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Indice articoli

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Breve saggio sul paesaggio

Disarticolate meditazioni
attorno ai nuovi modi di esperire lo spazio

 

 

Prefazione

Al di là del titolo, questo non è propriamente un saggio. E’ meglio che ve lo dica subito, prima che siate voi ad accorgervene. E’ questo un compendio di idee, idee che negli anni si sono raccolte attorno ad un tema particolare, quasi raffinato, ma, invero, che ci coinvolge tutti: il paesaggio, lo scenario delle nostre recite, lo sfondo dell’esistere!

L’idea di riassumere e elaborare un breve scritto attorno a questo tema, nasce da una mail ricevuta da un lettore del blog che abitualmente curo. Costui si lamentava del fatto che, da qualche tempo, non trovava più in rete i miei commenti alle vicende del paese (Casatenovo), commenti che a lui piacevano e che si era abituato a veder comparire con una certa frequenza. Inconsapevolmente, questo insospettato seguace (mi sorprendo ogni volta che il pubblico si “materializza”), sottolineando una mia certa latitanza, ha generato un moto prolifico di dubbi e domande. Lui mi chiedeva di raccontare (anche solo descrivendolo) un paese, e io mi accorgevo di avere tra le mani solo ferri vecchi, strumenti passati, inadatti a render conto del paesaggio contemporaneo, anche solo del paesaggio casatese. E’ nata, in quel preciso istante, la primordiale idea di questo “saggio”: volevo fare un’introduzione alla descrizione, alla narrazione del mio paese e dei suoi fatti, son finito a chiedermi attraverso quali strumenti indagare, e attraverso quali regole tradurre, il dato rilevato. Post dopo post (o per voi lettori di carta: paragrafo dopo paragrafo) ho infilato una più o meno lunga digressione, che parte dalle principali, storiche, teorie e dispute sul paesaggio, per arrivare infine a sondare il futuro, cercando nuove lenti per leggere le trasformazioni in corso e quelle a venire.

Il coraggioso che si approccia a questo scritto deve, quindi, tenere presente che il saggio è un saggio breve, un saggio facile, un po’ piacione, che rifugge il citazionismo, nasce su un blog ed è gioco-forza un prodotto 3.0 (categoria che, anche se non vi è immediata, avremo tempo di conoscere).

Dalle mie peregrinazioni sulla carta e sul territorio è, nel susseguirsi dei vari interventi, emersa un’analisi abbastanza semplice: siamo in allerta per via del disordinato cambiamento che ci coinvolge, siamo vagamente spaventati, come ogni qualvolta ci troviamo davanti a qualcosa che non ci è noto e di cui non riusciamo a comprendere le cause prime. Nelle pagine che seguono il tentativo è stato quello di gettare un ponte tra l’uomo e il paesaggio, legando insieme i due elementi e cercando di ipotizzare una possibile chiave di lettura. Capire le trasformazioni del nostro vissuto sociale sembra, pagina dopo pagina, diventare l’unico modo per capire i cambiamenti fisici e il disordine del nuovo paesaggio.

Chiudo questa fin troppo lunga prefazione con doverosi riconoscimenti e una precisazione.

Come detto, questo è un prodotto 3.0, che rifiuta il citazionismo, le nozioni, gli schemi seri: non aspettatevi nessuna bibliografia. L’assenza di riferimenti formali, però, non sta a significare che le idee e le vedute, le regole riassunte, rielaborate, esposte, qui dentro, non abbiano padri con nomi e cognomi.

Ecco, ci tengo a citare quattro testi che, più di altri, hanno particolari crediti nei confronti delle prossime pagine. Sicuramente Paesaggi della Geografia di Maria Chiara Zerbi, da cui è tratto l’abc della geografia umana esposto nelle prime parti; Il Paesaggio come Teatro di Eugenio Turri, che, meglio di tanti altri, sa nelle sue pagine cogliere il nesso tra attore, palcoscenico e spettatore; La Lentezza di Milan Kundera, da cui ho mutuato l’assunto portante delle ultime pagine; infine, I Barbari di Alessandro Baricco, libricino che apertamente ispira l’impostazione e le terminologie contenute di seguito.

Da ultimo, la precisazione annunciata: queste pagine nascono per pensare, riflettere, tentare di vedere un poco oltre la curva. Non hanno ambizioni sistemiche, non cercano di modelizzare la realtà. In atletica si direbbe che il nostro ruolo, qui, è quello della lepre: perdiamo fiato per alzare il ritmo della gara e poi ci facciam da parte, ben prima che si veda il traguardo. Insomma, più che ad una scala che porta alla meta, siete davanti ad un trampolino di lancio. A un certo punto le pagine finiscono, poi, ad andare avanti, tocca a voi.

A.S.
Casatenovo, 27 luglio 2008

 


 

« ...preferisco rimanere un'impressione,
preferisco le impressioni. Le impressioni emozionano.
È inutile conoscere: molto meglio supporre. »

Vinicio Capossela, Non si muore tutte le mattine

 

 

Introduzione

Raccontare Casatenovo. Raccontare il paesaggio. Saggio sul paesaggio. Ci sono diversi collegamenti tra queste tre brevi proposizioni, o almeno ci sono nella mia testa. Mi spiego: qualche giorno fa mi ha scritto un tizio, dicendo che da un po’ non parlo di Casatenovo, dicendo che a lui piaceva leggere i miei commenti e che i miei commenti sono ora diminuiti, o, comunque, non parlano di Casatenovo. Certo le voci che parlano di Casatenovo non sono tante, o forse lo sono, ma rimangono volentieri nell’ombra, come nell’ombra, o almeno in penombra, vorrei rimanere io. Ci sono molti commentatori segreti, c’è una rete sotto la cappa brianzola, quella perbenista, precisa, inquinata e lavoratrice, che si muove, che pensa, che medita il paese. C’è, ci sono anche dei giovani che lo fanno, già vedo lo sconcerto sui vostri volti, ma sono invisibili dalla piazza pubblica.

<>Il tizio mi scrive anche che è importante raccontare, qualsiasi dettaglio scritto rimane sulla carta e poi, col tempo, diventa patrimonio, diventa memoria. Il tizio dice una cosa che condivido. Ah! dimenticavo… lo chiamo tizio per una questione di privacy, non per mancanza di rispetto. Lui lo sa, e ora anche voi.

Raccontare un paese, che idea buffa, che idea preziosa, impegnativa. Se dovessi farlo - e questo incipit presuppone, ormai ci siete caduti, che io stia per farlo – incomincerei cercando di definire la modalità di racconto e sottolineando che il tentativo, in quanto tale, non va assunto con troppo rigore; insomma, serve a smuovere i pensieri, più che a formulare sistemi. Mi raccomando, leggete tenendovi stretti questa indicazione: pensieri stesi per riflettere.

<>Torniamo a come racconterei io un paese: un geografo, specie un geografo umano, racconta il paese attraverso il paesaggio, il paesaggio per il geografo è un po’ come la poesia per il letterato, è il prodotto fisico e tangibile di una serie di moti e presupposti teorici, anche rigorosi, è insieme di figure retoriche che hanno la capacità, dietro codici piuttosto chiusi, di aprire a nuove percezioni del visibile. Sì, detta così suona un po’ freak, ma tenetevela lì, per il momento.

Io, non in quanto geografo, ma in quanto persona che tenta di far sue le tecniche del geografo, racconterei un paese attraverso il suo paesaggio; certo, mi tocca ora spiattellarvi il perché a mio parere si possa raccontare un paese, e quindi i suoi abitanti, attraverso un paesaggio. Sto già andando lungo ed eviterei volentieri di riassumervi la mastodontica bibliografia che analizza questi temi a partire dai classici greci, arrivando a un surmoderno Crepet, passando per Vidal de la Blache. Magari un’altra volta.

Ora, partiamo dalla mia personale esperienza, che non sarà dissimile dalle vostre: se penso al mio paese, Casatenovo, lo associo a immagini, a qualche flash: una camminata di notte in viale Don Rossi, con l’odore di carne essiccata e salata che fuoriesce a flutti dalla Vismara, un centro paese che sembra un centro industriale novecentesco, muri graffitati malamente.

Poi, poi accanto a questo schifo, con cui in qualche modo siamo cresciuti (che marcò nell’infanzia le differenze tra il centro e la campagna, il centro urbano, l’immonda città, e la campagna, la bella, armoniosa e pulita campagna, gli spazi aperti), a cui in qualche modo abbiamo fatto l’abitudine e a cui, infine, ci siamo affezionati, accanto a questo, svoltato l’angolo, sotto la coltre, Casate ci sorprende con gli antichi tratti, si scopre ancora un angolo, le gloriose armonie, un muro di sassi, una villa, un giardino, un albero secolare. Basti dire che, sempre più rari, ma a Casatenovo sopravvivono alcuni punti dove è tuttora possibile fare un giro su se stessi e non vedere l’ombra di una casa o di un uomo.

 

Area Vismara (Casatenovo, estate 2008)

<>Oggi quelle categorie apprese durante l’infanzia sono divenute molto più labili, non ci sono più urbano e rurale, cioè, diciamo che ci sono ancora, ma se si procede di questo passo, bè, non ci saranno più. La città diffusa, generata da quello che gli inglesi chiamano urban sprawl, si sta prendendo tutto e non c’è verso di fermarla, basta una piccola strada, un capannone, una villetta fuori posto, una piccola, singola, scelta, per minare l’integrità di un’intera area; questa modalità fatta di reti e collegamenti indiretti, espansioni puntiformi, a macchia di leopardo, non si fa scrupoli e quando attacca, ripercuote gli effetti del suo attacco su tutto l’intorno.

Sì, ok, così sembra un po’ apocalittica, ma il senso è quello lì.

Un senso che riprenderemo ad analizzare nella prossima puntata; per ora è meglio fermarsi qui. La caduta delle categorie, la necessità di una nuova modalità di interpretazione, o forse, e più semplicemente, la necessità di avere una bussola che guidi il nostro sguardo sul visibile presente, che non si fermi in superficie: di questo, parleremo la prossima volta.


 

Regole (parte I)

«C'è un paesaggio interiore, una geografia dell'anima;
ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita.
Chi è tanto fortunato da incontrarlo,
scivola come l'acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni,
ed è a casa.
»

Josephine Hart

 

Dicevo nel primo paragrafo di questo saggio un po’ anticonformista, e a puntate, che le categorie di paesaggio che ancora dominavano la nostra infanzia, ora non ci sono più, o comunque stanno affrontando una mutazione che, se vogliamo proprio guardarci dentro, a questo paesaggio, non possiamo trascurare.

Certo che urbano e rurale ci sono ancora.. ma sono meno definiti, offrono allo spettatore esperienza meno intense, meno qualitative, che provocano disagio per la minore aderenza ai modelli dati. Urbanità e spazi rurali si compenetrano maggiormente, o recitano peggio i loro rispettivi ruoli: hanno perso qualcosa delle loro rispettive personalità, si stanno avvicinando ma, ciò che più infastidisce l’occhio (che, per natura, ha bisogno di varietà), stanno perdendo caratteristiche connotazioni (in questo caso) casatesi. Le nuove case, le nuove vie, i nuovi marciapiedi, sono tutti adattati ad una mentalità omologante. Non ci sono più particolarità “solo” casatesi.

<>Questo fa male, fa male a noi romantici o sensibili del paesaggio, fa male perché, come si può limpidamente osservare, vi sto raccontando il mio quarto di secolo parlando di paesaggi a me cari, parlando dei muri, degli alberi e dei colori delle case casatesi: ne vogliamo desumere una prima regola? anche no, ma desumiamola comunque: il paesaggio parla delle identità. Identità dei singoli individui che lo abitano e, con la stessa facilità, dell’aria che si respira tra la sua popolazione; l’atmosfera immateriale, insomma: il dato sensibile ma invisibile.

<>Ci fa male vedere che il paesaggio muta e muta fuori controllo, questo male scaturisce da un sentimento di appartenenza, da una necessità che, ahimè, in qualcuno ancora è viva, di identificarsi con un luogo che chiamiamo casa, un luogo in cui vivere. Fa male vedere che nonostante si sia amministrati da brave persone, stimabili, che conosciamo, questo no, non basta a preservarci dal cattivo spettacolo del cambiamento, che avviene in fretta e disordinatamente. Detta così sembra la solita battaglia da reazionari, gelosi delle proprie cose, difensori dei propri privilegi acquisiti, ma non lo è: l’ultimo motivo per cui ci affliggiamo è il fatto che noi abitiamo qui e che questo è il nostro giardino. L’ultimo.

A dimostrazione di questo, quando mi reco in montagna non sono meno incline a sorprendermi meravigliosamente d’incontrare popolazioni che intrattengono rapporti di armoniosa convivenza con il proprio territorio; o, almeno, più armoniosa della nostra.

<>Seconda considerazione, se si vuole: il paesaggio è un sentimento. Il pluricitato Turri fu tra coloro che meglio sintetizzarono quanto segue: il paesaggio è nel momento in cui qualcuno lo guarda, e quello sguardo conta qualcosa nella sostanza finale del paesaggio.

<>Le amministrazioni comunali, ma in genere le istituzioni, non badano a sufficienza alla difesa del territorio, sono strutture che fanno l’ordinario, e la difesa dei sentimenti e dei valori antropologici – lo so, suona ancora alto, portate pazienza.. - come ad esempio una bella architettura del passato, una cascina, a quelle no: a queste cose una ordinaria amministrazione non bada. <>Si cura d’altro: il commissariato di polizia, le telecamere in ogni dove, le rotonde.

<>Nessuno difende il paesaggio, poiché in pochi ne colgono il profondo nesso con l’animo umano: questa non la inserisco tra le regolette, poiché è soggettiva, tremendamente soggettiva. Consideratela un’appendice della precedente: bisogna essere innamorati di paesaggio per capirlo. Qui, detto amaramente, pare che siano in pochi a capire. Pochi innamorati. Voi che leggete, tranquilli, lo so, siete tra quei pochi.

 


Deposito ad uso agricolo (Monte di Rovagnate, autunno 2007)

 

<>Se in molti lo capissero, basterebbe uno sguardo allo sfondo delle nostre vite, per smetterla di lamentare problemi inutili, rincorrere cose inutili. Se lo capissimo. E’ una verità quasi orientale, sarebbe il quid che tipicamente preannuncia il “risveglio”.

<>Andiamo avanti, e andiamoci subito tramite la quarta proposizione paesaggistica: il paesaggio plasma la società. Aggiungo, per vizio: se la società se ne accorge, del paesaggio.

A questo punto, non posso esimermi e devo rispondere alla domanda conseguente: la società di oggi si accorge del paesaggio? Difficile, ci provo. Diciamo che siamo in un modello sociale votato a distrarci dalle semplici verità della vita, che ci spinge – pare senza troppa fatica - a inseguire i servizi più inutili, a pretendere espansioni in tutti i campi, occultando i problemi che queste (e la dose di entropia che esse generano) provocano, andando ad intaccare quanto c’è e trasformandolo presto in passato, in “ciò che non sarà più”.

Ora, non è questa la sede in cui stabilire se sia meglio tenerci quanto c’è, spegnendo tutto, barricandoci nei nostri giardini, oppure se sia il caso di smantellare a più non posso, sperando di ritrovare senso nel nuovo scenario. Mi interesserebbe di più capire un altro aspetto della vicenda, un aspetto più sotterraneo: siamo distratti dal paesaggio - questo penso che lo si possa sostenere senza particolare rischi di smentite, insomma, a parte qualche lamentela quando tirano su un capannone proprio di fianco a casa, non è che passiamo le nostre giornate a dannarci dei cambiamenti - ma quanto? il paesaggio plasma la società anche quando quest’ultima non se ne accorge?

Questo, cari miei, sarà argomento della prossima puntata. Prima di congedarmi, ricordo uno degli assunti iniziali: è un esperimento, serve a pensare. Pensateci.

 


Regole (parte II)

«Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo.
Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni,
di montagne, di baie, di navi, di isole, di pesci, di dimore, di strumenti,
di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire,
scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto.
»

Jorge Luis Borges

 

<>Ci eravamo lasciati ieri con la seguente domanda, un po’ rozza, ma utile ad arrivare al cuore della vicenda (ammesso che, un cuore, la vicenda, ce l’abbia): il paesaggio plasma la società anche quando quest’ultima non se ne accorge?

<>Il dibattito tra i geografi, e gli umanisti tutti, è stato lungo, lunghissimo, estenuante, tomi su tomi per arrivare a dire che, sì, anche <>la società plasma il paesaggio. <>Alla fine l’hanno vinta loro, i geografi della percezione, che sostenevano, accanto ad un’innegabile azione del paesaggio sull’uomo, un ruolo di primo piano dell’uomo, in quanto soggetto che esperisce il paesaggio e senza il cui sguardo il paesaggio non sarebbe. La risposta è quindi un “sì” non scontato. Ci troviamo di fronte a due entità, paesaggio e società, poste in relazione ciclica: senza la percezione della prima, il secondo non esiste, ma, senza il secondo, la prima non sarebbe la stessa. Quarta regoletta, quindi: l’uomo modifica il paesaggio tramite le proprie azioni, più o meno invasive, e, non secondariamente, tramite il mutamento della percezione che avviene sul piano immateriale, quindi, discendente da modificazioni di ordine sociologico, culturale, spirituale e cose così. Direi che è in questa seconda parte della regola che stanno gli aspetti più interessanti per capire l’oggi e per prospettare “un” domani.

<>La volontà dell’uomo di plasmare i paesaggi è, del resto, scritta nei secoli, nel tempo però le cose sono cambiate: prima i maggiori sforzi avevano come fine accresciute bellezza o utilità (si pensi, cito la prima cosa che mi passa per la mente, alle modificazioni paesaggistiche che percorrono tutto “Le affinità elettive” di Goethe, per la bellezza, si pensi al parco nazionale della Cinque Terre e ai suoi settemila chilometri di muri a secco, per quanto concerne l’utilità). Oggi, invece, il processo di modificazione è coatto, alienato, da proprio quell’impressione apocalittica descritta nella prima puntata: che non siano modificazioni dell’uomo per l’uomo, ma azioni mosse da una sotterranea forza extraterrestre, processi in divenire descritti quasi fossero oscure tendenze preordinate da entità oblique, lontane, superiori. Sensazioni che ci accompagnano sempre, quando non conosciamo. Ecco perché la parte più interessante dell’ultimo enunciato paesaggistico, mi pare sia la seconda. Oggi non conosciamo, siamo disorientati perché non abbiamo ancora fatto nostre le nuove categorie di lettura; non comprendiamo ancora il nuovo rapporto che intercorre tra la nostra psiche collettiva, l’anima sociale, e il suo habitat, e i nuovi paesaggi che da questa relazione scaturiscono. Questo rapporto si esprime a livello inconscio, nell’inconscio sociale, o almeno della maggior parte della società. Probabilmente i più giovani non avvertono alla stessa maniera, quello che noi leggiamo come un pericolo imminente o una perdita d’anima.

Non avete capito nulla?

<>Poco male. Proviamo a riassumere il contenuto di queste prime tre puntate e trarre una conclusione di metà percorso: abbiamo detto che il paesaggio è identità, nostra, della nostra comunità; esprime il nostro grado di armonia, volendo usare un concetto romantico; il nostro grado di cura, attenzione, coscienza, che l’uomo usa nei confronti del territorio in cui risiede, utilizzando concetti a noi più vicini.

<>Abbiamo anche detto che il paesaggio è un sentimento, parla di noi, se sappiamo interrogarlo, se sappiamo leggere tra le sue pieghe, se lo “sentiamo”. Terzo ordine di considerazioni: anche se noi non ci curiamo del paesaggio, non lo “sentiamo” e ci pare di esserne indifferenti, lui continua ad esprimere il nostro rapporto col territorio, modifica le nostre azioni, viene modificato dalle nostre azioni; il circolo, virtuoso o depressivo che sia, è inesauribile, fino alla scomparsa di uno dei due poli della relazione.

 

 

 

Muretti a secco (Monte Sant'Angelo, primavera 2008)

-

<>Questo è il succo delle prima parte, che serve, anche se non lo dice, a fare un po’ un riassunto di alcune delle principali teorie sul paesaggio. Ci siamo, con una certa leggerezza, scofanati rudimenti di determinismo, possibilismo, soggettivismo e qualche elemento di eco-psicologia. Abbiamo dunque fatto un po’ di teoria. Facciamo ora un ulteriore passo avanti, cercando di isolare meglio l’ultimo concetto: il degrado del paesaggio, così come noi lo leggiamo oggi, è frutto di una mutazione di carattere socio-culturale. Si modifica la modalità di esperire il mondo e con essa, ineluttabilmente, si modifica il modo di guardare e interagire coi paesaggi. Per ora, vi chiedo di fissarvi in testa quest’ultima intuizione, di ritenerla valida almeno per qualche ora. Riprenderemo il discorso.


 

Stavamo meglio ieri

«Fino a qualche tempo fa i conservatori erano quelli che volevano conservare lo status quo.
Ma improvvisamente lo status quo è entrato in movimento e scorre come un tapis roulant verso la modernità.
Così anche i conservatori si muovono con esso.
E i moderni veri sono costretti a essere antimodernisti
.»

Milan Kundera

 

Nella puntata precedente ci siamo lasciati dopo aver isolato la seconda parte del quarto enunciato paesaggistico. Bene. Quella seconda parte attribuiva un ruolo di primo piano all’uomo (e alle sue cornici di riferimento “immateriali”) nella produzione stessa del paesaggio. Come abbiamo visto, infatti, coi possibilisti il paesaggio aveva perduto il proprio primato sull’uomo, era divenuto relazione ciclica tra uomo e territorio. Ancora pochi decenni e non sarebbe più esistito il paesaggio di per sé, ma solo il paesaggio “percepito”.

Vi avevo gentilmente chiesto di tenervi questi passaggi in caldo, per qualche ora: se l’avete fatto, possiamo iniziare.

Se non lo avete fatto, bè, non succede mica niente, tornate al post precedente e ci rivediamo, qui, tra cinque minuti.

<>Terminata la rassegna delle teorie, dettate le regole, ora arriva la parte più sperimentale, quella in cui tentare di rispondere, anche solo vagamente, a qualcuna di queste domande: cosa ci spaventa del cambiamento in atto? perché buona parte della società pare distratta e incurante? lo è? e perché noi ci angustiamo davanti al disfacimento del paesaggio e la generazione 3.0 molto meno? Belle domande.

<>Dato che non sono un umanista dai gloriosi trascorsi, dato che in tempi di specializzazione non ho particolari qualifiche, preso atto che nella vita mi comporto come un individuo mediamente intelligente e che la mia esperienza è limitata ad un solo corpo di carne e ossa, badate bene, mio silenzioso pubblico, oggi toccherà a voi, anche. Apritevi, spiattellate le vostre idee, rivelate le vostre esperienze. Oggi vi chiedo di partecipare, perché siamo nel campo della sperimentazione: facciamo ritratti alle ombre. Io guido, ma voi, se del caso, vi prego, contraddite, aggiungete. E’ importante, altrimenti l’esperimento non funziona.

<>Vedo già code.. ehi, non spingete là in fondo… va bè..

<>Prima di entrare nel vivo, ancora una cosa. Vi chiedo di smantellare del tutto l’assunto per cui: oggi c’è meno attenzione e cura nei confronti della natura, che tradotta dal linguaggio dei nostri vecchi, avremmo potuto scriverla anche come: si stava meglio ieri, eravamo più educati, più puliti, più rispettosi. Magari incarna una parte della verità, ma lungi dal favorire una concreta comprensione del mondo: la realtà difficilmente è così piana e lineare.

E poi, legittima interrogazione, i 3.0 saranno pure figli di qualcuno, no?

<>Continuo a sostenere che questa sensazione, quella lì dei giovani menefreghisti, non risponde al vero, e che la sua diffusione è influenzata da due fattori su tutti: in primo luogo, vale l’asserzione precedente; la sensibilità ambientale è in aumento, ma più di lei aumentano altre sensibilità, altre tendenze, altri interessi. La percezione delle generazioni solide è che, quindi, i nuovi giovinastri, impantanati nella complessità liquida, siano interessati a tutto, meno che alla terra che li ospita.

In secondo luogo, sempre meno ragazzi fanno esperienza della natura, o comunque di spazi aperti e verdeggianti; non si sa per quale macabra analogia qualcuno assimila i problemi derivanti da un modello urbano, che stiamo costruendo e diffondendo con le nostre mani, ad una colpa delle generazioni liquide.

<>I giovani non preferiscono la città, preferiscono distanze brevi, veloci<>. Non vogliono stare nel centro urbano, ma all’incrocio delle esperienze. Prendete, date un’occhiata e mettete da parte, poi, vi prometto, capirete.

<>Guardando un po’ meglio ci accorgiamo che il paesaggio non è meno importante di ieri, lo è in modo radicalmente diverso. Diverso per via dell’esperienza che se ne fa. Eccoci, siamo al cuore: è cambiato il modo di fare esperienza; e quindi anche esperienza del paesaggio.

 

Cantiere a Milano (Immagine di Alberto Strada)

<>La supposizione isolata una puntata fa ci diceva che il nostro sconforto, la nostra paura davanti alla mutazione, ci deriva dal fatto che siamo sforniti degli strumenti di analisi utili a capirla, che semplicemente non parliamo più lo stesso linguaggio. Che il paesaggio non è più, solo, un nostro prodotto, ma è un prodotto, anche, di altri che usano altri codici, che hanno altri riferimenti. Abbiamo ancora il cacciavite a stella, ma per le viti di oggi serve quello a punta piatta. Saltiamo ancora ventrale, mentre gli altri hanno incominciato a saltare Fosbury. Dobbiamo ancora capire dove diavolo scaricare gli aggiornamenti del vecchio software e gli altri sono già al 3.0.

Insomma, siamo di fronte a una rivoluzione e, continuando a storcere il naso e guardare con disgusto, non ce stiamo neppure accorgendo.

Quasi ci siamo; ancora un passaggio e ci siamo.

<>Bene, abbiamo detto che, quindi, è cambiato il modo di fare esperienza e, così, anche il modo di esperire lo spazio. Lo spazio è fisicamente sempre lo stesso ma, come sottolineavano gli assertori della percezione, cambia lo sguardo dell’uomo sullo spazio, cambia l’esperienza che l’uomo, oggi, fa nello spazio.

<>Lo spazio, non sarò certo il primo a dirvelo, lo spazio dell’uomo non è tridimensionale, lo spazio dell’esperienza ha cinque dimensioni. Provate a credermi. Le dimensioni che appartengono allo spazio in sé e per sé sono la profondità, la larghezza e la lunghezza, ma lo spazio umano dell’esperienza deve considerare (almeno) altre due dimensioni, senza le quali non potrebbe essere: e sono il tempo e il senso. Due opinabili nozioni/etichetta che nell’esperienza mediamente si mischiano e confondono.

Abbiamo, quindi, individuato le dimensioni dell’esperienza. Qualcosa ora vi è più chiaro?

No? Lo immaginavo.

<>Partendo da queste dimensioni e, soprattutto, dalle dimensioni non propriamente spaziali, ora proviamo a capire com’è cambiato il modo di fare esperienza nello spazio e, quindi, di formare, percepire, leggere, il paesaggio.

<>Vi sembra folle? No, è solo una sensazione che capita, che capita quasi sempre davanti a quegli accadimenti che rimettono in discussione interi assetti di valori e idee. Stiamo tentando di capire perché ci spaventiamo davanti ad un paesaggio svilito e trascurato, che noi - noi romantici, intendo - facilmente assimiliamo allo svilimento dell’anima, nostra, dei luoghi e delle cose. Stiamo tentando di capire perché gli scolari 3.0, con iPod e BlackBerry al seguito, raccontandosi l’ultima puntata dei Cesaroni, appaiano così poco interessati all’ambiente fisico in cui nuotano, mentre noi, guardandoci intorno, vediamo saccheggi e scempi in ogni dove.

<>A questo proposito, credo sia interessante soffermarsi su due elementi, che particolarmente definiscono le dotazioni 3.0: una nuova percezione del tempo e una nuova modalità di ricerca del senso. Mi sbaglierò, ma da lì, qualche indicazione utile possiamo cavarla. Qualche possibilità per ricominciare a vedere: a guardare con occhi 3.0.

Ma no, non ora. Per oggi ci siamo scofanati sufficiente materiale. Non dico che non ci dormirete stanotte, però… però, pensateci.

Per domani vedrò se riesco a procurarvi un paio di pupille 3.0. Non garantisco.

 


Sommozzatori o surfers?

«<>Penso a un sacco di cose.. penso al fatto che probabilmente molti di voi
non leggeranno questa mail perché non hanno tempo.. e mi sento bene qui,
dove ho un sacco di tempo per vivere.
Ma come incastrare la vita che in realtà ho con quella che
<>vorrei?
Ma poi non so nemmeno che vita vorrei, ora non lo so. Sono un po’ cosi...
»

Marta Mainini

 

Si tratta ora di scegliere da che parte iniziare: dal senso o dal tempo?

Bergson, anni fa, sottolineava che le due cose sono abbastanza legate, e non saremo certo noi, oggi, ad isolare le due variabili in discorsi a sé stanti.

<>Scelgo comunque di partire dal tempo; dal tempo “percepito”, ovvio. Per dirla in greco, mi riferirò più al Kairos che al Chronos. A scuola ve l’avranno ripetuto più volte, gli antichi greci avevano più nomi per indicare il tempo: Chronos, che divora i propri figli, era il tempo che passa; quello del cronografo, appunto; Kairos era il tempo dell’azione, il tempo per cogliere l’occasione che si presenta; una misura qualitativa. Infine, Aion era il tempo sacro; era addirittura quasi un non-tempo, perché il sacro è un atteggiamento del vivere, non del fare. Interessante, sì, ma allungheremmo troppo la strada. Il saggio è breve.

Proverei ora a raccogliere alcuni spunti che ci potrebbero dire qualcosa sul nuovo modo di percepire e vivere il tempo. Poi, in seconda battuta, li collegherei per vedere che figura compongono, il risultato, il disegno complessivo. Pronti?

<>Partiamo di qui: abbiamo sottolineato che ci affligge un’incapacità temporanea di leggere il presente, causata da una mutazione in atto, elementi cardine della mutazione sembrano la distruzione di quella che noi chiamiamo anima dei luoghi, della memoria connessa ai luoghi, l’abolizione di forme totemiche legate al paesaggio fisico. Esse richiedevano conoscenza, concentrazione, interpretazione. Tempi lenti, insomma. Capacità di un’altra epoca, dico male?

<>Oggi? oggi, cosa avviene? I trend sono appena abbozzati, riguardano un piccolo spicchio di mondo, ma dicono già molto e dicono questo: crescente ricerca di non-luoghi, luoghi senza memoria, senza anima, veloci, pieni di stimoli acceleranti. L’accelerazione (o, almeno, l’abolizione della lentezza) viene eretta a principio cardine del nuovo modo di fare esperienza: l’esperienza ora necessita di velocità, non è se non è veloce, odia l’approfondimento, odia rallentare. Si vive se ci si muove, (lentamente) si muore se si rallenta. Forse per questo, vediamo individui che veleggiano rapidi, da un punto all’altro, da un locale all’altro, da un divertimento all’altro, da un consumo all’altro. La stasi o la perdita di velocità equivalgono alla fine dell’esperienza, all’impossibilità di dimostrarci che siamo; all’annullamento, insomma. Guardate, vale anche per noi, noi col nostro software della nonna, anche noi ci dobbiamo scontrare con una difficoltà totale: ci muoviamo spinti dalla necessità di diventare sempre più rapidi e conviviamo con la sensazione di avere sempre meno tempo.

<>Scriveva Luc Ferry, qualche anno fa: “il progresso <>è diventato un movimento senza una causa, che sfugge a qualsiasi controllo, che procede per conto proprio senza alcuna destinazione o finalità; come un giroscopio o una bicicletta che non ha altra scelta che continuare a muoversi o cadere<>”, credo che in questa osservazione non sia contenuta soltanto una lucida critica alla nostra idea di avanzamento sociale, ma anche l’individuazione della forma nuova, del nostro nuovo modo di vivere e fare esperienza.

Questa velocità di consumo (veloce) si è sostituita al desiderio dell’accumulazione (lenta). Questa velocità di consumo ha invaso ogni campo. L’informazione, ad esempio: pensate alla modalità predominante di informazione: ve lo dico da amatore, scrivere un articolo sta diventando un capolavoro di sintesi, vorremmo racchiudere il mondo in cinque righe, senza lecite scorciatoie.

E’ in estinzione l’approfondimento.

<>In cinque anni è cambiato molto anche l’approccio al sapere: se i primi esami all’università li preparai ancora immerso in alti tomi, da esaurire anche nelle loro parti più inutili e tediose, alcuni degli ultimi appelli – alcuni, non tutti – li ho, invece, vissuti facendo zapping, anzi, surfing: rincorrendo l’onda, la cresta, link dopo link. Uno sguardo veloce, una frase, una nozione, un’informazione carpita al volo e poi via all’inseguimento di una pagina migliore, più adatta, più sintetica, più confacente.

<>Esami preparati surfando, chi l’avrebbe mai detto…

<>Eccoci lì, sommozzatori, da secoli lanciati allo scandaglio delle profondità dell’animo umano, virtuosi dello studio, dell’impegno profondo, estimatori della concentrazione, e surfisti, indiscussi re delle superfici e della traslazione, ricercatori della facilità, protagonisti della dispersione.

<>Prima dicevo che le nuove generazioni, che qualcuno malamente reputa profetesse del modello urbano, non cercano la città, non amano il cemento più dell’erba, o il mare più della montagna. Semplicemente sono alla ricerca di luoghi che sappiano fornire esperienza (immediata, intensa, pronta al consumo) e tante più opportunità di “fare” esperienza. Non il centro urbano in quanto tale, ma il centro urbano come crocevia di possibilità esperibili, sintetiche, come tripudio di stimoli acceleranti.

Non a caso, al centro di una attempata ed elegante cittadina, la generazione 3.0 preferisce spesso una ludica gita al centro commerciale, con tutti gli ultimi ritrovati per fare esperienze.

 

Centro commerciale (Lecco, inverno 2008)

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<>Il 3.0 non cerca altro: annullamento dell’anima dei luoghi, annullamento dell’esigenza di sapere, di possedere informazioni esterne, di fare riferimento a cornici, di avere memoria; tutto deve essere dato in quel momento: il mondo, lì, nei grandi centri commerciali, si sviluppa tutto in superficie, in orizzontale, non richiede fermate, rallentamenti, si lascia scivolare, diviene flusso di esperienza, concatenazione di momenti acceleranti. Offre occasioni a distanza ravvicinata, quasi l’istantanea possibilità di fare molte cose, e contemporaneamente. Mangiare un Big-Mac, in un orecchio l’auricolare, in una mano una bibita, nell’altra la mano dell’amica; guardare nella vetrina le nuove mutandine di Tezenis e pensare che, sì: “Filippo preferirebbe quelle arancioni”, mentre intanto la nostra amica ci racconta che l’altra sera, porcaccia di quella miseria, Judy ce l’ha fatta: è riuscita a portarsi a letto Jack.

Cara grazia. Robe da ricchi. Robe da tre punto zero.

Terribile?

Per noi col software un po’ pigro, sì. Non potremmo vederla in altro modo.

Con questa rapida, superficiale (ci stiamo adeguando ai tempi), acquisizione abbiamo fatto un bel passo nel guado. In questo istante siamo oltre la metà del guado. Sarebbe ora il caso di approfondire il rapporto che corre tra tempo, senso e nuovi paesaggi sorgenti, per poi tirare le fila del discorso. Arrivare a delle conclusioni sarebbe ambizioso, mi prefiggerei piuttosto una meditazione ultima che sappia dirci qualcosa di noi. Questo sì, mi pare più a portata, quasi possibile.

<>Qualcuno potrà obiettare che quello tracciato fino a qui è un quadro che ci fa ripiombare dritti dritti in quella posizione di pregiudizio a priori che vi avevo caldamente suggerito di abbandonare. In qualche modo sì, per fare il ritratto alla generazione in arrivo, ho calcato un po’ la mano, ma, tenete conto, senza esprimere alcun giudizio. Non è questa la sede. Ho descritto dei tratti e ora mi interessa capire cosa li stia generando, mi interessa scoprire cosa porti le nuove generazioni a vivere, a fare esperienza, attraverso nuovi canali. Siamo davanti ad un branco di surfers, non sarà, forse, il caso di iniziare a chiederci il perché?

<>Domani ripartiremo dai già citati non-luoghi, Marc Augé coniò il termine prima che in molti se ne accorgessero: aeroporti, autogrill, grandi uffici, parchi divertimento, metropolitane, centri commerciali, sono sempre di più i non-luoghi che incontriamo nella nostra routine; e lì, lì dentro, si realizza un connubio per noi interessante, lì si incontrano il nuovo tempo e il nuovo senso. Lo so, lo so, per noi romantiquati, spariscono entrambi. Facciamocene una ragione.

<>Purtroppo, oggi non ho fatto in tempo a consegnarvi pupille 3.0. Sarà per domani. Intanto, esercitatevi osservando le ombre.

 


 

Orizzonti di senso

«Una persona ragionevole adatta se stessa al mondo esterno.
Una persona irragionevole adatta il mondo esterno a se stessa.
Sono gli irragionevoli che fanno il progresso.
»

George Bernard Shaw

 

<>No, cambio di rotta. Vi avevo promesso non-luoghi e invece no. Mi ravvedo.

Oggi, sabato 26 luglio 2008, ore 6.00 del mattino, sarebbe immorale tentare di portare a termine un (pur breve) saggio sul paesaggio senza almeno accennare ad internet e alla rete: ai nuovi spazi.

<>Abbiamo parlato di accelerazione, movimenti che sono flussi orizzontali, sequenza di occasioni per fare esperienza, <>zapping emotivo<>. Questa serie di elementi non vi richiamano alla mente qualcosa? Non è forse questa la mentalità che sta dietro al web: la sparizione delle forme verticali, la moltiplicazione dei punti di intensità ed esperienza, il relativo annullamento delle distanze, la creazione di velocità assoluta: di un nuovo spazio e di un nuovo paesaggio? E non è forse internet il succo concentrato, il punto più alto, l’estrema realizzazione dell’habitat dei surfers? Non è qui che meglio respira la generazione 3.0?

Ecco, prima di concludere mi sembra necessaria una breve analisi della rete, come fattore che modifica il nostro rapporto con lo spazio fisico. Non può non farlo!

<>Anche se è una limitata porzione della società che abita e presidia gli spazi in rete, credo che il fenomeno assuma un rilievo profondo: ad utilizzare la rete sono le classi più giovani e quelle più ricche, volenti o nolenti, che vi piaccia o no, le idee si diffondono a partire da questi ripetitori, scelte e condizionate da quel tipo di utenza. Il lavoro di diffusione, più o meno capillare che sia, fa il resto. C’è una parte del mondo che produce idee, per poi distribuirle al resto del pianeta (il flusso di ritorno esiste, trova casi eccezionali, ma resta al quanto spelacchiato).

<>La mentalità del surfer, dovesse scegliersi una patria d’origine, sceglierebbe gli Stati Uniti; il concetto di fare esperienza legato a moti orizzontali, rapidità, distanze brevi, spettacolarità, concentrazioni in punti di intensità, se ci pensate è, prima che in altri luoghi, statunitense.

<>Quello che dobbiamo tenere in considerazione è che la mentalità del surfer, internet e la rete, proseguiranno la loro diffusione, senza arresti, e formeranno generazioni in modo sempre più massiccio. Il problema più grande - da bravi palombari, continuiamo a ritenerlo un problema - è che questa mentalità plasmerà a sua immagine le nuove forme di pensiero, che, parafrasando, vuol dire che rinunceremo a parte molto consistente della cultura degli ultimi tre secoli. In seconda battuta, esiste un problema fisico legato da un lato al crescente tempo passato davanti agli schermi, vero nuovo paesaggio delle nostre vite, dall’altro alla conseguente modificazione della percezione, come delle idee di spazio e paesaggio. Dobbiamo chiederci se costruiremo anche all’esterno, sul territorio, un paesaggio predisposto per lo zapping emotivo, basato su punti di esperienza fruibili e decontestualizzati - ricordate il kebap all’Orio Center? - in mezzo a una pianura anomica da affrontare alla velocità di stimoli elettrici, senza guardare.

<>Ritorniamo un momento alla questione della stampa, che, attraverso un’analogia, ci può aiutare a capire qualcosa in più di questa teoria, che, a voi, lo so, continuerà ad apparire bizzarra. Mi spiego meglio. Prendiamo i mutamenti del mondo dell’informazione, guardiamoli bene, non è difficile capire come potrebbe cambiare la distribuzione di senso nel paesaggio delle nostre vite: oggi la stampa insegue occasioni di esperienza fruibile, crea differenza con scarti veloci, orizzontali, sempre meno ipotizza di fare lavori di vera indagine e approfondimento. Risultato di questa combinazione è che siamo sommersi da notizie che non assolvono la loro originaria funzione: fornire un quadro reale della situazione. La notizia nasce, o viene creata ad hoc, per fornire un’occasione al pubblico-consumatore, non per ricostruire fedelmente la realtà. Diventa meno importante l’autenticità dei fatti, molto di più la “presa” che essi offrono. Per dirla altrimenti: si gioca tutto sul ritmo, che diviene decisamente più importante dei contenuti. Le buone testate nella valutazione della generazione tre-punto-zero sono i vari Metro, City e cose così. Anche i grandi titoli, le Repubbliche, i Corrieri, i Carlini, al posto di dettare un modello e una forma riconosciuti e seguiti, si trovano a camuffarsi, ad assumere sembianze, da Metro: insomma, a rifarsi il look e il ritmo, per diventare occasione di esperienze orizzontali.

<>Il senso primigenio del paesaggio, quello raffigurato nitidamente da Corot e descritto candidamente dalla penna di Goethe, stava nell’armonia e nel piacere dell’osservatore alla vista di quei sommi, quasi immutabili, equilibri. Il senso del paesaggio odierno non risiede più nelle visuali, statiche, morte, relitte; il paesaggio acquisisce valore solo se riesce a legarsi ad un’occasione di esperienza 3.0; dove per tre-punto-zero sapete bene a che mi riferisco: velocità, distanze brevi, orizzontalità, decontestualizzazione, fruibilità facile, istantanea, possibilità di consumare e cosa non importa poi molto.

-<>Il paesaggio contemporaneo vale nel momento in cui diventa connessione tra esperienze, tra elaborazioni di senso più vicine, a portata di mano.

<>Solo un paesaggio costituito da punti di esperienza riesce a trovare valore in sé; il resto no, non conta, non è più che un fondale qualsiasi. Lo diceva bene il professor Inghilleri nel suo “La buona vita”, le nuove generazioni sono divenute maggiormente autoreferenziali, riallacciano l’importanza di uno sfondo a motivi delle loro proprie vite, lo fanno in maniera più puntuale, lo fanno più di prima. Oggi si comprende un paesaggio le cui regole per la comprensione non siano dettate dall’analisi dello stesso o da un rispetto dogmatico: è lo stesso scenario a dover essere interpretato all’interno di qualche altra esperienza, il paesaggio diventa cornice incapace di produrre valore in sé.

 

Immagine di Isabella Stampa

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<>Capite che significa? Significa che in questi tempi di decontestualizzazione, perdita della memoria e dello spirito dei luoghi, il senso del paesaggio è dettato all’esterno del paesaggio e, in qualche modo, c’è un approccio più personalistico e meno comunitario al paesaggio stesso; meno totemico, per dire. Prima il paesaggio era la chiara rappresentazione della nostra identità, della nostra memoria, un riferimento collettivo, oggi non è nulla se non è possibile fonte di esperienza.

<>Pensate al web: occasioni di esperienza incastonate in siti sempre più ricchi e spettacolari: senso all’interno di cornici ed esperienze accessorie, diffuso tra impulsi acceleranti. Pensate, ancora una volta al cibo, e più precisamente, pensate al tempio dell’alimentazione 3.0: il fast-food. Non è difficile capire che Burger King e McDonald’s non sono luoghi in cui il cibo assume importanza di per sé. Intendiamoci, la polpetta fritta che sta in quei panini non ha nessuna oggettiva possibilità di piacere, di essere buona; piacciono il contorno, gli accessori, la musica, la pubblicità; è la cornice accelerante, decontestualizzante, facile, a dare senso all’essere lì, in quel momento, a mangiare la propria polpetta, seduti tra mille altre polpette.

Se non avete ancora colto la direzione, se non è chiaro dove io voglia andare a parare con questo discorso, attendete la prossima puntata: parleremo di non-luoghi, tempo e distribuzione del senso. L’ultimo passo, poi, prometto, sarà discesa.


 

L’Anti-Paesaggio

«Amoreggiate con le idee finché vi piace; ma quanto a sposarle, andateci cauti.»

Arturo Graf

 

<>Il necessario post sui nuovi spazi della rete ha rotto l’andamento lineare che avevo in testa. Fatemici pensare.. ah sì, due puntate fa vi avevo promesso di parlare della nuova distribuzione del senso e di farlo a partire dai non-luoghi. Questo è il passaggio conclusivo, quello più delicato, occorre che io ribadisca per l’ultima volta l’assunto iniziale, leggete tenendovi stretti questa indicazione: pensieri stesi per riflettere.

<>E allora eccoci: come dicevamo, fu Marc Augé, un simpatico antropologo francese, a tratteggiare il concetto di non-luogo. Lui contrappose ai luoghi abituali, ai luoghi antropologici (quelli in cui si sedimentano la storia, la memoria, in cui si allacciano relazioni, in cui si creano e ricreano le identità), i non-luoghi, ovvero, spazi divenuti via via più frequenti con la modernità in cui il paesaggio, appunto, non dice nulla del luogo, del tempo, delle relazioni e delle identità che lo percorrono. A dirla tutta, il non-luogo è anche un non-tempo in cui la memoria si azzera, le identità si fondono e il senso si altera. L’avanzata dei non-luoghi viene avvertita, da parte nostra, come un’erosione del paesaggio e dei valori da noi attribuitigli; come l’avanzata di un non-paesaggio.

<>Raccontata così, pare impossibile preferire i non-luoghi ai territori vissuti, antropologici, dove la storia sedimenta e crea memoria e senso. Eppure, ai surfisti, ai tre punto zero, agli intenditori della crosta e non del contenuto, piacciono molto i non-luoghi, piacciono perché collezionano in sé tutti quei tratti caratteristici elencati nella precedente puntata: sono sequenze di stimoli acceleranti, sono occasioni di esperienza veloce, superficiale, a corto raggio, sono zapping emotivo all’ennesima potenza. Non implicano la necessità di sapere, non implicano la necessità di ricordare, annullano il tempo e le distanze, permettono un flusso di esperienza che al di fuori sarebbe impossibile riprodurre con tanta comodità e leggerezza.

<>Ogni cosa si offre come materiale da esperienza e nessuno giudicherà male gli imberbi surfisti se si divertiranno senza conoscere, se parleranno senza incontrare, se mangeranno senza sapere. Al centro commerciale, oggi, possiamo stare ore in libreria, mangiare l’ormai celebre kebap, il sushi, andare in sala giochi o in un internet point, al cinema, a mangiare un gelato, tutto senza troppo approfondire, solo per il fatto che ci ritroviamo lì dentro; per dirla in musica: badando più al ritmo che al tocco.

Andiamo al centro commerciale, è l’involucro il nostro obiettivo, ci frega poco di cosa faremo poi là dentro.

<>Si mangia cous-cous, senza sapere da dove viene e perché ha quella forma, semmai puoi intuire, dato che te lo serve un giapponese, che sarà un tipico piatto del Giappone: pallini piccoli per occhi a mandorla. Un po’ come dire che la pizza a domicilio è una specialità tradizionale dell’Egitto antico, nata per non far muovere gli schiavi dal luogo di lavoro. Filantropi.

Tutto bene fino a qui? Bravi, ultimi passi.

Forse dovremo aspettare ancora qualche tempo, una nuova versione, una generazione di là da venire, ma quello che possiamo già scorgere nel nostro oggi è che i non-luoghi seguono un corso da malevola metastasi: guardate bene, l’omologazione esce lenta dalle corsie tutte uguali dei supermercati, guardate le nuove case a schiera, in ogni dove, non notate una certa somiglianza?

<>Scrutate ai bordi delle strade, attenzione, eccola la bettola che fa kebap nel cuore della Brianza, decontestualizzata, astorica, senza memoria. Il bookstore, il videonoleggio, i marciapiedi tutti uguali, eccoli lì i piccoli figli del non-luogo. Ecco la modalità dei non-luoghi!, il territorio si sta riempiendo di occasioni di esperienza diretta, immediata, senza cornici, senza profondità, tutto è predisposto per una fruizione veloce, piaciona, effimera; per noi, stupida.

 

Malpensa secondo Isabella Stampa

<>E gli spazi in mezzo? Ovviamente quelli ne subiscono, vengono relativizzati: al surfer interessa la cresta dell’onda, vuole cavalcare l’istante, non gli interessa ciò che è sotto la sua tavola, figuriamoci dei motivi che hanno generato l’onda. Si finisce, così, per non dare alcun valore a quei paesaggi che non incidono direttamente sulla possibilità di fare esperienza 3.0.

<>Cade, quindi, la concezione di paesaggio tradizionale: velocità e dissoluzione delle vecchie fonti di senso stanno trasformando il paesaggio fisico, che sta riproducendo esteriormente i processi in atto nel profondo del carattere sociale, nel nostro carattere. Spersonalizzazione, tendenze omologanti, voglia accelerata e facile di fare esperienza.

Lo so, mi starete dando del matto, ma se ci pensate bene, le cose non stanno in maniera molto diversa da come ve le ho raccontate. Forse, sono solo un pochino meno marcate.

<>Ok, eccoci, abbiamo tratteggiato un quadro che riassumerei al minimo in questa frase: nuove modalità di trovare senso <>stanno disordinatamente modificando il paesaggio<>. Ve lo dico, ma voi non fateci caso: quello che mi pare emerga da un tale comportamento è una sorta di fuga dall’anima, dal trascendente declinato fino alle sue forme più semplici, un riparo da una intima, dissimulata, recondita, fragilità.

<>E’ uno slancio da lepre, quest’ultimo. Cerco di intuire più in là delle mie possibilità visive. Mi assumo i rischi del tentativo.

<>In quello che io reputo un capolavoro, La lentezza, Milan Kundera scriveva così: “C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio“.

<>Vuoi vedere che il cambiamento non fa paura solo a noi? Vuoi vedere che i 3.0 sono un po’ romantici e noi romantiquati abbiamo già sotto braccio la tavola da surf? Accelerazione per sfuggire, zapping emotivo per distrarci. Mi pare che qui, grattando ancora un poco, sotto sotto, troveremmo qualche risposta.

<>Trovremmo però, se solo.., e invece, cari miei, signore e signori, siamo arrivati al capolinea: abbiamo raggiunto lo scopo fissato. Se volessimo trarre una morale della favola potremmo scriverla così: ci spaventiamo davanti ai cambiamenti in atto nel paesaggio fisico poiché il cambiamento è dettato da un cambiamento della società che ancora non riusciamo a decifrare in tutta la sua portata. Paesaggio fisico e società stanno cambiando, ma noi, per ostinazione o semplice difficoltà, vogliamo negare che tale cambiamento possa seguire una logica e sia mosso da un proprio senso, vogliamo negare che questo nuovo paesaggio possa avere un senso. Per noi il nuovo paesaggio è un anti-paesaggio, è l’esatto contrario di quanto noi intendevamo con il termine “paesaggio”. Eppure un senso ce l’ha, semplicemente, è un senso diverso, molto diverso dal precedente.

<>Tornate indietro nel vostro blocco appunti e aggiungete alla sezione “regole” quest’ultima. Dovremmo sempre tenerla presente, ogni qualvolta ci capiti di analizzare un paesaggio contemporaneo. Al netto di quella regoletta, forse, e dico forse, potremmo capirne qualcosa di più e potremmo iniziare, prendendo atto del cambiamento in corso, a guidare le trasformazioni, piuttosto che a respingerle come insensati attacchi alla civiltà.

<>Ora, lo so, se fossimo proprio proprio bravi, toccherebbe il passo più importante: capire il perché questo popolo stia scegliendo il surf e non il pattino, persegua un modello anziché un altro. Ma vi avevo avvisati fin dall’inizio, qui non siamo proprio proprio bravi, qui, siamo quelli della fila in fondo. Siamo lepri, ricordate? Corriamo un poco avanti, ma poi abbiamo il brutto difetto di scoppiare, e normalmente ci succede sul più bello.

Il nostro lavoro non era quello di arrivare primi al traguardo, ma di lanciare altri perché ci riuscissero.


 

Concludendo

"A chi mi domanda ragione dei miei viaggi,
solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quel che cerco.
"
Michel De Montaigne

 

Credevate vi avrei lasciato veramente così? In quel clima di profonda malinconia, con una lepre stesa tra crampi e fiatone? Dopo tanto tempo ancora non vi fidate, eh?

Farò finta di niente.

Siamo giunti al dunque del dunque. Signori miei, è ora di scoprire le carte sul tavolo.

Possiamo raccontarci tutte le balle che vogliamo e farlo alla lunga. Io sono dalla vostra.

Finora abbiamo diviso tra noi e loro, tra vecchi e giovani, tra romantici e consumisti, tra palombari e surfers. Vi ho assecondato, ho assecondato finora la nostra naturale tendenza a schierarci, a nasconderci dietro un’etichetta (specie per noi, per noi cresciuti guardando i cartoni animati giapponesi, un vero e proprio istinto naturale: il mondo per quel che ci riguarda è ancora diviso tra buoni e cattivi. E noi tendenzialmente, anche quando siamo cattivi, siamo cattivi buoni). La verità, però, è un’altra, è che siamo di fronte a quello che gli storici chiamano “cesura”, una stagione che segna un cambiamento profondo, un cambiamento che inevitabilmente sta trasformando le nostre relazioni e il paesaggio fisico in cui esse si creano e ricreano.

Scriveva Moravia, qualche decennio fa: "viaggiare non è veramente piacevole, si va incontro all'ignoto e l'ignoto è qualche volta sgradevole e sempre traumatico; però, fa bene". Il cambiamento è appena iniziato e questo crea più di qualche paura, perché ancora non ne comprendiamo esattamente le cause e non ne percepiamo precisamente la sintomatologia. Chi è nato sommozzatore ha imparato negli anni a concedersi qualche vezzo da surfer; infondo infondo, ci piace, ci sentiamo al passo, ci inganniamo bene. In superficie abbiamo paura, perché i gesti compiuti non appartengono all’ordine di valori a cui ancora ci riferiamo; assumiamo sempre più atteggiamenti che per la nostra cultura, sostanzialmente ottocentesca, meriterebbero una sanzione o altrimenti condurrebbero a un lento svilimento dell’anima. La difesa da questa paura per noi si configura come la corsa ai ripari dall’invasione dei surfers, la denuncia dei bug del nuovo software e si traduce nell’ostinata volontà di non credere che i comportamenti delle nuove generazioni abbiano una logica, seguano una causalità. Dall’altra parte chi è nato surfer, in un contesto sociale che regala la prima tavola e la prima vela in tenera età, si è trovato in famiglie di sommozzatori: loro lucidavano la tavola, mentre mamma e papà toglievano la polvere dagli scafandri. La loro difesa è assimilabile ad una fuga dal disagio, dall’incapacità di trasmettere la loro logica, i loro contenuti, e prende la forma che abbiamo individuato nei suoi elementi di massima: accelerazione, esperienza facile, veloce, movimenti orizzontali, zapping.

Ecco tutto: il paesaggio di oggi è in preda al panico (e, in questo, ancora una volta, ci raffigura perfettamente), è diviso tra le correnti del cambiamento, un cambiamento appena accennato, che confonde tutti: surfers con sensi di colpa da sommozzatore, sommozzatori con ambizioni da surfers. In mezzo a questo caos, come succede sempre in mezzo alle situazioni confuse, pascolano alla grande speculatori, gretti, uomini senza qualità, individui senza scrupoli. Mentre noi stiamo ridistribuendo senso e riorganizzando la percezione, loro se la spassano, facendo il bello e il cattivo tempo. Questi simpatici signori stanno approfittando dello smarrimento di due generazioni, no, anzi, di due epoche storiche, per costruirci in mezzo il loro piccolo impero cariato.

Stiamo assistendo al naturale disordine del cambiamento, ad una muta. In questa muta, noi, noi umani, al posto delle penne, perdiamo le cornici di riferimento, cambiamo i valori che muovono l’azione e, ovviamente, vediamo modificate le fonti del senso.

Probabilmente è possibile guidarlo, questo cambiamento, ma possiamo provarci solo sapendo che un cambiamento è in atto. Ammettendo che a cambiare siamo anche noi.

 


 

Dettagli

Queste “brillanti” riflessioni sono state stese durante una pausa estiva nel lontano luglio del 2008, tra la Val di Fassa (Tn) e Casatenovo (Lc).

Le immagini sono auto-prodotte ove non altrimenti specificato.

 

 

Alfio-Sironi.jpgAlfio Sironi: nato nel mite ottobre del 1983, risiede in una sempre meno verde zona della Brianza collinare. Laureato in Scienze e Culture dell’ambiente e del Paesaggio presso la benemerita Università degli Studi di Milano, oggi è precario, giornalista e ricercatore.

Contatti:

cell. 348.0679952

e-mail: alfio.sironi@libero.it

blog: http://alfiosironi.wordpress.com/

 

 

 


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