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Ospite del ciclo di incontri “Le migrazioni del Mediterraneo”, Beatrice Nicolini spiega come estrema povertà e assenza di prospettive siano il terreno ideale sul quale far proliferare il terrorismo islamista. L'Europa, con i suoi atteggiamenti incoerenti, ha delle responsabilità e non si può chiamare fuori. 

Ha preso avvio il ciclo di incontri “Le migrazioni del Mediterraneo” organizzato da Fondazione Serughetti – Centro studi e documentazione “La Porta”   presso il liceo “L. Mascheroni” di Bergamo. Un percorso di approfondimento in 6 incontri che intende mettere a confronto studiosi e giornalisti per raccogliere più punti di vista attorno al tema delle migrazioni.  Un argomento, sottolineano gli organizzatori nel loro intervento di apertura, che necessita di urgente e serio approfondimento: «Il 7 marzo del 2015 Fulvio Scaglione scriveva queste parole su Famiglia Cristiana: “nei primi due mesi del 2015 sono sbarcati sulle nostre coste circa 80 mila migranti, ovvero il 43% in più dello stesso periodo del 2014. Nei primi due mesi di quest’anno abbiamo avuto 69 sbarchi, mentre nei primi due mesi dell’anno scorso erano stati 46. Se il ritmo fosse questo per tutto il 2015, a fine anno avremmo 480 mila nuovi arrivi, contro i 170 mila complessivi dell’anno scorso”.

All'avvio di questo ciclo di incontri siamo ancora in piena emergenza, i numeri andrebbero continuamente aggiornati, le notizie che riceviamo dovrebbero essere passate al vaglio della conoscenza, il dibattito sulle politiche europee e italiane sottratto agli spot da campagna elettorale.
Proseguiamo la riflessione su migrazioni e Mediterraneo convinti che occorra conoscere per capire».

La redazione di Vorrei condividendo la necessità di un approfondimento serio per questi temi, seguirà alcuni dei più interessanti incontri di questo percorso.

Incominciamo oggi dal contributo della professoressa Beatrice Nicolini, docente di Storia e istituzioni dell'Africa presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica di Milano, per anni ricercatrice nell'Africa sud occidentale e poi subsahariana. Il compito che gli organizzatori le hanno affidato è quello di descrivere il Corno d'Africa, una regione che, tra discriminazioni e persecuzioni, vive in condizioni drammatiche e che oggi dà origine a uno tra i più consistenti flussi migratori in atto.

 

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DISPERAZIONE: TERRENO FERTILE PER I TERRORISTI

Perché un giovane di 17-25 anni si sobbarca un viaggio che va dai 3 mesi a un anno con percentuali di fallimento elevate? O ancora, perché un giovane si fa facilmente cooptare all'interno di gruppi di violenti fanatici? Prende le mosse da queste domande l'analisi di Beatrice Nicolini.

«Il corno d'Africa è composto da quattro paesi: Somalia, Etiopia, Eritrea,  Gibuti, alcuni studiosi includono nelle loro analisi anche il Sudan. Si tratta di paesi in cui si concentrano alcune delle situazioni più drammatiche di tutto il continente, paesi giovani, ma spesso  senza prospettive minime di vita. Povertà e disillusione rendono questi territori substrato ideale per la nascita di movimenti radicali. Parlare del Corno d'Africa in questi giorni può essere molto utile per comprendere anche i fatti di Parigi.

Le cellule militanti dei movimenti fondamentalisti islamici hanno qui tra i loro maggiori centri di reclutamento. Al Shaabab è il gruppo principale che si muove nella regione, un'organizzazione che funziona in modo simile all'ISIS, ma con una differenza sostanziale: questi terroristi si considerano patrioti. Chi di noi, studiosi o giornalisti, ha avuto modo di parlare con quei ragazzi si è sempre sentito rispondere: “no, non abbiamo subito nessun lavaggio del cervello, siamo costretti a fare quel che facciamo, questo è l'unico modo per mettere in luce la nostra drammatica condizione, questo il nostro modo di lottare”.

Il dramma a cui fanno riferimento i terroristi viene dal mare  negli ultimi anni sempre più navi merci buttano rifiuti tossici sulle coste del Corno d'Africa, per evitare i costi di smaltimento rilasciano i rifiuti in mare aperto. Questi temi erano già emersi dalle indagini che stava conducendo ormai più di un decennio fa la compianta Ilaria Alpi. Il mare rappresentava la principale fonte alimentare e lavorativa per questi paesi poveri di risorse, oggi in quei mari non si pesca più nulla».

Il problema del terrorismo è aggravato ulteriormente, spiega la docente della Cattolica, poiché  in questa parte del mondo la popolazione ha un'età media che spesso è di molto inferiore ai 30 anni:  «ci troviamo davanti uno scenario di giovani arrabbiati, ragazzi senza istruzione e senza prospettive, per i quali è molto facile scivolare dentro queste realtà criminali; questi gruppi promettono da vivere e danno senso a vite che spesso faticano a trovare un orizzonte fuori dalle privazioni e le fatiche quotidiane. Gruppi come Al Shabaab offrono subito a chi si arruola una moto cinese da 300 euro e 700 euro in contanti e invitano a unirsi alla lotta contro chi ha ridotto i paesi alla fame, chiunque essi siano».

LA NIGERIA E BOKO HARAM

«Boko Haram – nome che etimologicamente significa “contrastare” l'Occidente -  è un altro movimento che desidera distruggere completamente le etnie, i clan, le élites, per rompere l'attuale quadro di potere presente nell'Africa occidentale. Rompere gli equilibri costituiti con lo scopo di rimettere le mani sulla gestione delle risorse petrolifere nigeriane».

E' bene specificare che attualmente le risorse petrolifere nel delta del Niger sono quasi interamente nelle mani di una manciata di aziende occidentali del petrolio, tra le quali le italiane Eni e Agip. Queste aziende vengono accusate dai gruppi terroristici locali di utilizzare le risorse del Paese grazie ad accordi con il Governo, patti poco chiari che non tutelano i cittadini e il territorio: le multinazionali del petrolio qui non fanno manutenzione e utilizzano tecnologie superate, in questo modo stanno inquinando irreparabilmente l'intera regione, questo senza portare alcun vantaggio in grado di compensare questa nuova colonizzazione economica.

ERITREA: UN CAMPO MILITARE GRANDE COME UNO STATO

Nicolini concentra poi la sua analisi su una delle situazioni più terribili del Corno d'Africa, quella eritrea: «L'eritrea è un paese di cui nessuno si occupa, non sembra interessante né dal punto di vista giornalistico né da quello accademico. Isais Afewerki è il padre padrone del paese, un tiranno senza scrupoli che ha istituito un servizio militare permanente a cui tutti sono chiamati, ragazzine e religiosi compresi. Dai 17 a 50 anni tutti devono servire il paese dal punto di vista militare. Afewerki motiva la scelta in ragione della  guerra che da 30 anni prosegue  con l'Etiopia; paese, quest'ultimo, d'entroterra, ricco di risorse, ma privo di sbocchi al mare e con diversa caratterizzazione religiosa (cristiani ortodossi, ndr)».

«Abbiamo qualche responsabilità  da quelle parti. Gli eritrei per 70 anni hanno subito la colonizzazione italiana - periodi coloniali di cui, devo dirlo, si ha poca memoria nel nostro paese. In Eritrea noi italiani abbiamo lasciato parecchi figli: l'istituto del madamato  diffuse l'abitudine  tra i coloni italiani di accompagnarsi a ragazze molto giovani, spesso anche dodicenni. A quelle ragazze non veniva riconosciuto nulla, non c'era assunzione  di responsabilità in quelle unioni da parte degli uomini. Era diffusa un'idea di donna mortificante, tipica dell'epoca e del pensiero fascista, completamente piegata alle esigenze del maschio e dell'economia domestica. Quando vennero promulgate le leggi razziali venne automaticamente a decadere anche l'istituto del madamato, i figli nati da queste unioni furono così abbandonati: una generazione di orfani affidati alle missioni cattoliche dei dintorni.

Dell'Eritrea si pensava inizialmente di fare una colonia di popolamento, in seguito le sorti  portarono il paese a trasformarsi in una colonia penale, dove mandare delinquenti ed esiliati».

«Il mondo per lungo tempo si è dimenticato dell'Eritrea poiché la sua terra non ha risorse. Ora però ogni mese 5000 persone lasciano l'Eritrea per approdare sulle coste d'Europa e ci troviamo costretti a fare i conti con quelle realtà che avevamo rimosso. Sul totale dei migranti che arrivano sulle sponde settentrionali del Mediterraneo il 22-23% provengono dall'Eritrea. Il dato è in parte gonfiato dal fatto che molti etiopi si spacciano per eritrei di modo da conseguire più facilmente lo status di rifugiati».

«Afewerki è un dittatore a capo di un partito unico; l'opposizione politica in questi paesi è ritenuta semplicemente un nemico da eliminare il più rapidamente possibile. Se questo non bastasse, il suo governo è accusato di dare supporto militare e finanziario ai gruppi terroristici che agiscono nella regione. Il consiglio di sicurezza dell'ONU davanti a questi atteggiamenti – su cui Afewerki non ha mai fatto  un passo indietro - ha deciso di istituire sanzioni economiche contro l'Eritrea. Le sanzioni strangolano ancora di più una popolazione già ridotta in condizioni di semi-schiavitù e completa povertà. L'unica via per questa gente è quindi quella di darsi alla fuga, cercando di corrompere ufficiali e funzionari dell'esercito affinché li lascino scappare (senza sparare e uccidere, come previsto per legge in Eritrea, ndr)».

 

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L'EUROPA E LE “SUE” CANAGLIE

«L'UE davanti a questa situazione ha sempre finto di non vedere,  da quando però gli sbarchi sulle nostre coste sono aumentanti in modo considerevole la Commisione Europea ha deciso di erogare 35 milioni di euro al governo eritreo per intensificare la stretta militare ai confini e non far scappare i suoi abitanti verso il Mediterraneo. Da una parte le sanzioni, dall'altra i pagamenti: politiche così scriteriate non possono che dare pessimi frutti. 

Gheddafi aveva stretto simili accordi con le potenze europee negli ultimi anni del suo governo, usava i soldi ricevuti dall'Occidente – quello stesso Occidente che poco dopo lo avrebbe considerato uno spregevole dittatore da eliminare - per pagare 100 dollari al giorno i mercenari arruolati con il compito di ammazzare tutti coloro tentassero di scappare tramite la via libica.

«In Europa – continua Nicolini – è diffusa l'idea che sia utile mantenere al potere anche delle vere e proprie “canaglie”, l'importante è che siano le “nostre” canaglie; figure che in qualche misura ci sono convenienti, che tengono sotto controllo per conto nostro le situazioni più gravi, molte delle quali spesso abbiamo creato con le nostre mani. Continuare a pensare e ad agire in questo modo significa muovesi con una strategia che  nel lungo periodo non è sostenibile. Perché curiamo i sintomi e non le cause: fintanto permarranno quelle situazioni disperate niente potrà fermare la voglia di fuggire e cercare un luogo in cui perlomeno poter continuare a vivere.

L'Arabia Saudita ha costruito 1800 km di muro al confine con lo Yemen, questo paese infatti oggi rappresenta una via di fuga  molto frequentata. Chi prova la via yemenita ha spesso come destinazione finale  proprio l'Arabia Saudita, dove non mancano occasioni di lavoro.

Dall'Eritrea, infatti, si può scappare lungo diverse direttrici: passando per Etiopia e Sudan, ad esempio. In questo caso, i trafficanti di uomini portano i migranti fino al Nilo -  sempre che non vengano fermati prima dai soldati dell'esercito di Afewerki – in seguito, scendendo lungo il fiume arrivano in Egitto, dove è oggi elevato il rischio di essere rapiti delle tribù beduine dell'area. I beduini non vanno per il sottile: chiedono riscatti alle famiglie eritree della diaspora e, se non vengono pagati, uccidono o rinchiudono i malcapitati in campi di concentramento a 50° gradi centigradi in mezzo al deserto. L'Africa è piena di  campi profughi in condizioni infernali, alcuni di questi ospitano persone imprigionate lì da decenni. Chi riesce ad andare oltre il deserto arriva in Israele o  in Libia, altri luoghi oggi molto rischiosi per un migrante. In questo orrore caotico si preferisce tentare quindi la via dello Yemen. Tra Eritrea e Yemen c'è solo uno stretto di mare da attraversare, ma questo spazio marittimo è interessato dalla presenza di piattaforme off-shore per l'estrazione del petrolio e qui molte multinazionali hanno interessi. Lo stretto è pattugliato e chi riesce ad attraccare nello Yemen  finisce per trovarsi in un paese dilaniato dalla guerra e bloccato dal muraglione di sbarramento dei Sauditi: si capisce bene che anche questa rotta è destinata a estinguersi, producendo nel frattempo una gran quantità di morte e sofferenza».

 

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L'ARABIA SAUDITA

«Non possiamo a questo punto non soffermarci un momento sull'Arabia Saudita. Si tratta di un paese enorme e sottopopolato. I Sauditi tra l'altro si rifiutano di fare lavori manuali e anche per questo motivo la richiesta di manodopera è sempre elevata. Sono molti i pakistani e bengalesi che oggi prestano servizio nella penisola arabica, lavorano come manovali o nell'esercito. I sauditi sono wahhabiti, cioè discendenti di una scuola coranica ultraconservatrice che offre una interpretazione letteralista delle scritture, questo ha dato origine a una dittatura su base religiosa che ha rapporti  molto difficili con la libertà, il rispetto dei diritti civili e di quelli umani.

Anche l'esercito soffre e da qualche anno ormai sono iniziate vere e proprie campagne di reclutamento nel vicino Pakistan (musulmano e sunnita). I pakistani che decidono di arruolarsi ai servizi di Riad vengono spediti ad una scuola militare in Afghanistan dove istruttori di grande esperienza – molti sono italiani - formano soldati secondo le metodologie più moderne. Il governo pakistano cerca di arginare il fenomeno perché ha la medesima esigenza: rimpolpare le file del suo esercito da tempo impegnato contro l'India nella regione del Kashmir. Il “no” pakistano non può però essere secco: da Riad minacciano di espellere tutti i pakistani espatriati che attualmente vivono e  lavorano in Arabia Saudita. Ipotesi remota - fossero espulsi tutti i pakistani, l'indomani si avrebbe una quasi completa paralisi del mondo lavorativo arabo – ma che saggiamente i pakistani non intendono verificare».

La docente analizza in seguito il ruolo che l'Arabia Saudita sta rivestendo nello scacchiere mediorientale anche in relazione all'attuale crisi siriana: «I movimenti dell'Arabia nello scenario del vicino oriente oggi vanno letti in due sensi: o sono finalizzati al controllo del mercato delle risorse energetiche o hanno come obiettivo una massiccia propaganda anti-sciita, anti-iraniana e a favore di gruppi sunniti islamisti come l'ISIS.

Anche il conflitto con lo Yemen, tornato alle cronache occidentali in questi giorni, va letto attraverso questa lente. Quando gli houti (gruppo armato sciita zaydita) hanno iniziato ad avanzare conquistando il paese da nord, da Riad è arrivato l'ordine di intervenire per bloccare la situazione che avrebbe potuto portare alla formazione di un governo ostile ai suoi interessi.

L'Arabia Saudita lavora oggi allo stesso modo in tutta la regione: invita i sunniti ad adottare la prospettiva wahhabita e ostacola qualsiasi affermazione dei gruppi sciiti. Questo scontro intrareligioso è un elemento fondamentale della guerra che imperversa oggi in Medioriente, ma noi, ancora molto viziati da una visione eurocentrica del pianeta,  tendiamo a considerarlo un aspetto marginale».

In conclusione, Nicolini sottolinea nuovamente come, fintanto permarranno situazioni di notevole disagio e completa assenza di diritti, l'Africa tenderà sempre più ad assomigliare a una polveriera: «L'Africa di oggi è un immenso continente composito, fatto di tante realtà diverse.  Paesi come l'Angola e il Mozambico, ad esempio, si stanno sviluppando rapidamente. Sono ormai abitati da una classe media diffusa che abitualmente manda i figli a studiare: si moltiplicano gli atenei, pensate che nella sola Etiopia le sedi universitarie oggi sono più di 70. Sono molti i giovani disoccupati portoghesi che vanno a lavorare nelle aziende angolane e i titoli di debito del Portogallo quest'anno sono stati ritirati in ampia parte dalla sue due ex colonie africane. Le geografie si ridisegnano, cambiano velocemente. In Mozambico la Comunità di Sant'Egidio ha dato il via a progetti di formazione alla microimprenditorialità che stanno avendo un ottimo successo. Insomma, non voglio darvi un'immagine monocorde e negativa del continente, voglio solo sottolineare che finché permaranno situazioni come quella del Corno d'Africa o del Delta del Niger, con forti disparità, assenza di prospettive e opportunità, i movimenti fondamentalisti avranno vita facile e seguiteranno ad espandersi. Le nostre politiche devono partire da questa consapevolezza: non possiamo continuare a fare shopping di materie prime a basso costo nei paesi africani, magari lasciando per convenienza la mancia a governanti corrotti. Proseguendo su questa strada lo shopping all'estero diverrà sempre più costoso, il rischio insostenibile. Parigi è stato un avvertimento».

Gli autori di Vorrei
Alfio Sironi
Author: Alfio SironiWebsite: alfiosironi.wordpress.com

Mi occupo di tematiche geografiche dentro e fuori la scuola.

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