sociale, perché è l’istituzione più vicina ai cittadini. Puoi togliere le province, le regioni, fare una sola camera, ma prova a togliere i comuni!

 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Mi chiamo Antonio Cornacchia, per gli amici Ant (nel senso di formica). Sono art director e designer della comunicazione, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Come esperto di comunicazione visiva, curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Studio e realizzo siti web per giornali, istituzioni, aziende, enti non profit.
Dal 2008 dirigo la rivista non-profit Vorrei di cui ho ideato anche il progetto editoriale. Sono giornalista pubblicista dal 1996.

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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