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Stavamo meglio ieri

«Fino a qualche tempo fa i conservatori erano quelli che volevano conservare lo status quo.
Ma improvvisamente lo status quo è entrato in movimento e scorre come un tapis roulant verso la modernità.
Così anche i conservatori si muovono con esso.
E i moderni veri sono costretti a essere antimodernisti
.»

Milan Kundera

 

Nella puntata precedente ci siamo lasciati dopo aver isolato la seconda parte del quarto enunciato paesaggistico. Bene. Quella seconda parte attribuiva un ruolo di primo piano all’uomo (e alle sue cornici di riferimento “immateriali”) nella produzione stessa del paesaggio. Come abbiamo visto, infatti, coi possibilisti il paesaggio aveva perduto il proprio primato sull’uomo, era divenuto relazione ciclica tra uomo e territorio. Ancora pochi decenni e non sarebbe più esistito il paesaggio di per sé, ma solo il paesaggio “percepito”.

Vi avevo gentilmente chiesto di tenervi questi passaggi in caldo, per qualche ora: se l’avete fatto, possiamo iniziare.

Se non lo avete fatto, bè, non succede mica niente, tornate al post precedente e ci rivediamo, qui, tra cinque minuti.

<>Terminata la rassegna delle teorie, dettate le regole, ora arriva la parte più sperimentale, quella in cui tentare di rispondere, anche solo vagamente, a qualcuna di queste domande: cosa ci spaventa del cambiamento in atto? perché buona parte della società pare distratta e incurante? lo è? e perché noi ci angustiamo davanti al disfacimento del paesaggio e la generazione 3.0 molto meno? Belle domande.

<>Dato che non sono un umanista dai gloriosi trascorsi, dato che in tempi di specializzazione non ho particolari qualifiche, preso atto che nella vita mi comporto come un individuo mediamente intelligente e che la mia esperienza è limitata ad un solo corpo di carne e ossa, badate bene, mio silenzioso pubblico, oggi toccherà a voi, anche. Apritevi, spiattellate le vostre idee, rivelate le vostre esperienze. Oggi vi chiedo di partecipare, perché siamo nel campo della sperimentazione: facciamo ritratti alle ombre. Io guido, ma voi, se del caso, vi prego, contraddite, aggiungete. E’ importante, altrimenti l’esperimento non funziona.

<>Vedo già code.. ehi, non spingete là in fondo… va bè..

<>Prima di entrare nel vivo, ancora una cosa. Vi chiedo di smantellare del tutto l’assunto per cui: oggi c’è meno attenzione e cura nei confronti della natura, che tradotta dal linguaggio dei nostri vecchi, avremmo potuto scriverla anche come: si stava meglio ieri, eravamo più educati, più puliti, più rispettosi. Magari incarna una parte della verità, ma lungi dal favorire una concreta comprensione del mondo: la realtà difficilmente è così piana e lineare.

E poi, legittima interrogazione, i 3.0 saranno pure figli di qualcuno, no?

<>Continuo a sostenere che questa sensazione, quella lì dei giovani menefreghisti, non risponde al vero, e che la sua diffusione è influenzata da due fattori su tutti: in primo luogo, vale l’asserzione precedente; la sensibilità ambientale è in aumento, ma più di lei aumentano altre sensibilità, altre tendenze, altri interessi. La percezione delle generazioni solide è che, quindi, i nuovi giovinastri, impantanati nella complessità liquida, siano interessati a tutto, meno che alla terra che li ospita.

In secondo luogo, sempre meno ragazzi fanno esperienza della natura, o comunque di spazi aperti e verdeggianti; non si sa per quale macabra analogia qualcuno assimila i problemi derivanti da un modello urbano, che stiamo costruendo e diffondendo con le nostre mani, ad una colpa delle generazioni liquide.

<>I giovani non preferiscono la città, preferiscono distanze brevi, veloci<>. Non vogliono stare nel centro urbano, ma all’incrocio delle esperienze. Prendete, date un’occhiata e mettete da parte, poi, vi prometto, capirete.

<>Guardando un po’ meglio ci accorgiamo che il paesaggio non è meno importante di ieri, lo è in modo radicalmente diverso. Diverso per via dell’esperienza che se ne fa. Eccoci, siamo al cuore: è cambiato il modo di fare esperienza; e quindi anche esperienza del paesaggio.

 

Cantiere a Milano (Immagine di Alberto Strada)

<>La supposizione isolata una puntata fa ci diceva che il nostro sconforto, la nostra paura davanti alla mutazione, ci deriva dal fatto che siamo sforniti degli strumenti di analisi utili a capirla, che semplicemente non parliamo più lo stesso linguaggio. Che il paesaggio non è più, solo, un nostro prodotto, ma è un prodotto, anche, di altri che usano altri codici, che hanno altri riferimenti. Abbiamo ancora il cacciavite a stella, ma per le viti di oggi serve quello a punta piatta. Saltiamo ancora ventrale, mentre gli altri hanno incominciato a saltare Fosbury. Dobbiamo ancora capire dove diavolo scaricare gli aggiornamenti del vecchio software e gli altri sono già al 3.0.

Insomma, siamo di fronte a una rivoluzione e, continuando a storcere il naso e guardare con disgusto, non ce stiamo neppure accorgendo.

Quasi ci siamo; ancora un passaggio e ci siamo.

<>Bene, abbiamo detto che, quindi, è cambiato il modo di fare esperienza e, così, anche il modo di esperire lo spazio. Lo spazio è fisicamente sempre lo stesso ma, come sottolineavano gli assertori della percezione, cambia lo sguardo dell’uomo sullo spazio, cambia l’esperienza che l’uomo, oggi, fa nello spazio.

<>Lo spazio, non sarò certo il primo a dirvelo, lo spazio dell’uomo non è tridimensionale, lo spazio dell’esperienza ha cinque dimensioni. Provate a credermi. Le dimensioni che appartengono allo spazio in sé e per sé sono la profondità, la larghezza e la lunghezza, ma lo spazio umano dell’esperienza deve considerare (almeno) altre due dimensioni, senza le quali non potrebbe essere: e sono il tempo e il senso. Due opinabili nozioni/etichetta che nell’esperienza mediamente si mischiano e confondono.

Abbiamo, quindi, individuato le dimensioni dell’esperienza. Qualcosa ora vi è più chiaro?

No? Lo immaginavo.

<>Partendo da queste dimensioni e, soprattutto, dalle dimensioni non propriamente spaziali, ora proviamo a capire com’è cambiato il modo di fare esperienza nello spazio e, quindi, di formare, percepire, leggere, il paesaggio.

<>Vi sembra folle? No, è solo una sensazione che capita, che capita quasi sempre davanti a quegli accadimenti che rimettono in discussione interi assetti di valori e idee. Stiamo tentando di capire perché ci spaventiamo davanti ad un paesaggio svilito e trascurato, che noi - noi romantici, intendo - facilmente assimiliamo allo svilimento dell’anima, nostra, dei luoghi e delle cose. Stiamo tentando di capire perché gli scolari 3.0, con iPod e BlackBerry al seguito, raccontandosi l’ultima puntata dei Cesaroni, appaiano così poco interessati all’ambiente fisico in cui nuotano, mentre noi, guardandoci intorno, vediamo saccheggi e scempi in ogni dove.

<>A questo proposito, credo sia interessante soffermarsi su due elementi, che particolarmente definiscono le dotazioni 3.0: una nuova percezione del tempo e una nuova modalità di ricerca del senso. Mi sbaglierò, ma da lì, qualche indicazione utile possiamo cavarla. Qualche possibilità per ricominciare a vedere: a guardare con occhi 3.0.

Ma no, non ora. Per oggi ci siamo scofanati sufficiente materiale. Non dico che non ci dormirete stanotte, però… però, pensateci.

Per domani vedrò se riesco a procurarvi un paio di pupille 3.0. Non garantisco.

 

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