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20220423 foto intro

Nel mondo e  nel tempo narrando in versi ai bambini

 

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20220308 Watergate Smithsonian Museum

 

Dalla rivista di cinema  e cultura Fata Morgana Web  riporto l'articolo  "50 anni di Watergate" , che ho scritto partendo dalla mostra dello Smithsonian Institute di Washington Watergate: Portraiture and Intrigue.  Curiosità e soprattutto confronti, forzatamente parziali, tra i principali film prodotti nei decenni e le nuove produzioni televisive inerenti lo scandalo iniziato nel giugno 1972.

 

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16032022 ARRIVANTI Giovanni Tagliavini ARRIVANTI

Conversazione con Giovanni Tagliavini,  "grande osservatore" secondo il critico Jean Blanchaert e "manipolatore di immagini" per autodefinizione,  nelle cui opere creatività e bellezza sono inscindibili dalla funzione sociale dell'arte. 

 

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22022022 intervista Nina Turner

Icona del progressismo americano, carismatica alleata di Bernie Sanders e sua diretta erede naturale, Nina Turner torna a correre per il Congresso dopo la sconfitta subita l'estate scorsa nell'elezione speciale dell'Ohio, vinta dalla candidata scelta dall'establishment Shontel Brown. Nell'intervista rilasciatami il  22 febbraio 2022  Nina racconta di quella sconfitta, della necessità per i progressisti di non demordere, del primo anno di Biden e di altro ancora. 

 

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20220202 Sinema e Manchin emblemi della corruzione di Washington

Punte dell'iceberg della corruzione democratica, Joe Manchin, proprietario di industrie fossili che trattano carbone di pessima qualità, e Kyrsten Sinema, enormemente finanziata da Big Pharma e Camera di Commercio, continuano a trarre ingenti profitti personali contrastando provvedimenti socio-sanitari, diritti di voto, riforma del filibuster e misure contro il cambiamento climatico, tra l'inerzia di Biden e il silenzio dei media mainstream. 

 

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  1. 31072021 bernie e nina comizio Cleveland Ninas twitter page

L'elezione speciale dell'undicesimo distretto dell'Ohio per il seggio lasciato libero da Marcia Fudge, entrata nello staff di Joe Biden, ha assunto proporzioni di livello nazionale per le primarie del 3 agosto. Il terrore che Nina Turner, vulcanica alter ego di Bernie Sanders, entri in Congresso con lui, Alexandria Ocasio Cortez e la Squad ha provocato l'afflusso di enormi quantità di denaro nelle casse della candidata pro-establishment Shontel Brown.

 

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 02072021 campidoglio washington

Il filibuster, ostruzionismo tipico del Senato americano di cui il recente libro Kill Switch di Adam Jentleson racconta la storia, è diventato nell’era Mitch McConnell l’arma con cui una superminoranza suprematista bianca impone la sua agenda. La sua abolizione, oggi sostenuta da gran parte del Partito Democratico, incontra ancora la resistenza dei più incalliti corporate dems, guidati da Joe Manchin e Kyrsten Sinema.

 


Il filibuster è un tema sempre più all’ordine del giorno nella politica statunitense. Se i Repubblicani sono compatti nell'opporsi alla sua abolizione, i Democratici, per lo più  favorevoli, devono fare i conti coi senatori Joe Manchin (West Virginia) e Kyrsten Sinema (Arizona), noti per votare molto spesso con i repubblicani, capofila dello zoccolo più duro dei corporate dems superfinanziato dal big money.

02072021 joe manchin da facebook

Seppur riferendosi a loro come “due senatori", Joe Biden ha recentemente richiamato all’ordine Manchin e Sinema, invitandoli a smettere di bloccare non solo l’abolizione del filibuster, alla quale lui stesso si è finalmente convertito, ma anche i suoi piani di spesa, in particolare il Reconciliation Bill, così chiamato proprio in virtù della sua imprescindibile dipendenza dal filibuster. Ma procediamo con ordine.

 Il filibuster e Mitch McConnell

Una legge sottoposta a filibuster, anche per richiesta di un solo senatore, deve superare una barriera preliminare di 60 voti, ossia tre-quinti del Senato, per poter accedere al la discussione e al passaggio finale del voto vero e proprio a maggioranza semplice. Il repubblicano Mitch McConnell ha portato il filibuster a conseguenze estreme, compromettendo il concetto stesso di democrazia.

Ostruzionismo tipico del Senato americano, il filibuster - termine mutuato dal vocabolario della pirateria intorno alla metà dell'Ottocento per sottolinearne la scorrettezzarichiede, in virtù della rule 22 del 1917, che un provvedimento arrivi alla barriera di 60 voti, detta cloture, corrispondente a tre-quinti dei senatori (due-terzi fino al 1975) per accedere alla discussione  e conseguentemente al voto vero e proprio a maggioranza semplice, pena la sua decadenza. Per l’uso sempre più spregiudicato e incontrollabile fattone dal repubblicano Mitch McConnell - prima come leader di minoranza dal 2007 al 2015, poi come speaker fino al cambio con Chuck Schumer nel gennaio 2021 e ora di nuovo come leader di minoranza - il filibuster è diventato il mezzo per attuare, con buona pace della democrazia, l’agenda di una minoranza suprematista bianca corrispondente all’11% circa della popolazione.
Oltre ad apportare modifiche epocali alle regole del Senato, McConnell ha anche estremizzato fenomeni progressivamente accentuatosi negli ultimi decenni come il potere decisionale dei leader, la polarizzazione partitica, la negative partisanship, che porta al voto “contro” la parte avversa invece che “a favore di” istanze politiche. Ma soprattutto McConnell  -  the unifier (l'unificatore) come lo definisce Adam Jentleson nel suo libro Kill Switch, the Rise of the Modern Senate and the Crippling of American Democracy  sulla storia intrecciata di ostruzionismo e Senato dalla nascita degli Stati Uniti a oggi - ha decretato la sottomissione repubblicana al Tea Party. Seppur considerato dal Tea Party un establishment republican, il senatore del Kentucky ha giocato con astuzia e cinismo,  sfruttando come vedremo anche drammatiche occasioni fortuite, per creare  quella compattezza che, a parte rari casi, caratterizza il voto repubblicano del Senato, spada di Damocle di ogni provvedimento.

02072021 Mitch McConnell da facebook

La contrattazione segreta su "filibuster e 6 gennaio" tra Joe Manchin e i ricchissimi finanziatori di No Labels

Recente esempio della prevaricazione esercitata con il filibuster è il veto del 28 maggio a una commissione bipartisan per indagare sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Passata alla Camera con il supporto di 35 Repubblicani, in Senato, diviso 50 a 50, se sono trovati solo sei, nonostante il giorno prima la madre del poliziotto ucciso Brian Sicknick avesse fatto il giro dei loro uffici pregandoli di sostenerla. 

Il 16 giugno scorso uno scoop di The Intercept, che titolava “L’audio trapelato sulla telefonata del senatore Joe Manchin offre un raro sguardo sulle trattative su filibuster e 6 gennaio”,  ha  reso quell’episodio un emblema dei metodi usati a Washington. Joe Manchin è stato intercettato su Zoom con parecchi ricchissimi soci del gruppo No Labels, che finanzia “Democratici conservatori e Repubblicani moderati”, mentre chiedeva il loro aiuto, ad esempio prestigiosi incarichi post-senatoriali, per convincere alcuni Repubblicani a votare coi Democratici sulla commissione del 6 gennaio in cambio del futuro appoggio contro l’abolizione del filibuster, il cui mantenimento è “una priorità fondamentale” per quei finanziatori, “poiché reprime la legislazione progressista che toccherebbe i loro interessi principali.” 

Pro-abolizione del filibuster, insieme a Bernie Sanders e ai progressisti, c'è oggi comunque una parte sempre più consistente del Partito Democratico anche per l’uso senza precedenti fattone da McConnell contro Barack Obama, che definisce la pratica “un retaggio delle [leggi segregazioniste] Jim Crows”.

McConnell, che ripropone contro Biden l'ostruzionismo senza precedenti usato contro Obama,   nel 2020 è stato rieletto per altri sei anni anche grazie all'establishment democratico che nelle primarie ha boicottato con ogni mezzo il progressista Charles Booker.

Oltre a rendere difficile la vita al primo presidente nero, McConnell  voleva dimostrare l’incapacità democratica di governare in funzione delle elezioni successive. Pur senza difendere le posizioni da corporate dem di Obama che hanno deluso moltissimi suoi elettori del 2008 (ricordiamo che nel marzo 2020 il colpo mortale inflitto a Bernie Sanders porta   la firma di Obama), non c’è dubbio che il filibuster abbia contribuito alla perdita della maggioranza democratica alla Camera già con le elezioni del 2010 e al Senato nel 2014. Ora McConnell, in carica per altri sei anni, sta riproponendo quell’ostruzionismo vincente anche contro Joe Biden, per la riconquista repubblicana di una o entrambe le camere fin dalle elezioni di medio termine del 2022. Il paradosso, almeno apparente data la diffusa dipendenza bipartisan dal big money, è che nelle scorse elezioni il progressista afroamericano Charles Booker aveva buone probabilità di battere McConnell, se nelle primarie l’establishment democratico non avesse usato ogni mezzo per boicottarlo in favore della conservatrice senza speranza Amy McGrath.

 Kill Switch: l’ascesa del Senato moderno e la paralisi della democrazia americana

02072021 kill switch copertina adam jentleson

Grande fautore dell’abolizione del filibuster, Adam Jentleson (qui intervistato da Michael Moore, in Kill Switch afferma: "Mentre l’America affronta enormi sfide, il Senato è diventato un kill switch (più o meno “chiusura di emergenza”) che elimina soluzioni ampiamente condivise e spegne il nostro processo democratico.”

Secondo Adam Jentleson, autore di Kill Switch, i Democratici, molti dei quali hanno tratto e traggono benefici personali dal filibuster,  non possono più accampare scuse  contro la sua abolizione. 

La sua tesi è che ora non ci sono più scuse per i politici democratici. Anche coloro che si sono a lungo opposti all’abolizione del filibuster, spesso per interessi finanziari e carrieristici, non possono più nascondersi o accampare giustificazioni. Quindi o lo aboliscono - cosa che l’autore dimostra essere fattibile in diversi modi per riportare il Senato all’equilibrio che i Padri Costituenti gli avevano conferito - o saranno i diretti responsabili sia del fallimento di provvedimenti sostenuti dalla maggioranza della popolazione, sia di una prossima sconfitta elettorale, sia della continuazione dello strapotere di quella che l’autore definisce la “superminoranza WWAC” (wealth, white, anti-choice, conservative), un gruppo talmente a destra da non conoscere uguali nelle moderne democrazie.

Oltre che per l’accuratezza storica, il libro è interessante per le esperienze senatoriali di Jentleson, dal 2011 al 2016 vice-capo staff del senatore democratico  Harry Reid, speaker dal 2007 fino al cambio con McConnell nel 2015 e come lui personaggio chiave del filibuster contemporaneo. Come vedremo in chiusura entrambi hanno infatti utilizzato la nuclear option, uno strumento estremo, invocabile con una mozione d’ordine solo dallo speaker del Senato, per portare la cloture alla maggioranza semplice. 

Nuclear option e reconciliation sono i due modi attuali, di difficile e limitata applicazione,  per bloccare il filibuster. 

L’altro mezzo per bloccare il filibuster è la reconciliation, in vigore dal 1974 con regole molto rigide. Essa è infatti applicabile solo una volta all'anno e solo a provvedimenti di cui bisogna dimostrare un forte impatto fiscale al Budget Control Committee, laddove invece il filibuster può essere applicato senza limiti numerici o tematici. In qualità di presidente di quel comitato da gennaio, Bernie Sanders si sta battendo per applicare la reconciliation anche a un’estensione del Medicare, incontrando come previsto l’opposizione di Joe Manchin, Kyrsten Sinema & Co. 

Quanto alle testimonianze di Jentleson, riportiamo i suoi commenti al  filibuster che bocciò una legge su una seppur blanda limitazione delle armi, proposta addirittura da Joe Manchin e dal repubblicano Pat Toomey, dopo il massacro di venti bambini di prima elementare in una scuola del Connecticut nel dicembre 2012. “In questo sistema che ricompensa disciplina e lealtà al partito, blindato da milioni di dollari di finanziamenti da parte di gruppi con interessi particolari, era improbabile che i senatori pagassero un prezzo politico per opporsi a una legge supportata dal 90% degli americani. Certo, la conversazione con i genitori in lacrime che chiedevano ai senatori di pensare ai loro bambini uccisi avrebbe potuto essere difficile da sostenere. Ma tutto ciò che dovevano fare era superare quel quarto d’ora circa che era stato riservato loro nell’agenda giornaliera.” Poco dopo il voto, Jentleson, Reid e i genitori erano nell’ufficio dello speaker: “ ‘Bene ...’ disse [il portavoce dei genitori] per rompere il silenzio. Chinò la testa e rimase zitto. Scrollò le ampie spalle, e sembrava che stesse lottando per trattenere le lacrime. Non aveva bisogno di dire nulla, perché non c’era nulla da dire. Il suo unico figlio era morto e il suo governo aveva mostrato che non gliene importava niente.”

Breve genesi del filibuster 

Ostruzionismo e supermaggioranza erano assenti nella Costituzione del 1787 che, racconta Jentleson, "era seconda stesura del governo americano".  La prima, gli Articoli della Confederazione, era stata un disastro perché “per approvare qualsiasi legge riguardante esercito, tasse e spese era necessario il voto di due-terzi degli stati”, provocando "uno stallo frequente che i Costituenti volevano evitare". Quasi prevedesse l’arrivo del moderno filibuster e addirittura di Mitch Mc Connell,  nel 1787 Alexander Hamilton scriveva nel numero 22 dei Federalist Papers  che “l’effetto reale” della supermaggioranza è quello di “distruggere l’energia del governo e di sostituire le preferenze, le tresche, o gli stratagemmi di un gruppo irrispettoso, prepotente o corrotto, alle regolari deliberazioni e decisioni di una maggioranza rispettabile.”

Costituito quindi come corpo a maggioranza semplice, se non per pochissime questioni tra cui l’impeachment del presidente, il Senato salvaguardava i diritti della minoranza attraverso tempi congrui di dibattito per persuadere gli avversari, ma quando gli argomenti erano esauriti  si procedeva al voto. Nel 1806 però quello che Jentleson considera il più grave errore di copiatura mai commesso  stralciava dalla Costituzione quella regola, nota come previous question rule. Negli anni 30 del 1800 se ne accorse il senatore del South Carolina John Calhoun che, per difendere la schiavitù in un momento in cui il Nord la metteva in discussione più per motivi economici che umanitari, sostituì al dibattito un ostruzionismo organizzato in modo tale da mettere in difficoltà l’intero Senato.  Ma la vera trasformazione del filibuster fu la rule 22 del 1917, con cui senatori non altrettanto lungimiranti dei Costituenti introdussero la supermaggioranza  in seguito alle proteste causate dall’ostruzionismo del pacifista Robert "Bob the Fighter" La Follette alla proposta di Woodrow Wilson di armare le navi mercantili americane minacciate dagli U-boot tedeschi. 

Sebbene storicamente legato a finalità prevalentemente razziste, il filibuster è stato usato anche in situazioni differenti e il guaio odierno è che moltissimi americani lo correlano ancora a quello di 23 ore che James Stewart sostiene in un Senato corrotto prima di svenire esausto in Mr. Smith va a Washington (1939) di Frank Capra.

 

 

Nella realtà il record è detenuto dalle 24 ore e 18 minuti del senatore democratico del South Carolina Strom Thurmond contro il Civil Right Act nel 1957. Ormai da una decina d’anni i suprematisti bianchi sudisti usavano il nuovo filibuster per mantenere le  Jim Crows. Loro leader era il potente Richard Russell del Partito Democratico, che allora annoverava i razzisti più ferrei, quei Dixiecrat che Richard Nixon avrebbe poi assorbito nel Partito Repubblicano. “All the way” (2016), un biopic incentrato sulle tematiche razziali della presidenza di Lyndon B. Johnson mostra il complicato barcamenarsi di LBJ (Bryan Cranston) tra le insistenti pressioni di Martin Luther King (Anthony Mackie) e il sempre più difficile rapporto proprio con Richard Russell (Frank Langella), suo ex-mentore contrarissimo alle leggi sui diritti civili passate tra il 1964 e il 1967.

 

 

 Tornando a Kill Switch, Jentleson sostiene che paradossalmente fu proprio il Civil Right Bill del 1964 a rendere possibile “l’ostruzionismo di massa di Mitch Mc Connell. Dopo che nel 1964 Johnson sconfisse il filibuster del Sud contro i diritti civili, i cambiamenti alle regole [attuate nei due decenni successivi per scoraggiarlo] resero il suo utilizzo più facile che mai, mantenendo intatto tutto il suo potere. Può apparire illogico, tuttavia proprio quello è il punto di svolta che dà alla minoranza il potere di veto su tutto ciò che passa per il Senato.”

Con il silent filibuster bastano una telefonata o un'email per chiedere la supermaggioranza, senza che ci sia nemmeno l'obbligo di dibattere. La legge resta in sospeso e diventa oggetto di contrattazioni fuori aula.

Tra le modifiche decisive il multitrack system che, istituendo percorsi diversificati per evitare l’inefficienza del Senato, rese progressivamente possibile eliminare dall’aula e lasciare in sospeso le leggi sottoposte al filibuster, rendendole oggetto di intrighi e contrattazioni fuori aula. Naturale conseguenza fu il silent filibuster (oggi sostituitosi quasi totalmente alle maratone verbali del talking filibuster) che, eliminando l’obbligo di dibattere, rende sufficienti una telefonata o un’email per invocare i 60 voti. Ecco come “il Senato moderno ha finito per dare alla minoranza il potere di veto su qualsiasi istanza, rendendolo più potente che mai.”  Ed è proprio l'idea di ritornare ad una sorta di talking filibuster simile ai "dibattiti" originari  quella che  viene oggi principalmente sostenuta  dai fautori della abolizione del filibuster contemporaneo. 

La nuclear option di Harry Reid e quella, letale per la Corte Suprema, di Mitch Mc Connell

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   J. Scott Applewhite/Associated Press Harry Reid on Nov 21, 2013

Il "precedente Reid", ossia l'invovcazione della nuclear option nel 2013 per consentire le nomine di Obama per cariche al di sotto della Corte Suprema, si rivelò un'arma a doppio taglio nelle mani del Mitch McConnell speaker. Trasformando regole  fino ad allora intoccabili, il risultato fu la nomina  di tre justice conservatori negli anni della presidenza Trump.

Ed eccoci in conclusione alla nuclear option di cui Harry Reid è considerato il padre, avendola usata con successo per evitare le continue bocciature delle nomine proposte da Obama. Il 19 novembre 2013 il Washington Post titolava “Harry Reid is set to go nuclear”. Due giorni dopo lo speaker passava all’azione: "Sollevo una mozione d’ordine affinché il voto per la cloture sotto la rule 22 avvenga per voto a maggioranza per tutte le nomine eccetto quelle per la Corte Suprema degli Us.” Passato 52 a 48, il cosiddetto “precedente Reid”, dice Jentleson “segnò la prima volta che la maggioranza [semplice] del Senato ebbe il potere di imporre la cloture dai tempi della cancellazione della previous question rule del 1806,” mostrando sostanzialmente la possibilità di “restaurare il diritto della maggioranza di porre fine al dibattito secondo il modo inteso dai Costituenti.” Quel precedente divenne però un’arma a doppio taglio nelle mani del Mitch McConnell speaker, che utilizzando la nuclear option nell’aprile 2017 per bloccare il filibuster democratico contro Neil Gorsuch, proposto da Donald Trump per la Corte Suprema, apportò uno storico cambiamento in un ambito tabù come le cariche a vita dell’organo più potente della struttura politica americana. Per Mitch McConnell tutto rientrava nel quadro a lui svelatosi il 13 febbraio 2016, quando il suo amico giudice conservatore della Corte Suprema Antonin Scalia passò a miglior vita con un tempismo demoniacalmente provvidenziale. Non solo in quei giorni McConnell stava per diventare il principale bersaglio del Tea Party, ma proprio quella stessa sera ci sarebbe stato il tredicesimo dibattito presidenziale repubblicano. Prevedendo che Ted Cruz avrebbe proposto di bloccare qualsiasi nomina di Obama, il macchiavellico McConnell doveva anticiparne le mosse. Ma c’erano pro e contro. Se avesse concesso a Obama anche una sola possibilità, Cruz, Trump e il Tea Party lo avrebbero messo all’angolo. D’altra parte bloccare drasticamente un presidente con ancora quasi un anno di mandato avrebbe potuto rivoltarglisi contro. Bisognava decidere. Alla conferenza stampa indetta prima del dibattito McConnell annunciava che la nomina del nuovo justice sarebbe spettata al nuovo presidente. 

E così fu. Il posto di Scalia rimase vuoto fino alla nuclear option del 2017, che avrebbe poi spianato la strada alle controverse nomine di Brett Kavanaugh nel 2019 e dell’ultra-conservatrice anti-choice Amy Coney Barrett in ottobre 2020. Quest’ultima avvenne poco più di un mese dopo la scomparsa dell’icona femminista Ruth Bader Ginsburg e, soprattutto, otto giorni prima delle elezioni che davano a Trump una certezza presidenziale di soli due mesi e mezzo, in barba agli undici rubati a Obama. Non è un caso che ora quella Corte Suprema, controllata sei a tre da giudici conservatori grazie alle nomine Trump-McConnelliane, abbia deciso di occuparsi di un caso del Mississippi relativo all’aborto, minacciando come ampiamente previsto la sentenza del 1973 Roe versus Wade. 

 

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Qualche riflessione sulla tutela del patrimonio storico-artistico a margine della presentazione di uno studio dell'ambientalista e ricercatore Zeno Celotto intorno alla fontana seregnese del “mangiabagaj”

 
É molto comune conoscere poco o nulla della propria città, proprio per il fatto di vederla sempre, dando per scontato ciò che si scorge di sfuggita passeggiandoci. Così recita il risvolto di copertina del volumetto dedicato alla fontana seregnese detta del mangiabagaj, riprendendo la postfazione di Andrea Celotto, figlio dell'autore: un libro, pubblicato e distribuito dal Circolo Culturale Seregn de la memoria, scritto in dialogo, reale e ideale, con le nuove generazioni, che riesce a destare interesse anche fra loro, come ha dimostrato la loro partecipazione alla sua recente presentazione. Perchè può essere eccitante scoprire quante storie può raccontarci un monumento e quanto fascino delle epoche passate queste storie possano restituirci: storie scrupolosamente accertate e vagliate, corredate da testi e immagini che ci immergono nel gusto, nel costume, nella mentalità di secoli lontani, nei quali pure possiamo intravvedere risonanze col nostro presente.

 

Può essere eccitante scoprire quante storie può raccontarci un monumento e quanto fascino delle epoche passate queste storie possano restituirci

Parliamo di una fontana ottagonale, posta nel cuore della città, nella piazza antistante il palazzo municipale, sovrastata da un“biscione” in cotto, ben noto simbolo visconteo-sforzesco, che i Seregnesi chiamano affettuosamente mangiabagaj, diverso però nella struttura da quello che corona l'identica fontana che adorna oggi in Milano il cortiletto del Castello Sforzesco che da essa prende nome, e che è presente anche nelle copie della stessa che si trovano a Niguarda, nel cortile della Villa Mirabello, e a Grazzano Visconti, nella piazza del borgo. Un prodotto seriale, dunque, questa fontana: che valore ha, quando è stato concepito e realizzato, e dove si trova l'originale, che relazione ha con queste copie? Ebbene sì, si tratta di copie, ma il loro disegno è di Luca Beltrami, l'architetto a cui si deve la salvezza e il restauro del Castello Sforzesco: nel 1897, avendo scoperto durante una sua sosta a Bellinzona una bellissima acquasantiera nella Collegiata, la cui vasca era adornata da “numerose e belle imprese sforzesche”, e nella quale molti particolari rivelavano la sua originaria funzione di fontana, Beltrami ne aveva fatto un calco in gesso e progettato un rifacimento, con l'aggiunta di un basamento ottagonale e della vasca per la raccolta delle acque, oltre che di un biscione visconteo ricavato “dalla decorazione di una scala a chiocciola della Certosa di Pavia” , dato che un lungo frammento di ferro sporgente dalla sommità della vasca suggeriva la presenza di un manufatto che la coronasse. Intervento, questo, che fu giudicato improprio quando una copia della fontana, attraverso vicende rimaste ancora sconosciute, giunse a Seregno, dove fu collocata nella piazza di fronte al palazzo municipale nel 1928: il mangiabagaj fu tempo dopo eliminato, salvo ricomparire nel 2009 in cotto e in una foggia decisamente diversa da quella tradizionale, attestata nelle altre copie, secondo la libera interpretazione dello scultore Antonio De Nova. La pietra originaria in cui la vasca e le decorazioni erano scolpite fu coperta da una vernice in cotto.

 

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Nonostante questo ultimo restauro sia così recente, lo stato di degrado di queste sculture é tale che c'é voluta tutta la pazienza e la passione di Celotto per rintracciarvi ad una ad una le raffigurazioni delle imprese sforzesche, paragonandole alle riproduzioni che i documenti d'epoca rinascimentale proponevano in abbondanza, non solo su stemmi, stendardi, mosaici e dipinti, ma anche su abiti e gioielli. Un esempio è l'impresa detta del velo annodato (raffigurato anche nella lunetta sinistra sovrastante uno dei finestroni absidali della Cappella di Teodolinda): simbolo di fedeltà, amore cavalleresco e dignità regale, era l'emblema dell'imperatore Venceslao IV di Boemia, che lo concesse a Galeazzo Visconti insieme al titolo ducale, ottenuto per intercessione del futuro papa Alessandro V e dietro all'esborso di una somma equivalente a diciassette milioni e mezzo di euro! Quella che illustra il significato di queste raffigurazioni é la parte più nuova e affascinante della ricerca pubblicata dal Circolo Culturale Seregn de la memoria nella piccola collana di storia locale “I Ciculabèt”. Tra soli e colombine circondati da raggi, leoni rampanti che tengono rami di melo cotogno, levrieri che si riposano all'ombra di un pino, falchi che si precipitano sulle oche di uno stagno, morsi per cavalli destinati a suggerire come reggere lo stato e piccole scope che rimandano al compito di farvi pulizia, si ricava l'immagine di una casata, pervenuta fortunosamente al potere sul Ducato di Milano, che attraverso un linguaggio fatto di simboli e motti (oggi si direbbe slogan), vuole affermare la continuità coi Visconti, accreditare come proveniente dal Cielo il proprio potere e dichiararne a potenziali nemici i propositi e la forza morale ed economica. Una bella lezione di storia “viva”, quella che la cura e la preservazione dei monumenti possono garantirci!                                                                                                                           

   

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Se conoscere il valore di un monumento del passato ne incoraggia la conservazione, è altrettanto vero che la conservazione dello stesso, insieme ai documenti che lo riguardano, rappresenta uno strumento, pregnante ed insostituibile, di conoscenza del passato.

Eppure sono tanti i nemici del nostro patrimonio storico-artistico: scarse conoscenze, ricerche poco accurate o rese impossibili dal disordine degli archivi, furia ammodernatrice e, per ultima, l'attuale cancel culture.

  

Sono tanti i nemici del nostro patrimonio storico-artistico: scarse conoscenze, ricerche poco accurate o rese impossibili dal disordine degli archivi, furia ammodernatrice e, per ultima, l'attuale cancel culture.

Pratica in realtà molto antica, dalla romana damnatio memoriae, che decapitava le statue degli imperatori caduti in disgrazia, alla sostituzione della testa della statua di Filippo II in Piazza dei Mercanti con quella di Bruto da parte dei giacobini milanesi: è Manzoni a ricordarci, nel dodicesimo capitolo del suo romanzo, le vicissitudini di questo monumento-simbolo, gettato infine nel fiume durante la Restaurazione. Vicenda che somiglia forse a quella dell'edificio seregnese della Gioventù Italiana del Littorio, trasformato nel dopoguerra in Casa del Popolo e alla fine abbattuto per far posto ad un parcheggio...

Ma se é comprensibile che nell'immediatezza dei grandi rivolgimenti storici e culturali vengano abbattuti i simboli carichi di significati politici, non è accettabile trattare con sufficienza le tracce di un passato lontano, per far posto ad un presente privo di memoria.

 

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Foto Esni 

La storia delle nostre città, e quella di Seregno non fa eccezione, é anche storia di sventramenti, abbattimenti, ricostruzioni più o meno arbitrarie, specie negli anni del dopoguerra e del boom economico: oggi una maggiore consapevolezza impone una difesa di tutto ciò che nello spazio urbano ha valore storico-artistico, perchè si possa stabilire col nostro passato un dialogo significativo, in primo luogo visivo e sensoriale, che solleciti curiosità, ricerca, conoscenza. Come, prima che fosse troppo tardi, é avvenuto con la fontana del mangiabagaj grazie alla sensibilità ambientalista di Zeno Celotto e alla sua esperienza nella ricerca storica.

 

 

 

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Smoke rises after an Israeli forces strike in Gaza in Gaza City, Tuesday, May 11, 2021. (AP Photo/Hatem Moussa)

 

«Quando parliamo di arabi israeliani, parliamo di un quinto della popolazione israeliana. Persone che sulla carta hanno tutti i diritti, ma che nella realtà si vedono negate moltissime cose: basti pensare alla legge che dichiara Israele Stato Nazione degli ebrei e che fa degli arabi quasi cittadini di serie B».

David Grossman, la Repubblica, 13/05/21

 

«Le ultime settimane hanno visto in misura crescente scontri violenti tra Ebrei e Arabi in Gerusalemme e nella West Bank, causati in parte dalla rabbia dei Palestinesi per le restrizioni poliziesche ai raduni per il Ramadan presso il Monte del Tempio e per lo sfratto di diverse famiglie palestinesi dal sobborgo di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est a favore di coloni ebrei».

Haaretz, 10/05/21

 

Se queste fonti di parte ebrea dicono il vero, non c’è dubbio che è stata Israele a innescare la guerra in corso, colpendo i Palestinesi nei valori più profondi: quelli religiosi e quelli della casa. E la reazione è comprensibile, se non giustificabile. Se qualcuno ha argomenti in contrario lo ascolterò.

Ma non vorrei occuparmi della questione del “di chi è la colpa”. Mi sembra più importante trarre le conseguenze di questo ennesimo, e apparentemente irrisolvibile, “scontro d’identità” di cui la Palestina è esemplare testimonianza.

Credo che ormai l’idea dei “due stati”, uno ebreo e uno arabo, sia tramontata per sempre. E a pensarci bene era fondamentalmente errata dal punto di vista di una visione democratica. Perché in uno stato democratico la libertà di culto costituisce un caposaldo della uguaglianza dei cittadini.

La fede religiosa è un elemento importante dell’identità delle persone e delle comunità. Ma come ho cercato di sostenere in un mio articolo precedente, identità non deve significare chiusura, ma al contrario premessa per il proprio confronto, competitivo ma anche collaborativo, conoscitivo e operativo, con i diversi da sé. Per  la  stessa crescita ed evoluzione della propria identità.

Secondo statistiche del 2019, ebrei e arabi palestinesi, che vivono all’interno o all’esterno di Israele, si equivalgono numericamente: 6,5 milioni ciascuna comunità, per un totale di 13 milioni circa. Se convivessero tutti in uno stesso stato laico, è impossibile pensare che perderebbero le rispettive millenarie identità. Questa non verrebbe annullata neanche in presenza di numerosi matrimoni misti. Ma diventerebbe meno aggressiva, più umana.

La globalizzazione, che in una certa misura ci fa tutti cittadini del mondo, dovrebbe favorire questo processo verso un comune sentire, sia pure sempre dialettico e diversificato.

Non è auspicabile che la Palestina continui ad assomigliare ai paesi confessionali che la circondano. E’ invece auspicabile che essa intraprenda un percorso simile a quello che, sia pure con grandi difficoltà e lentezza, caratterizza i rapporti tra bianchi e afro-americani negli Stati Uniti e quelli tra nativi e ex-coloni bianchi in Sud Africa. La Palestina e Israele potrebbero fare da apripista per la diffusione della democrazia tra i paesi arabi e musulmani.

Gli Ebrei non avrebbero nulla da temere da una crescita dell’istruzione e del benessere delle popolazioni arabe.  Come popolo che ha subito nella storia gravi discriminazioni, potrebbe anzi guadagnarsi un posto tra i campioni della lotta globale contro le disuguaglianze.

 

WASHINGTON, UNITED STATES:  (FILES) US President Bill Clinton (C) stands between PLO leader Yasser Arafat (R) and Israeli Prime Minister Yitzahk Rabin (L) as they shake hands, 13 September 1993, at the White House in Washington DC for the first time after Israel and the PLO signed an historic agreement on Palestinian autonomy in the occupied territories. Palestinian leader Yasser Arafat, 75, has lost consciousness, Israeli public radio reported late 27 October 2004, quoting Palestinian sources. A source close to the Palestinian Authority said earlier that Mahmoud Abbas, the PLO's No 2, and premier Ahmed Qorei were also at the bedside of Arafat, 75, who officially has been suffering from a severe bout of flu.  AFP PHOTO J. DAVID AKE  (Photo credit should read J. DAVID AKE/AFP/Getty Images)

Accordi di Oslo 1993 - Rabin, Clinton e Arafat

 

Forse questa può apparire una prospettiva utopica. E’ probabile, purtroppo. Ma l’alternativa è una guerra senza fine. Perché nessuno dei due contendenti riuscirà a prevalere sull’altro. Riuscirà solo a mantenere l’avversario in condizioni permanenti di paura o mortificazione, surrogati, conati forse inconsapevoli di un progetto di annientamento reciproco.

 

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 20210419 biden

I piani di Joe Biden per il rilancio degli USA sono così ambiziosi (fino a 4 mila miliardi di dollari nell’arco del suo mandato) e “nuovi” da far parlare ormai di una “Bidenomics

 

In grande sintesi prevedono:

- Ingenti investimenti per infrastrutture in tutti i settori dell’economia statunitense, in gran parte orientati, oltre che al restauro di quelle esistenti e alle reti digitali,  alla difesa dell’ambiente e alla riduzione delle disuguaglianze;
       - Un aumento del debito pubblico, ma anche delle tasse;
       - Che l’aumento delle tasse non tocchi la maggioranza della popolazione (ceti meno abbienti e medi), ma solo le categorie più ricche, attraverso:
           . Nessun aumento per i redditi inferiori ai 400 mila dollari l’anno;
           . L’aumento della progressività delle imposte sui redditi personali, portando l’aliquota marginale fino al 39,6%, e tasse più elevate sulle plusvalenze finanziarie per i milionari;
           . L’aumento dell’imposta sul reddito delle società dal 21% al 28%;
           . Una imposta uniforme sulle imprese (global minimum tax) da concordare a livello internazionale tra i paesi del G20 (cioè tra i paesi che nel loro insieme superano l’80% dell’economia mondiale).

Forse si potrebbe fare di più (ad esempio, si potrebbero rendere più progressive le imposte personali e abbassare il limite di reddito su cui aumentare le tasse). Ma comunque queste misure stanno facendo molto scalpore, perché segnano una radicale inversione di rotta rispetto alle politiche economiche praticate negli ultimi 40 anni.

In realtà non sono altro che l’accoglimento da parte della politica di proposte che numerosi economisti di orientamento progressista vanno avanzando da decenni: come Joseph Stiglitz, Antony B. Atkinson, Thomas Piketty, Kate Raworth, Jeremy Rifkin, Rutger Bregman, e in Italia come Enrico Giovannini, Fabrizio Barca, Stefano Zamagni, e sicuramente nella mente, a mio parere e speranza, di Mario Draghi. Proposte che ho illustrato e commentato ripetutamente su questa rivista.

I piani di Biden sono stati presentati come un ritorno al New Deal keynesiano/ rooseveltiano degli anni trenta del secolo scorso, basato su grandi investimenti in opere pubbliche in deficit. Ma a me sembra che segnino in realtà un cambiamento epocale, capace di proporre un nuovo paradigma economico adeguato a contrastare i problemi fondamentali dell’umanità: il degrado ambientale e le disuguaglianze crescenti con la povertà ancora diffusa e incrementata dalla pandemia del Coronavirus. Impegni così controcorrente, decisi ed espliciti, se espressi solo poco tempo fa, avrebbero fatto gridare allo scandalo.

Significano inoltre la fine dell’inganno, in cui sono caduti anche i riformisti travolti dal liberismo dominante, costituito dalla confusione tra imprese produttive e detentori di ingenti redditi e ricchezze. Con l’idea di sostenere le prime si sono favoriti i secondi, causando l'impoverimento della maggioranza delle popolazioni e la concentrazione delle ricchezze in un ristretto numero di miliardari. Si è sostanzialmente ridato vita all’antico e smentito, ma duro a morire, principio dell’ancien régime, secondo il quale favorendo i ceti più ricchi si ottiene, per “gocciolamento” (thrickle down) il benessere di tutti. Attraverso riduzioni della progressività delle imposte personali, agevolazioni senza limiti alle cosiddette imprese, in realtà ai ceti più ricchi e alla finanza fine a se stessa, ritenuti a priori generatori di ricchezza, le disuguaglianze e la sofferenza della maggioranza delle popolazioni hanno raggiunto livelli inaccettabili.

Riassumendo Biden in modo ancora più conciso: 1) dimensioni straordinarie della spesa pubblica per infrastrutture compatibili con l’ambiente , per servizi sociali (istruzione, sanità)  e per le categorie meno abbienti, 2) riforme drastiche delle politiche fiscali a favore della maggioranza della popolazione e a carico dei ceti più ricchi. Ma c’è un terzo pilastro della nuova economia, che sembra anch’esso in movimento, di cui la svolta non può fare a meno: 3)  il comportamento delle imprese nei confronti delle persone e dell’ambiente. Sembra che si vada diffondendo tra i massimi livelli aziendali una maggiore consapevolezza della possibilità di far convergere, in una prospettiva più ampia, gli interessi aziendali con quelli sociali e ambientali. Anche di questo cambiamento ho parlato nei miei ultimi articoli. E anche in questo caso non si tratta di idee nuove: un manuale in proposito lo scrisse nel 1996 Frederich F. Reichheld, capo di una importante società di consulenza aziendale (Bain & Company) in un libro dal titolo significativo: “The Loyalty Effect”. Testo che usavo per le mie consulenze rivolte a imprenditori e manager. Ma la differenza sta nel fatto che, dopo un quarto di secolo, quelle idee vengono fatte proprie in modo formale da schiere più vaste e influenti di dirigenti di gruppi imprenditoriali e di detentori di immense ricchezze. Si tratta di segnali che confermano che il clima, prima orientato ai soli interessi aziendali, anzi dei loro vertici, è cambiato. Tuttavia, dal dire al fare con quel che segue: non ho sentito parlare ad esempio di riduzione delle scandalose differenze tra le retribuzioni dei vertici aziedali e dei dipendenti di ultimo rango. E credo che senza imbrigliare la finanza speculativa a favore di una finanza al servizio dell’economia reale, le dichiarazioni d’intenti, per quanto diffuse e influenti, resteranno inferiori alle necessarie dimensioni.

Di enorme importanza sarà il possibile accordo internazionale per una imposta minima sulle imprese. Se i G20 o i membri dell'OCSE lo adotteranno, cesserà la rovinosa concorrenza al ribasso tra i diversi paesi per indurre le multinazionali ad insediarsi nel proprio territorio. Inoltre, costituirà un segnale del fatto che il piano di Biden è parte di una svolta globale orientata alla lotta alle disuguaglianze e al risanamento ambientale. Il Next Generation Plan europeo va nella stessa direzione. Spero vivamente, e ci sono le condizioni, perché il PNRR (Piano Nazionale di Recupero e Resilienza) italiano segua la corrente.

Molti commentatori sottolineano il fatto che il disegno di Biden incontrerà molte difficoltà, a partire dal Congresso e dal Senato americani. Un cittadino comune potrebbe chiedersi come mai un progetto che avvantaggerebbe la grande maggioranza della popolazione (se non il 99% secondo lo slogan del movimento Occupy Wall Street, almeno l’80%), non possa ottenere il consenso popolare per essere realizzato. Ma questo dà la misura del potere di ambienti ristretti di manipolare l’opinione pubblica.

 

20210419 terra

 

La Bidenomics è stata equiparata non solo al New Deal di Roosevelt, ma anche al Programma Apollo di John F. Kennedy che ha portato il primo uomo sulla luna, con l’obiettivo di riconquistare il primato degli USA nelle ricerche spaziali, compromesso dall’exploit dei russi con lo Sputnik. Oggi la gara non è più tra USA e Russia, ma tra USA e Cina. Il rischio maggiore è costituito dalla possibilità dei paesi maggiori, grazie alle loro grandi dimensioni, di intraprendere politiche protezionistiche in contrasto con la globalizzazione, puntando all’autosufficienza. Questo rischio è presente anche nei piani di Biden. E’ da augurarsi che, in un pianeta reso piccolo dalla rivoluzione digitale, la lotta per il primato abbandoni le illusioni imperialistiche del passato e si risolva in una co-opetition produttrice di benessere per tutti. E’ comunque incredibile come mai, nel quadro della svolta in atto e dell’enorme fabbisogno di risorse economiche per la ripresa dopo la pandemia, nessuno abbia ancora proposto una politica di disarmo universale non solo fisico (le armi), ma anche digitale. Lo ha fatto solo Papa Francesco. Speriamo che venga finalmente ascoltato da qualcuno.

Infine, la svolta potrebbe essere messa in difficoltà dalle imprevedibili e impreviste conseguenze delle misure economiche che la pandemia ha costretto ad adottare. Questi provvedimenti imposti dalla drammaticità dell'evento hanno fatto crollare, finalmente, i vincoli troppo restrittivi del passato, ma senza sostituirli con un sistema sufficientemente flessibile, ma controllabile. Credo che pochi economisti siano in grado di prevedere ciò che avverrà una volta superata la pandemia, ad esempio in termini di sviluppo, di occupazione, di inflazione, di debiti, addirittura di sistemi monetari (si pensi all'avvento dei bitcoin). Una maledizione cinese dice: «Che tu possa vivere in tempi interessanti». Sono curioso di vederli, ma è improbabile.

 

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20110322 fontana del guercio

 

In un libro di Chiara Ballabio e Zeno Celotto, e in una intervista a quest'ultimo, la storia del fontanile Testa del Nan, nel territorio di Carugo, e delle lotte fra i nobili che fra il XVI e il XVII secolo ne rivendicavano lo sfruttamento delle acque